8

RITROVARSI

 

Che Teresa de Jesùs, ora carmelitana scalza, fondatrice paten­tata, ritorni all'Incarnazione, che vi compaia non come semplice sottoposta, ma per esercitarvi la carica suprema, che questa scelta non sia lasciata alle monache, ma imposta da un'istanza esterna, che vi rimanga in linea di massima per tre anni di felice direzione dando prova di tatto e di ferma volontà di risanare la situazione religiosa ed economica di quella comunità troppo vasta, che infine vi insedi il migliore dei suoi carmelitani contemplativi come con­fessore, Juan de la Cruz, tutti questi fatti, disposti dalla Provvi­denza, lasciano perplesso lo storico. Come se, a cinquantasei anni, il corso della sua vita si vedesse improvvisamente fermato, blocca­to; come se i suoi superiori e Dio stesso si coalizzassero e le imponessero un'altra direzione, una seconda vocazione.

La casa in cui aveva passato ventisette anni della sua esistenza non era così cattiva come alcuni hanno preteso. Vero vivaio di eccellenti monache, e cava da cui Teresa estraeva solide pietre per la sua riforma. All'inizio, il padre generale aveva permesso che ne venissero prese due, purché fossero volontarie; poi autorizzò la partenza di tutte le candidate per una vita più riformata. Trenta-quattro di loro uscirono e si unirono alla Madre fundadora.

Il monastero dell'Incarnazione risentiva, come tutta la Spagna, i duri effetti della situazione economica. « Già precario alla morte di Carlo V (1558), lo stato delle finanze si degrada ancor più sotto Filippo Il. I prezzi si sono quintuplicati in cinquant'anni ». Le guerre incessanti, la rivolta delle Fiandre, dei Moriscos, la crociata contro i Turchi, le ambascerie costose, il denaro dato qua e là ai principi cattolici o ai capi di leghe per indurli a ribellarsi contro il re di Francia, l'Inghilterra, la Germania, le razzie di galeoni sui mari a beneficio dei Paesi Bassi emancipati dalla tutela spagnola; infine, il gusto del lusso, del prestigio, della spesa, di un impero inebriato dalle proprie conquiste, tutto quello sperpero schiaccia­va il popolo. Filippo Il aveva un bell'essere un « condannato alla galera del potere », la sua galera faceva acqua da tutte le parti. Nessuna via d'uscita se non l'inflazione, nuove imposte e, per il campesino - il contadino - un più duro lavoro su una terra ingrata che non è mai stata favorita dalla natura.

All'Incarnazione, le cose temporali andavano molto male.

L'inverno del 1573, proprio quello durante il quale Teresa era priora, fu spaventoso. Attraverso il tetto dalle tegole sconnesse, la tramontana gettava fiocchi di neve sulle pagine dei breviari. Si usciva dal chiostro superiore, aperto ai venti della Sierra, e si correva a riscaldarsi le dita intirizzite nella stanza comune dove qualche encina intera bruciava in un monumentale camino; ma, lasciando quel tepore, il vento strappava di botto quel po' di calore che ci si era conquistato. « L'aria sottile uccide un uomo senza spegnere un candil », dice un proverbio castigliano.

Le suore mangiavano male. Quando si riusciva a cuocere un paio di rape inzuppate nel pane nero era un festino.

Quando nevicava, i ladruncoli saltavano il muro della clausu­ra e si introducevano per saccheggiare le riserve di grano, di rape e di ceci.

Una suora munita di un archibugio vigilava all'angolo del chiostro superiore con l'ordine di sparare sui ladri. Potete farvi un'idea dell'abilità di quel fuciliere in cornetta! Più rumore che danno! Ma infine, a costo di numerose veglie e d'innocue detona­zioni, si riusciva alla meno peggio ad allontanare la gentaglia.

Quando la pancia è vuota, provatevi a parlare di spiritualità!

Nel novembre del 1571, Ana de Jesùs de Lobera, novizia ven­ticinquenne a San José, quella che la Madre chiamerà « la capitana delle priore », era tormentata da un'invincibile fame. Ana de San Bartolomé chiese il permesso di offrirle qualche supplemento di pane in refettorio.

Si, il temporale condiziona lo spirituale. Per riorganizzare a tutti i livelli quell'immenso monastero, mai terminato e veramente sovrappopolato, nessuno era più adatto di colei che, malgrado la crisi, s'intendeva a meraviglia di fondare conventi e di riuscire ad ogni costo a dar loro da vivere.

All'ingiunzione di essere priora, Teresa rispose, come sempre, affermativamente. Per lei, era un principio di condotta:

 

(Che io sia come) « Giuseppe incatenato e d'Egitto viceré... Che volete voi da me, Signore? » (Poesie Il, 10, p. 587).

 

Ora le catene erano più pesanti delle corone.

« A chi possiede Dio, nulla manca. Dio solo basta ».

 

1 - Tumulti per una priora

 

In quella sera di ottobre, nella casa del Maestro Daza, in com­pagnia di Francisco de Salcedo, a via del Lomo, era quasi una cospirazione.

Passata la basilica di San Vicente, si varca la porta della città (ad Avila, ciascuna delle nove entrate della città è protetta all'e­sterno da una chiesa). Si avanza in una via lastricata; a sinistra, un'antica sinagoga dove, nel XV secolo, fu innalzato il secondo monastero dell'Incarnazione, prima che questo fosse trasferito extra muros. Alte case di pietra, alloggi di signori, di canonici. Là abitava il Maestro Daza, che aveva invitato don Francisco per accogliermi.

- Come, - attaccò Daza - come far comprendere al nostro amico la nomina della Madre Teresa, priora dell'Incarnazione?

- Bisogna riconoscere che questa faccenda somiglia ad una matassa di lana molto ingarbugliata - rispose Salcedo.

- Eppure lei era qui, don Francisco, in quell'estate del 1572. Era stato appena ordinato sacerdote, dopo la morte di sua moglie

- Dio abbia l'anima sua! - e celebrava la messa a San José. Molto spesso ha somministrato la comunione alla Madre Teresa, l'ha incontrata, le ha parlato. Che cosa ne pensa?

- Dal mio punto di vista - proseguì il « santo gentiluomo »

- per ritrovare il filo d'Arianna di questa storia complicata, biso­gnerebbe presentarla come un lavoro teatrale. Ciascuno di noi ne racconterebbe un atto...

- Maestro Gaspar, por Dios! Lei è un iniziato quanto me. Cominci dunque!

- Vada per il teatro! E' una buona idea.

« Ebbene, dove mai si svolge il primo atto, se non nel convento di Medina del Campo? La scena si apre su una controversia.

« Da una parte, la novizia Isabel de los Angeles, prima della sua professione, vuole dare la sua immensa fortuna alle scalze. E' orfana; i suoi zii e le sue zie, in compenso, sollecitano alcuni privilegi. Isabel e la comunità vi si oppongono. Il provinciale, Angel de Salazar, appoggia i richiedenti. Prima questione!

« D'altra parte, lo stesso provinciale vuole imporre come prio­ra dona Teresa de Quesada, carmelitana dell'Incarnazione...

« Dicembre 1570. In fretta e furia, la Madre arriva da Sala-manca a Medina e fa procedere alle elezioni. Dona Teresa non èeletta. Viene mantenuta in carica l'antica superiora.

« Il provinciale interviene, impone la sua candidata come prio­ra e, sotto pena di scomunica - sì! dico proprio: sotto pena di scomunica - caccia la fondatrice ad Avila.

« Immediatamente, Teresa prende a nolo da un acquaiolo un mulo e ritorna alla città dei cavalieri con il freddo e con la neve, in breve con le temperature e il tempo meraviglioso che di solito regnano qui prima di natale. Ormai la Madre, fino alla fine della sua vita, saprà come regolarsi nei confronti di Angel de Salazar: lo conterà fra i nemici della riforma ».

- Secondo atto, ad Avila - spiega Salcedo. - E' pietoso e glorioso ad un tempo. Anzitutto, Fray Angel procede alla visita canonica dell'Incarnazione il 7 maggio 1571. La sua intenzione è chiara: imporre come priora dofla Teresa de Quesada, che le scal­ze di Medina rifiutano. Giudichi che uomo era! Per non perdere la faccia, voleva fare onorare ad Avila colei che era stata respinta a Medina.

« Che illusione, senor! Quelle dame, quelle gran dame dell'In­carnazione, non si lasciano manovrare! Non si può imporre loro chi si vuole come superiora. Sovrane e libere, esse rifiutano i maneggi del provinciale e rinnovano il mandato all'antica priora, dona Ana de Toledo.

« Nel frattempo, arriva il commissario apostolico, Fray Pedro Fernàndez; i suoi poteri comprendono tutti gli altri e li superano:

provinciali, superiori, semplici subalterni. Ha fretta soltanto di una cosa: fare conoscenza con quella fondatrice di cui gli raccon­tano mari e monti, "Teresa de la gran cabeza" - Teresa "dalla grande testa" - come la chiamava Isabel de Santo Domingo.

« Il visitatore, è facile immaginarlo, fu subito conquistato!

"Molto prudente e colto", la forza del suo carattere e la sua calma gli valsero la fiducia della riformatrice alla quale il provinciale si mostrava decisamente ostile.

« Teresa lo ha scritto chiaramente in una delle sue lettere:

"Ora egli è il nostro superiore, e la sua anima deve molto meritare innanzi a Dio" (Lettere 26.6.1571, p. 115).

« Al termine delle loro conversazioni, apparve evidente che la cosa più urgente, per la Madre, era di accettare il priorato di Medina, tanto quella comunità aveva sofferto a causa degli intri­ghi di Angel de Salazar.

« Ma lo scaltro carmelitano stava macchinando un altro piano:

convincere il visitatore che la Madre doveva prendere in mano il priorato dell'Incarnazione, dove era necessaria". Non si diceva perché. Dalle due visite canoniche al monastero era risultato che tutto era in ordine. In realtà, il piano del provinciale tendeva semplicemente ad impedire alla fondatrice di continuare la sua opera di riforma, di estenderla, moltiplicando i nuovi conventi. Una volta rinchiusa dentro l'Incarnazione, non ne sarebbe più uscita e ci si sarebbe sbarazzati per un pezzo di quella monaca agitata.

« Il visitatore cedeva. Senza dubbio pensava al bene che ne sarebbe risultato per l'Incarnazione se una suora di carattere e ricca di esperienza, in breve una donna santa - una santità come la sua era evidente - venisse a prendere in mano la direzione di quel monastero così vasto, così faticoso da mandare avanti, e che aveva certamente bisogno di essere migliorato ».

- Certo, - sottolineava Daza; - quanti sentimenti differen­ti dovevano agitarsi nel cuore della povera Madre così contesa! La volevano a Medina, dove c'era bisogno di pacificazione, di speran­za. Da sei mesi, la comunità non aveva più una priora... D'altra parte, poiché il visitatore la voleva ora all'Incarnazione, perché resistere?...

A questo punto don Francisco ed io dovevamo prendere in considerazione un avvenimento interiore il cui riflesso determinò una decisione per la fondatrice.

- Un giorno in cui stava raccomandando a Dio suo fratello Agostino, coinvolto in pericolose avventure nel Cile, esclamò:

« "Se io vedessi, Signore, un vostro fratello in questo pericolo, che cosa non farei per porvi rimedio?"... Il Signore mi rispose: "Oh, figlia mia! Le religiose dell'Incarnazione sono mie sorelle, e tu indugi? Coraggio, dunque! Tieni presente che lo voglio io, e non ècosa tanto difficile quanto ti sembra... non opporre più resistenza, perché il mio potere è grande" » (Relazioni XX, p. 482). Com­prendiamo tutti che, a partire da questa parola, le cose si chiari­scono per Teresa. Non ha forse obbedito sempre, con l'aiuto dei suoi confessori, agli ordini del Signore?

- Si, - disse Salcedo - poiché era stata nominata priora di Medina, doveva anzitutto andare a prendere laggiù possesso della sua carica. Al convento di via Santiago, l'accoglienza del 1° agosto fu trionfale. Si voleva cancellare dalla sua memoria la quasi espul­sione che il provinciale le aveva inflitto un po' più di sei mesi prima.

- Con il freddo e con la neve, - aggiungeva il Maestro Gaspar.

- Viceversa, che emozione quando, il 6 ottobre 1571, il visi­tatore riuniva la comunità per spiegare che, nel suo piano di rior­dinamento della provincia carmelitana, la nuova priora di Medina doveva lasciare la sua carica per occupare quella dell'Incarnazio­ne! La Madre uscì dalla sala capitolare e, cadendo tra le braccia di una novizia, esclamò: « Signore, Dio dell'anima mia, sono vo­stra ».

- Non dimentichi però - insisteva Salcedo - due punti che rivelano la profonda onestà del visitatore domenicano: da una parte, dal mese di luglio del 1571, Teresa aveva rinunziato solennemente alla mitigazione. Così, anche priora dell'Incarna­zione, non si sarebbe potuto ricuperarla. D'altra parte, per con­trastare i maneggi del provinciale che, con la sua nomina a quel grande monastero, voleva impedirle ormai di fondare altri mona­steri, Fray Pedro Fernàndez la nominava conventuale di Sala­manca. Così la fondatrice avrebbe conservato la sua libertà d'a­zione.

- Valgame Dios! - esclamò don Francisco che, per una volta, non capiva l'umorismo - mi domando che cosa ricorde­ranno le generazioni future di questo inverosimile pasticcio.

- Poco importa! malizia degli uomini, obbedienza dei santi, tutto favorisce il disegno di Dio.

- Quello che abbiamo ora rievocato davanti a lei, senor, le servirà per capire il terzo atto, il più memorabile, quello che rima­ne nella memoria di tutti gli abitanti di Avila, perché fu nello stesso tempo spettacolare e scandaloso.

- Ah! si, - esclamò Daza - la volevano come priora all'In­carnazione? Ebbene, facciamo un atto da priora! Da San José, dove stava in attesa della presa di possesso, la Madre inviò un ordine:

« "Si dovevano scacciare tutte le persone secolari dal conven­to, altrimenti non sarebbe venuta!".

« Le suore dell'Incarnazione obbedirono a bacchetta a que­sta ingiunzione: prova irrecusabile che se, tra breve, Teresa sa­rebbe stata male accolta, non con lei ce l'avevano, ma con il provinciale ».

- Nessuno dubitava - proseguì don Francisco - soprattut­to la Madre, che nella sua antica casa contasse numerose amiche. Trentaquattro suore ne erano uscite per aiutarla nella sua riforma. Alcune erano ritornate nel loro primo monastero per mancanza di salute, ma avevano conservato lo stile delle scalze: abiti grossola­ni, alpargatas, orazione e mortificazioni. Se la Madre non fosse venuta, quante delusioni, quanti rimpianti!

- Nondimeno, maestro Francisco, l'Incarnazi~ne organizza-va la sua difesa. Non si voleva ricevere una priora imposta, e da chi, poi, gran Dio! da un provinciale subdolo, intrigante, malevo­lo. Si sarebbe combattuto, così come un tempo la leggendaria dofia Jiménez aveva difeso le mura della città. Figlie, zie, nipoti di nobili cavalieri, avevano fatto appello ai loro amici. Tutti i cabal­leros e i magistrati montavano di guardia davanti a quel convento trasformato ad un tratto in cittadella. Soprattutto - già lo si sapeva - il provinciale, Fray Angel de Salazar, doveva leggere il decreto di nomina, per ordine del visitatore. Ma questo non si sapeva!

- Lei può immaginare da ciò la solennità dell'avvenimento

- riprese Daza che, di mestiere predicatore, ritrovava l'enfasi olatoria. - Solennità del giorno scelto: una domenica, il 14 otto­bre 1571. Solennità della processione: partita da San José, la Madre Teresa in cappa bianca, portando fra le mani una statuetta di s. Giuseppe, avanzava, assistita dal provinciale e da altri due carmelitani.

« Solennità dell'ingresso: esso si fece attraverso la chiesa poi­ché, a destra del comunicatorio, c'era una porticina, destinata alle sagrestane, che dava sul coro inferiore.

« Solennità dello scontro: se fossero apparsi i Mori o i France­si, non avrebbero prodotto maggiore effetto! Le monache grida­vano: alcune facevano appello ai gentiluomini e ai magistrati ap­postati dall'altra parte del convento, vicino all'ingresso regolare, ma che non accorrevano; le altre tenevano ferma la porta del coro perché non venisse aperta dall'esterno.

« La Madre si era seduta su una pietra, di fronte alla chiesa conventuale. Calma, serena, con la statuetta di s. Giuseppe fra le braccia, come custode.

« Urla, grida d'inferno. Dall'alto di un bastione, gli sfaccenda­ti, i curiosi si accalcavano in cerca di notizie. Allo stesso modo, da un punto situato a una certa distanza, el Pradillo, la gente di Avila aspettava il risultato di quell'assalto o di quella rivoluzione.

« Sfondato lo sbarramento delle monache, forzata la porta, la Madre viene installata sul seggio priorale.

« Il provinciale comincia allora la lettura della patente che nomina dona Teresa de Cepeda y Ahumada priora del nobilissimo monastero dell'Incarnazione di Avila.

« La lettura è accolta da grida ed ingiurie.

« Protestano tutti; anche le amiche di Teresa voltano la testa verso il muro, non osando guardare in faccia colei che amavano, ma che veniva loro imposta d'autorità.

« Il tono sale a tal punto che in un luogo così santo e su labbra così venerabili si ode un crepitio di parole indecorose, oscene - dicono i testimoni - colte nelle locande di don Chisciotte.

« Livido di collera il provinciale batte i piedi, cerca d'imporsi. Un nuovo scoppio di grida, che per delicatezza è meglio non riportare, copre la sua voce.

« Facendo appello a tutte le sue forze, o alla sua astuzia, il padre Angel introduce l'argomento di cui indovina l'efficacia:

« - Volete o no, signore, la Madre Teresa de Jesùs?

« - La vogliamo e l'amiamo - grida dona Catalina de Castro y Pinel.

« Te Deum laudamus...

« Il campo delle amiche si schiera dalla parte della Madre, anche se un gruppetto continua a riflutarla.

«Ci s'impadronisce della croce della processione per introdur­re la futura priora nel monastero, ma, in un parapiglia generale, alcune suore riescono a farla cadere a terra».

- Come si comportava intanto la Madre? - chiesi.

- Ah! senor, ecco il miracolo! quel miracolo che, alla fine, placò tutto il convento, - spiegò tutto animato don Francisco. - In mezzo a quei visi incolleriti, congestionati, la santa Madre, tranquilla, padrona di sé, andava ad inginocchiarsi davanti al San­tissimo Sacramento. Con un gesto della mano, con una parola gentile, calmava questa o quella suora furibonda. Chi ha detto: « I calmi producono la pace di cui risplendono »?

- Dove poteva attingere una così profonda serenità?

- Non c'è da dubitarne - rispose Daza. - Qualcun altro aveva posto in lei la sua dimora...

« Inoltre, Teresa possedeva il senso critico della situazione; nessuno più di lei era capace di smontarne le molle segrete.

«Sarebbe venuta sola? In un batter d'occhio, tutto tornò in ordine, ma le monache dell'Incarnazione erano esasperate dai maneggi, dai trucchi del provinciale. Questi aveva un bel sostene­re che la nomina imposta era di competenza del visitatore, nessu­no si lasciava ingannare. Di nascosto, Angel de Salazar aveva macchinato tutto e nessuno voleva bere quel vino manipolato. La collera di quelle centocinquanta donne era commisurata alla ri­pulsione innata per un'indebita ingerenza nei loro affari interni».

- E la Madre?

- La Madre, quella sera, si raccolse in preghiera « come se fosse stata sul monte Alverne », dichiara dona Francisca de Sala­zar. L'indomani mattina, con dignità e semplicità, si avanzò per ricevere la comunione, « senza essersi confessata », andavano ri­petendo decine di testimoni (Nei conventi femminili - chi po­trebbe negarlo? - queste cose vengono osservate e si risanno!); mentre le altre... restavano al loro posto, mortificate e confuse.

- Ed ecco infine la cosa più bella - esclamarono quasi a una voce i miei due compagni.

- Racconti, don Francisco - insisteva il Maestro Daza - lei che è stato il primo ad essere informato, ci racconti la scena del capitolo.

- Ebbene! - riprese Salcedo. - La Madre doveva ora pren­dere possesso del priorato.

« La sera seguente, tutto era pronto nel coro superiore.

« Le monache entravano l'una dopo l'altra. Entrava anche la Madre, in mezzo alla lunga fila delle cappe bianche. Raccolta o distratta, raggiunse il suo stallo di un tempo, come se fosse stata una semplice monaca.

« Arrivata al suo posto, scoppiò a ridere... e la comunità non fece certo fatica ad imitarla!

« Nello stallo priorale - altro motivo di stupore - si trovava la statua di Nostra Signora della Clemenza, nelle cui mani erano poste le chiavi del monastero. 5. Giuseppe, con la bocca aperta -"il chiacchierone", come sarebbe stato poi soprannominato -occupava il posto della vicepriora.

« Seduta ai piedi di Nostra Signora della Clemenza, la Madre, con voce calma, cominciò a dire:

« "Mie signore, madri e sorelle, l'obbedienza mi manda in questa casa per servirvi ed esservi utile secondo tutte le mie possi­bilità. Per il resto, ciascuna di voi può insegnarmi e correggermi. Vedete voi stesse, signore, quello che posso fare. Se occorrerà che io dia il mio sangue e la mia vita, lo farò ben volentieri" ».

Nel pensiero di Teresa, la vera priora era realmente la Madon­na. A lei, e a lei sola, attribuirà lo stupefacente rinnovamento della sua antica casa.

Si poteva forse aspettare di meno dalla Madre di Dio?

Tuttavia, nessuno poteva mettere in dubbio che la Regina del cielo si fosse scelta « un vicario » tutt'altro che mediocre. Alcune settimane di governo ne avrebbero fornito una splendida prova.

 

2 - Quotidianamente gran dama

 

Realista e pratica, la nuova priora affronta il primo problema:

la fame!

Il convento era così povero che forniva ai sudditi soltanto pane e carne.

Ottanta delle suore si dibattevano nella più nera miseria. La Madre si mise a dare a ciascuna di loro un reale alla settimana. Infatti, anche se appartenevano a un ordine monastico, quelle suore non avevano dimenticato che, discendendo d'alto lignaggio, la loro miseria, spesso, non poteva fargli molto onore.

Alle monache indigenti, i cento ducati della duchessa d'Alba, le elemosine di Francisco de Guzmàn, le somme inviate da suo fratello Lorenzo (la fortuna lo aveva arricchito oltremare e Teresa gli rivolgeva incessanti richieste).

Da buona economa, ogni sera, la Madre teneva i conti, nei quali annotava tutto, dalle più piccole offerte di denaro fino ai doni in natura: polli, verdura, frutta. Per venire in aiuto a quel monastero affamato, il santo gentiluomo Salcedo saccheggiava i suoi poderi e il suo orto.

Con un sorriso si dirà che per questa donna, nipote di un mercante ebreo, non era difficile capire da chi avesse preso. Lei che aveva scritto ai commercianti di Toledo, suoi benefattori:

« Dar a Dio del denaro è nulla e costa poco » (Lettere 19.2.1569, p. 81), era esperta nel contare i soldi, sempre a beneficio dei malati e dei più abbandonati.

Che non si venisse a parlare di povertà « subita »! (Vita XXXV, 2, p. 318). All'Incarnazione, era causa di tanti mali! Lo spettro della fame si profilava sotto i chiostri? Ecco subito accor­dato il permesso di fuggire presso parenti o persone devote che si sentivano onorate e protette dalla presenza di una monaca! Pur­ché ci si procurasse una compagna, la priora concedeva l'autoriz­zazione di uscire. Così si riduceva la popolazione monastica. Di solito si contavano cinquanta monache fuori delle mura: cinquan­ta bocche di meno da nutrire!

La priora stessa non voleva aggravare il bilancio con la sua presenza. Al fratello Lorenzo chiedeva dei reali, domandando al monastero soltanto la sua razione quotidiana di pane (Lettere 4.2.1572, p. 123).

Ma dimenticheremmo la grande anima della riformatrice se la confinassimo fra i conti e le pentole.

L'Incarnazione era un monastero; senza dubbio, meno auste­ro, meno regolato dei conventi riformati, ma tuttavia il Signore vi era lodato e servito in primo luogo.

Certo, Teresa avanzava in mezzo agli scogli. Un gruppo alquanto ristretto guidava la resistenza: giovani suore, gran dame, spesso avviate sulla via stretta del Vangelo contro la loro volontà. Bisognava fare i conti con loro: trattare con riguardo, esortare, affascinare per trascinare. Come sappiamo, la Madre era dotata di una grazia squisita. La sua cultura religiosa,. la sua esperienza delle vie divine, il suo amore ardente per Cristo le ispiravano in capitolo le parole, gli esempi, in breve il dinamismo che stimola senza costringere.

Monaca a pieno titolo. La santità non ha mai lasciato inerti le buone volontà.

Alla sua scuola, ogni suora dell'Incarnazione ritrovava la pre­ghiera, la sua profondità, il gusto dell'opera di Dio. In quel tempo, la passione di Cristo andava di moda. Sparsi nei chiostri, si incon­travano più di dieci luoghi destinati a rievocarla: statue patetiche, immagini, scene rappresentative. « La Spagna è sempre vissuta sotto il segno della Redenzione ». Quale acqua pura scaturisce dalle piaghe del Salvatore! Per mancanza di tempo durante il giorno, la Madre si alzava di notte per percorrere quelle stazioni. Le migliori la imitavano.

A quella moltitudine di donne giovani, meno giovani, inclini alla toilette o al flirt, bisognava ridare il senso di una vita di rinunzia.

Non c'era un abito uniforme: gli strascichi, le gonne, le cuffie colorate, gli anelli, i braccialetti rivelavano le disparità e le diffe­renze di condizione sociale. Per farsi notare, ci si agghindava con i vestiti dei parenti defunti: zie, madri o sorelle. Nei giorni di festa, si tirava fuori dai cassoni, per farne sfoggio, questa cacofonia di abiti, di ornamenti, di fronzoli. Come se quella casa di Dio avesse presieduto a un perpetuo carnevale!

Dalla città scendevano i gentiluomini sfaccendati; nei parlatori si tramavano strane tresche. Certo, l'Incarnazione non era il convento più rilassato della Castiglia, tutt'altro! Ma senza dub­bio la priora, con il suo saio rattoppato, il suo velo rammendato e ingiallito, i suoi piedi nudi, non poteva tollerare abusi così evi­denti.

Come comportarsi?

« E' cosa degna di ammirazione il vedere come ciascuna arrivò ad amarla », scrive Mana Bautista.

Ciascuna mangiava in quantità sufficiente, ciascuna ritrovava il gusto dell'avventura spirituale. Non c'è quindi da meravigliarsi che alcune andassero a dichiarare alla Madre:

- Sarebbe bene che lei avesse le chiavi delle ruote del mona­stero e dei parlatori; potrebbe così giudicare l'opportunità delle nostre visite.

Il padre Graciàn nota: « Era come consegnare le chiavi di quella cittadella dove il demonio si era arroccato ».

Tutto ciò non poteva mancare di provocare gravi agitazioni nel monastero stesso e soprattutto in città!

Un certo gentiluomo, stanco di sentirsi ripetere dalla portinaia che la sua dulcinea era invisibile, fece chiamare la Madre alla grata e sfogò tutta la sua bile in termini più degni di un corpo di guardia che di un parlatorio di convento. La priora lo ascoltò, calma; poi, con tono signorile, rispose:

- Vostra grazia farebbe bene a desistere dalle sue importune assiduità... altrimenti ne avvertirò il re.

Nessuno ha descritto la faccia del nostro Picaro mentre risali­va verso le mura, ma nei salotti di Avila ci si ripeteva che era meglio non arrischiarsi all'Incarnazione: la Madre Teresa de Jesùs aveva appoggi influenti. Che cosa sarebbe avvenuto se l'Escorial si fosse intromesso? Il re, vestito di nero, molto cavilloso in materia di etichetta, scherzava poco con la morale... almeno per gli altri.

Sotto quei vecchi chiostri l'amore di Dio e la santità suscitava­no una nuova vita.

Un mese dopo il suo insediamento, Teresa poteva scrivere a dona Luisa: « Si è in pace; e questo, grazie a Dio, è già molto... Le sorelle vanno già rinunciando ai loro intrattenimenti e alle loro libertà... Di anima non mi pare di turbarmi in questa babilonia: lo ritengo per una grazia di Dio » (Lettere 7.11.1571, p. 120s).

Tuttavia, tali cambiamenti non avvenivano senza fatica. Tre fattori opprimenti rendevano la vita molto dura alla nuova priora:

la mancanza di mezzi economici, l'eccesso di lavoro, la cattiva salute.

Nel campo temporale, le sue qualità di organizzatrice, il gran numero delle sue conoscenze, la sua fede invincibile nella Provvi­denza - come abbiamo visto - sopperivano alla penuria. L'in­verno del 1573 fu terribile per le suore, come lo era per tutta la gente contadina della Castiglia. Abbiamo già detto che la Spagna sprofondava nel fallimento, in mezzo alle fanfare del secolo d'oro, come un galeone carico d'oro che cola a picco in mari senza fondo.

Il travaglio della riformatrice nasceva dalla sua preoccupazio­ne di riformare senza imporre la riforma.

« Cambiare abitudini è una morte », scrive giustamente a dofla Luisa (Lettere 7.11.1571, p. 121). A questo compito sovrumano, all'inizio, faceva fronte tutta sola.

Teresa de Ahumada presiedeva al destino di dame dell'aristo­crazia, le quali s'intendevano a meraviglia per mantenere le di­stanze.

Ah! come paragonare l'essere priora all'Incarnazione con l'es­serlo a San José? Laggiù, in mezzo alle scalze, Teresa veniva chiamata « Madre », e lo era; qui, in questo universo in cui non veniva dimenticata nessuna delle proprie prerogative, la chiama­vano « signora priora » e come tale la trattavano.

Il suo dovere, il suo primo dovere, come aveva ella stessa più volte proclamato, consisteva nel « servire » quelle signore.

Ora, quelle povere monache erano oppresse da debiti e da obblighi insopportabili!

Poco tempo fa è stata scoperta negli archivi la famosa dotazio­ne di don Bernardo de Robles.

Don Bernardo, una volta, aveva versato al monastero una somma considerevole di maravedi e grazie a questo contributo era stato possibile terminare le costruzioni. Ma a prezzo di quali obblighi! Tutte le notti, a turno, una suora, con un cero in mano, doveva stare davanti al Santissimo Sacramento e pregare per il defunto.

La famiglia sorvegliava l'applicazione esatta del contratto.

Le suore facevano appello a Roma poiché, decisamente, que­st'impegno era troppo pesante: l'adorazione perpetua in notti ge­lide, sotto un tetto sfondato, con porte che cigolavano, sbattevano al minimo soffio di vento, in una casa piena di malate, tormentata dalla fame, resa ancor più gravosa dalle numerose assenze.

La Santa Sede autorizzava alcuni cambiamenti: alla fine della compieta, ogni sera, bisognava recitare i sette salmi penitenziali, come se ogni suora non avesse già abbastanza preghiere da dire!

Intelligentemente, la priora prese in mano la faccenda, negoziò con la curia romana e, da Segovia, il 17 settembre 1574, fece sopprimere con una semplice firma tutte quante quelle condizioni opprimenti.

 

Nuova fatica.

Inchiodata all'Incarnazione dai doveri della sua carica, Teresa restava pur sempre la fondatrice e la riformatrice di sette mona­steri di scalze. Da Avila continuava a dirigere, consigliare, anima­re quei colombai della Vergine, attraverso una corrispondenza assidua, che divorava le sue notti troppo brevi. Ma non tutto si risolve per mezzo delle lettere.

Il commissario apostolico ci teneva che la Madre restasse ad Avila, per paura di vedere svanire in men che non si dica l'opera già compiuta. Provvidenzialmente, gli amici della fondatrice l'aiu­tavano ad uscire dall'Incarnazione.

La duchessa d'Alba, dona Mana Enrfquez, chiedeva al re che le venisse mandata Teresa. I suoi figli combattevano nelle Fiandre e aveva bisogno di consolazione.

In quel tempo, i grandi potevano tutto. Ecco dunque, quel 3 febbraio 1573, la fondatrice di nuovo in viaggio. E' facile immagi­nare come ne approfittò per aiutare le sue figlie di Alba e di Salamanca!

29 luglio 1573.

Le suore di Salamanca, rinchiuse nel loro convento umido come una cisterna e malate, richiedevano il suo aiuto per un tra­sferimento. « Vedendo la loro virtù e le sofferenze che pativano, il padre Pedro Fernàndez fece venire Teresa dall'Incarnazione ».

La Madre vi rimase fino a S. Michele, data in cui s'insediò il nuovo monastero. « La cappella era del tutto nuova e le tegole così mal connesse, che vi pioveva dentro quasi dovunque », ma, come aveva predetto Nicolàs Gutiérrez, il sole cominciò a splendere su musicisti, predicatore, celebranti e devoti.

La casa era ottima, ma il propietario, don Pedro de la Banda, era un attaccabrighe e uno zoticone. Tutto ricominciava a peggio­rare quando si pensava di aver finito.

« Ciò ch'io so », conclude la Madre, « è che in nessun mona­stero di quelli che il Signore ha finora fondato della regola primi­tiva, le religiose hanno passato, senza paragone possibile, tanto grandi tribolazioni... Che una casa sia comoda o no, importa poco; anzi, è una gran gioia per noi trovarci in una dimora dalla quale ci possono cacciar via, ricordandoci come il Signore del mondo non ne ebbe alcuna » (Fondazioni XIX, 10-12, p. 1 60s).

Salamanca non fu la sola ed unica uscita da Avila.

Nel 1574, Segovia chiamava Teresa per una nuova fondazio­ne. Nessuno poteva ormai impedirle di continuare la sua opera. Prima che fossero passati tre anni dalla sua nomina a superiora, a dispetto del provinciale, del commissario apostolico, la Madre fundadora riprendeva il suo lavoro come se non lo avesse mai interrotto.

Tuttavia, il suo stato di salute continuava ad essere pietoso.

Il 7 marzo 1572, ella scrive: « Mi trovo così male in questo paese che non mi pare neppure di esservi nata. Sarò stata bene, credo, un mese e mezzo, da principio... alla quartana si aggiunsero i dolori di fianco... La quartana è scomparsa, ma ho sempre un'al­tra specie di febbre... Inoltre mi tormenta assai un certo mal di denti che mi dura da un mese e mezzo circa » (Lettere 7.3.1572, p. 127).

Questa malata cronica si confida soltanto con i suoi corri­spondenti.

La novizia dofia Maria del Castillo dichiara che, malgrado la sua età e la cattiva salute, non ci si accorgeva di nulla. Teresa osservava i digiuni e le austerità della regola primitiva. Ana Maria Gutiérrez, che divideva con lei la sua cella, aggiunge che quando stava molto male veniva gettato un leggero materasso sul suo pagliericcio, ma che appena si sentiva un tantino meglio, lo faceva subito togliere.

Una sera, al momento di andare a letto, la Madre le confidò:

- Credi, figlia mia, che nostro Signore ha riversato sul mio corpo i tormenti del Purgatorio.

Ana replicò:

- Madre, lasci che le imponga le sante reliquie.

Ma la malata aggiunse:

- Lasciami soffrire un po' di più!

Come l'apostolo, Teresa sovrabbondava di gioia nelle sue pro­ve: « La febbre mi riprese prima di natale con un gran mal di gola, sicché mi dovetti purgare e salassare due volte. Verso l'epifania fui assalita dalla quartana... Considerando il gran bene che Dio opera in questa casa, mi sforzo di non stare a letto che durante la febbre, la quale mi dura tutta la notte. I brividi cominciano a farsi sentire verso le due, a poco a poco » (Lettere 4.2.1572, p. 123).

Come condurre a buon fine un lavoro così gigantesco con un corpo ridotto in così cattivo stato? Ce lo possiamo domandare all'infinito... Dimenticheremmo forse l'eterno paradosso cristia­no, familiare a quelli che vivono il Vangelo in profondità? « Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo... quando sono debole, è allora che sono lorte» (2Cor 12,9-10).

Bisognava davvero che la forza di Dio risiedesse in questa donna non comune, arrivata quasi alla sessantina, oppressa da mali di ogni genere, a cui veniva imposto un carico ben al di sopra dei suoi limiti.

Così il monastero dell'Incarnazione, testimone delle prime gra­zie mistiche, vedeva un'effusione di favori straordinari che permet­teva alla riformatrice di far fronte a una situazione straordinaria. Il seguito della storia lo rivelerà e ci mostrerà nello stesso tempo come i santi, anche se, al pari di noi, cozzano contro le difficoltà di questo mondo, riescono tuttavia a vincerle e a trasfigurarle.

 

Sabato 19 gennaio 1572. Per tutta la giornata, la neve è caduta senza interruzione, ricoprendo con un mantello di candida ovatta la città e le mura. Sotto il pallido chiarore di una luce fioca, la città si erge, fantomatica.

Giù in basso, nel quartiere de los Ajates, il monastero stesso non è che una massa nevosa in più. Il chiostro superiore somiglia ai sentieri della Sierra. Con scope di ginestrone, due domestiche, instancabilmente, rimuovono la neve che la burrasca fa cadere a profusione sotto il porticato.

Chi non ha visto Avila con questo tempo da cani non ha visto 'nulla, non sa nulla di quel rigido compagno della città dei cavalie­ri, sua maestà l'inverno.

Tutto è fermo, insabbiato, mummificato, eternizzato dal silen­zio e dal gelo.

Tutto... salvo la priora. Fin da stamattina, va e viene. Ah! quante leghe bisogna percorrere in quei chiostri immensi, dal coro alla cella priorale, dalla cella alle infermerie, al capitolo, al refetto­rio, al parlatorio infine!

Nel bel mezzo del pomeriggio, ha suonato una campana. Van­no a chiamare la priora: Agustin, il « garzone » del « santo genti­luomo », porta tre sacchi di ceci e due cesti di cavoli. Con il viso colorito dal freddo, soffiando sulle dita intirizzite, ha lasciato la mula ferma all'entrata. Teresa ha avuto appena il tempo di salutar­lo, d'invitarlo a sedersi. Da suo padre, nella sua casa, ha imparato a parlare alle persone umili, semplici.

- Aspetta, Agustin, adesso ti portano una bevanda calda col miele, mentre io butto giù due parole di ringraziamento per il tuo padrone.

Banalità dei gesti nella più banale delle giornate, nel periodo più banale dell'inverno.

Ormai è calata la notte: dopo la frugale cena, terminata la ricreazione, si odono i lenti rintocchi di compieta.

Nel coro superiore si accendono le lampade. Alla curva dei corridoi si vedono alcuni punti scintillanti. Su una scala in cattivo stato, molte volte si è vista la priora stessa ferma li ad illuminare il passaggio pericoloso.

Comincia la recita dei salmi, modulata da un centinaio di voci. Allora, chi lo avrebbe potuto prevedere? Il cielo si aprì. Leggiamo il racconto della Madre:

« La vigilia di s. Sebastiano, il primo anno del mio priorato all'Incarnazione, nel momento in cui cominciava la Salve Regina, vidi la Madre di Dio, accompagnata da una gran moltitudine di angeli, scendere verso il seggio della priora, dov'è la statua di Nostra Signora e collocarsi li. A quanto mi sembra, allora non scorsi l'immagine, ma questa eccelsa Signora, che mi parve somi­gliare un po' al quadro regalatomi dalla contessa; fu, però, una vista troppo rapida per poterlo precisare, essendo subito entrata in una profonda sospensione. Mi sembrava di vedere angeli sopra la cornice dei seggi e sopra gli appoggiatoi posti innanzi ad essi, non, però, in forma corporea, perché la visione era intellettuale. La Vergine rimase lì tutto il tempo della Salve Regina e mi disse:

"Hai fatto bene a mettermi qui; così mi troverò presente alle lodi che saranno rese a mio Figlio, e gliele presenterò". Dopo que­sto, io rimasi nell'orazione che mi è abituale, in cui la mia anima gode di stare con la Santissima Trinità, e mi sembrava che la persona del Padre mi avvicinasse a sé e mi rivolgesse parole assai dilettevoli. Fra l'altro mi disse, a dimostrazione di quanto mi amasse: "Io ti ho dato mio Figlio, lo Spirito Santo e questa Vergi­ne. E tu, che cosa puoi darmi? "» (Relazioni XXV, p. 484s).

 

3 - « Questo confessore che e' un santo »

 

« Lei potrebbe partire per Salamanca, don Julia'n, lunedì pros­simo, con i mercanti di lana. Parlerebbe da parte mia al padre Pedro Hernàndez, il nostro visitatore apostolico. Gli spiegherebbe la nostra situazione: ogni seria riforma di questo monastero si rivela impossibile finché non avremo confessori migliori dei padri calzati. So bene che fin dalla fondazione essi sono accreditati presso questa casa, ma per il momento le cose sono arrivate al punto che, dopo una settimana di sforzi in comunità, vedo le migliori risoluzioni crollare poiché essi annientano in pochi istanti le volontà e le decisioni più risolute. Vedo chiaramente che, a continuare così, costruisco sulla sabbia. Il padre visitatore ci dia come padri spirituali degli scalzi, per esempio Fray Juan de la Cruz. Allora potrei rispondere del progresso, nel Signore, di cia­scuna delle mie consorelle ».

Così parlava la Madre, all'inizio di quell'estate del 1572, a Juliàn d'Avila, il fedele cappellano di San José e il suo migliore portavoce, fatto venire al parlatorio del convento...

« Nell'ottava della pentecoste il Signore mi fece una grazia e mi diede la speranza che questa casa avrebbe fatto progressi, voglio dire le anime che ne fanno parte » (Relazioni XXXI, p. 489s).

La cronista di quel tempo, la celeberrima Maria Pinel, fa un enfatico commento a queste parole, attribuendolo alla santa: « In questa casa non mancavano mai anime che piacessero a Dio. Per il momento, ce n'erano più di quattordici. Se Dio ne avesse contate altrettante al tempo del diluvio, per riguardo verso questi giusti, non avrebbe mai distrutto il mondo sotto le acque ».

Ma c'erano persone capaci di disfare l'opera della riformatri­ce: erano nientedimeno che i carmelitani calzati.

Il loro convento, costruito a ridosso delle mura della città, accoglieva una dozzina di padri. Alcuni di loro scendevano ogni settimana a confessare le suore. Centottanta monache da ascolta­re! non era un lavoro da poco! Bisognava però che fosse compiuto in maniera opportuna! Ora, in questo caso, l'influenza dei monaci ostacolava la buona volontà della priora e delle sue sottoposte.

Realista, Teresa chiedeva dei veri religiosi: al visitatore, pro­poneva Juan de la Cruz, né più né meno.

Il padre Hernàndez storse il naso, esitò. Mandando dei padri scalzi, non si sarebbe inimicati i carmelitani di Avila? Dopo aver consultato il nunzio Ormaneto, il domenicano chiese a Fray Juan di andare all'Incarnazione. Il santo arrivò verso la metà di settem­bre del 1572. Così, fin dal 27 di quel mese, Teresa poteva scrivere a sua sorella Juana de Ahumada: « Fa un gran bene il carmelitano scalzo che confessa qui. E' il padre Juan de la Cruz » (Lettere 27.9.1572, p. 139).

Togliere Fray Juan agli studenti carmelitani di Alcalà de Hèna­res, là dove poteva correggere gli abusi, le deformazioni di cui, novizi, erano stati vittime alla Tebaide di Pastrana, non significava forse compromettere l'equilibrio e il progresso dei carmelitani contemplativi?

Certo, Teresa sapeva bene che Fray Juan lasciava lì un eccel­lente collaboratore: Fray Gabriel de la Asuncin.

D'altra parte, Fray Juan non sarebbe rimasto ad Avila oltre la durata del suo priorato; in altre parole: non più dei due anni che le restavano da compiere. Ora, la riforma dell'Incarnazione, se­condo lo spirito della mitigazione, era di grandissima utilità per la riuscita dei conventi della prima regola. Non si costruisce una casa senza muratori né manovali, anche se si è forniti di un architetto di valore.

Teresa costruiva. Dove avrebbe trovato le sue collaboratrici:

priore, vicepriore, maestre delle novizie, se non nel suo primo monastero?

Trenta monache e quattro secolari - ripetiamolo - accorsero dall'Incarnazione nei nuovi colombai della Vergine. Otto soltanto ritornarono alla loro comunità d'origine, per mancanza di salute. Ciò non toglie che l'opera teresiana non sarebbe mai sorta senza quest'apporto insigne. Il ruolo di Juan de la Cruz non si annuncia­va superfluo.

 

Quando seppe che il nunzio Ormaneto inviava il primo degli scalzi come « vicario del convento », la Madre riunì le monache in capitolo e, raggiante di gioia, dichiarò:

- Signore, vi do come confessore un padre che è un santo.

All'inizio, Fray Juan alloggiava presso i carmelitani, vicino alle mura. Perdeva molto tempo a scendere. La stagione inclemente rendeva difficile il suo cammino e le morenti rischiavano di rima­nere prive del soccorso dei sacramenti. Nel gennaio del 1573, il visitatore apostolico rimase stupito del progresso spirituale della comunità. Egli scriveva alla duchessa d'Alba: « Tutte le suore dell'Incarnazione vivono in uno stato di pace e di santità altrettan­to perfetta quanto le dieci o dodici del vostro monastero di Alba de Tormes: la mia ammirazione e la mia felicità sono quindi gran­dissime »

Decise dunque che per Fray Juan e il suo compagno venisse costruita a ridosso del muro di clausura una casetta, che veniva chiamata « la casa de la torrecilla ». Piccola, sul davanti aveva un patio con un muretto che si poteva facilmente scavalcare... Viveri e cibo erano portati loro dal monastero.

In Avila, la gelosia e la cattiveria provocarono molti pettego­lezzi a proposito di quella casetta di monaci così vicina a un monastero di suore. Dopo la cattura di Fray Juan, nel 1577, venne demolita per ordine superiore.

Ma per il momento, non siamo ancora a questo punto. A dir il vero, Fray Juan si mostrava indifferente a tutte quelle chiacchiere monastiche e cittadine.

Era stato nominato confessore e avrebbe assolto il suo incarico senza timore dell'accoglienza che avrebbe potuto essergli riserva­ta né della diffidenza provocata dalla sua qualità di scalzo.

Calmo, attento, autenticamente evangelico, egli riceveva chi andava a trovarlo.

Nessuno meglio di lui riusciva ad afferrare le discordie, le puerilità alle quali si abbandonava quell'universo di donne, spesso costrette nella loro vocazione e tiepide nel servizio di Dio.

Pazienza e comprensione. Con quella dolce « testardaggine » che più tardi gli sarà rimproverata dai suoi persecutori di Toledo, Juan aiutava le coscienze a mettere in pratica le esortazioni e gli ordini della priora.

Il suo disinteresse, il suo amore totale di Dio non lasciava nessuno indifferente. Ben presto si poté notare un cambiamento:

- Che cosa fa a queste monache - gli chiedevano - per ottenere che facciano ciò che lei desidera?

Ed egli replicava:

- Dio fa tutto; a tal fine ordina che esse mi amino.

C'era una giovane suora, graziosa, dalla voce deliziosa, ma decisamente maliziosetta. Era stata soprannominata « Roberto il Diavolo ».

Aveva una certa paura quando andò ad inginocchiarsi ai pie­di di quel confessore che veniva ritenuto severo. Fray Juan si accorse del suo turbamento e, con voce dolce, le raccomandò di non avere paura. Non doveva tremare pensando che « un confes­sore fosse un santo ». Lui non lo era e in ogni modo, quanto più erano perfetti, tanto più erano benevoli e meno si meravigliavano delle debolezze umane, poiché le comprendevano dal di dentro, pur deplorandole più di quelli che non erano santi. La nostra giovane, rasserenata, ritrovò la fiducia e cominciò ad accostarsi spesso al confessionale di quell'uomo pieno di Dio che l'aveva subito capita.

Fray Juan de la Cruz non era l'essere « dagli occhi asciutti » di cui si è parlato con tanta leggerezza. Pieno di misericordia, lo si poteva sorprendere ora intento ad insegnare il catechismo ai bam­bini del quartiere de los Ajates; ora mentre pagava un paio di scarpe ad una suora troppo povera, a piedi nudi, incontrata appe­na uscito dal convento; oppure nell'atto di donare alle monache malate i piccoli regali che gli venivano offerti.

La squisita delicatezza che mostrava nei suoi rapporti con tutti, si tingeva di maggior tenerezza verso le persone ferite dalla vita. Ah! non aveva dimenticato il tempo in cui, giovane infermie­re, assisteva gli invalidi di Medina del Campo.

Quando penetrava nel chiostro per portare il viatico, venti sguardi lo spiavano. Dal suo raccoglimento, dal suo modo di tene­re il Santissimo Sacramento, si indovinava un misterioso splendo­re. A donne che vivono sempre rinchiuse sfuggono poche cose;

meno che ad ogni altra alla priora, che lo conosceva da lungo tempo.

Teresa aveva cinquantasette anni e mezzo, Fray Juan trent'an­ni. Dal 1567, data del loro incontro a Medina del Campo, i due santi non si erano più trovati di nuovo riuniti. Lo furono qui, ad Avila.

Come accostare due personalità più simili e nello stesso tempo altrettanto disparate?

Da un punto di vista umano, li separava un abisso.

Teresa, alla soglia della vecchiaia, espansiva, sottile conosci­trice degli uomini e delle cose, rapida nelle sue decisioni, entusia­sta, eloquente, con l'anima a fior di pelle. Impaziente di agire, considerando sempre il lato pratico delle cose e dandosi subito da fare in tal senso. Temperamento da capo, molto umile e sottomes­sa ai suoi superiori, ma anche libera, conquistatrice delle energie e dei cuori, un'appassionata, afferrata una volta per tutte da Cristo e fermamente intenzionata a consacrargli il meglio di sé per il più arduo dei combattimenti. Soldato per vocazione. Qualunque fosse la posta in gioco nelle battaglie, l'essenziale per lei era « arrischia­re la vita », guerreggiare:

« Non dormite or, non dormite, ché non c e piu pace in terra » (Poesie XXIX, p. 620).

 

Juan de la Cruz, al contrario, un silenzioso, un riservato. Pa­drone assoluto della sua sensibilità che incanalava lucidamente verso Cristo, l'« Amato », e i poveri, sua vera immagine. Parco di parole, misurato nelle effusioni, votato a vivere nell'ombra per determinazione. Il meditativo della Sacra Scrittura, l'osservatore giudizioso delle passioni, il cuore puro, completamente liberato da ogni traccia di egoismo. Simili talenti, innati o acquisiti, gli confe­rivano un'apparenza di dialettico dello spirito, inflessibile. Ag­giungiamo che, malgrado la sua santità e la sua umiltà, conservava una certa giovinezza e dunque un granello di severità. Abbatten­dosi su di lui con tutte le loro forze, le prove non avrebbero tardato a perfezionare la maturità spirituale del primo degli scalzi, mitigando le sue esigenze di santità con una pietà infinita per ogni sorta di miserie.

Tuttavia, queste due anime immense si ritrovavano unite sul-l'essenziale: nella comunione trinitaria, nella preoccupazione del­la fedeltà al Carmelo, in una non comune passione di Dio e della perfezione. Mai Avila possedette nello stesso tempo due persona­lità altrettanto rare, due luci altrettanto limpide, per dare alla Chiesa del XVI secolo il suo insuperabile splendore.

Immediatamente, con la fede di una cristiana e l'umiltà della discepola, Teresa si rivolse al nuovo confessore. Egli non la ri­sparmiava.

Un giorno in cui si accusava di non averlo trattato con il rispetto dovuto alla sua funzione, le rispose:

- Si corregga di questo difetto, figlia mia!

Nei suoi confronti, egli manteneva un certo partito preso di freddezza e di severità, misto a una punta di umorismo.

Davanti alle suore, le disse:

- Madre, quando si confessa, lei si discolpa così garbata-mente!

In quell'ambiente chiuso e necessariamente teso, non si capì forse sull'istante che si trattava di uno scherzo, si gridò all'umi­liazione. Ma il giovane carmelitano sapeva che cosa voglia dire parlare.

Per il resto, la Madre era entusiasta.

« A sentire Fray Juan rievocare i misteri della nostra fede, si vedeva con quale luce li comprendeva e li penetrava: si sarebbe detto che li avesse sotto gli occhi ».

Ah! certo, non si era ingannata, sei anni prima, a Medina del Campo, quando aveva presagito le alte promesse che portava in sé il figlio della povera Catalina de Yepes.

Oggi, Teresa amava ripetere:

- Tutte le cose che mi dicono i teologi, le trovo riunite nel mio piccolo Seneca.

Allora le grazie di Dio cominciarono a piovere su questi due santi provvidenzialmente riuniti. Per lo meno, conosciamo quelle ricevute dalla santa Madre, poiché, in quanto a Juan de la Cruz, il suo gusto invincibile del riserbo non ci ha illuminato molto sulla sua radiosa ascesa.

«Mentre ero nel monastero dell'Incarnazione, il secondo anno del mio priorato, durante l'ottava di s. Martino, nel momento in cui stavo per comunicarmi, il padre Juan de la Cruz che mi dava il Santissimo Sacramento divise l'ostia per farne parte a una conso­rella. Io pensai che non lo facesse per mancanza di particole, ma per mortificarmi, perché io gli avevo detto che mi piacevano molto le ostie grandi, pur sapendo che ciò non ha importanza, dal mo­mento che il Signore è tutto intero anche in un minimo frammen­to. Ed ecco che Sua Maestà mi disse: "Non temere, figlia mia, che alcuno possa esser causa di separarti da me", facendomi così intendere che la cosa era priva d'importanza. Mi apparve allora mediante visione immaginaria, come altre volte, nel più intimo dell'anima, e, porgendomi la mano destra, mi disse: "Guarda que­sto chiodo: è il segno che da oggi in poi sarai mia sposa. Fino a questo momento non l'avevi meritato; d'ora in avanti avrai cura del mio onore, non solo perché sono il tuo Creatore, il tuo Re e il tuo Dio, ma anche perché tu sei la mia vera sposa: il mio onore èormai il tuo, e il tuo mio" » (Relazioni XXXV, p. 492s).

Per tutta la giornata, Teresa rimase « profondamente assor­ta ». Aveva ricevuto il favore più insigne del matrimonio spiritua­le, all'ombra, per così dire, del suo primo monaco scalzo.

Certo, la presenza di questo santo confessore, in poche setti­mane, aveva cambiato l'atmosfera del monastero. Alla fine di gen­naio del 1573, come abbiamo visto, il commissario apostolico proclamava la sua ammirazione. La Madre aveva visto giusto, pensò. Uno scalzo stava trasformando un convento di mitigate. Perché non inviarne altri otto fra i carmelitani di Avila per occu­parvi le cariche principali? Buona intenzione che si sarebbe rivela­ta disastrosa all'epoca della grande crisi del 1579.

Fray Juan rimaneva l'uomo provvidenziale. La quaresima del 1573 si svolse con fervore ancora maggiore. La Madre e il confes­sore marciavano in testa. Al di là delle contraddizioni e di alcuni cattivi soggetti i cui raggiri riuscivano a turbare la comunità, tutto il monastero si metteva al passo.

I problemi, le difficoltà assillavano i conventi della riforma. A Malag6n, bisognava mandare una nuova priora; a Pastrana, di­chiarazione di guerra tra la duchessa e le carmelitane; a Alba de Tormes, contrasti in materia di contratti.

Non potendo uscire, tanto era accaparrata dalla direzione del­l'Incarnazione, Teresa inviava talvolta Fray Juan.

Come? a Medina, Isabel de San Jerònimo era « invasata dal demonio »? « Le mando - scriveva la Madre - il santo Fray Juan de la Cruz a cui Dio ha dato la grazia di liberare gli ossessi dal demonio » (Lettere 5.1573, p. 147).

Realista, il confessore « conobbe che non era posseduta dal demonio, ma che piuttosto era malata di nevrastenia e mancava di criterio ».

Medina del Campo, poco dopo Segovia. Fray Juan è lì, sulle orme della fondatrice. Compare appena quanto basta, il tempo di rendere un servizio, per trarsi subito in disparte.

Ma Teresa non si sbagliava. Dopo Dio, sapeva bene a chi doveva attribuire il successo di tanti sforzi.

Quattro anni più tardi, nel novembre del 1578, scriveva ad Ana de Jesùs, priora a Beas, queste parole che equivalgono a un panegirico: « Il padre Fray Juan de la Cruz è uomo celestiale e divino... Da quando egli è venuto da codeste parti, io non ho più trovato in tutta la Castiglia chi gli somigliasse a infervorarci nel cammino del cielo. Non può credere come mi senta sola senza di lui! » (Lettere 11.1578, p. 771).

Congiunzione di due astri, di due santi, per appena ventiquat­tro mesi. Testimone di questo incontro straordinario, l'Incarna­zione, sotto l'incomparabile purezza del cielo di Avila. Come po­trebbe la città dei cavalieri non conservarne la traccia indelebile?

Nelle ore di raccoglimento, al calare del sole, o quando l'in­verno accerchia le sue mura, i suoi bastioni; quando in un con­vento lontano rintocca una campana, quando un'ombra furtiva varca la porta San Vicente o s'introduce a San Pedro, un sussulto segreto vi scuote: « Se fosse la santa Madre... se fosse il piccolo Seneca? »...

- Stia bene attento - mi diceva il padre Bànez - entrando nel parlatorio della Trinità, all'Incarnazione, non vada a battere la testa contro il soffitto... come avvenne a Fray Juan...

Pavimento di mattoni, muri appena intonacati, grata di legno, una ruota nell'angolo...

La Madre e Fray Juan s'intrattenevano sulle tre Persone divine.

La nipote di Teresa, Beatriz de Jesùs, che era portiera, cercava la priora per chiedere un permesso.

Entrò alla chetichella, o più esattamente, dal. piccolo lucerna­rio intagliato nella porta, e sorprese la santa Madre sollevata da terra.

Dall'altra parte della grata, lo stesso avveniva al confessore.

A mo' di scusa, la santa disse - e vediamo il sorriso aleggiare sulle sue labbra -: « Non si può parlare di Dio con il mio padre Fray Juan de la Cruz senza che vada in estasi e vi faccia andare gli altri! ».

Era la domenica 17 maggio del 1573, festa della Santissima Trinità.

 

4 « A Segovia, c'era una signora... »

 

« A Segovia, c'era una signora, vedova del possessore di un maggiorasco, chiamata dona Ana de Jimena. Era venuta una volta a trovarmi ad Avila ed era una gran serva di Dio, che aveva avuto sempre la vocazione per la vita monastica. Pertanto, una volta fatto il monastero, vi entrò » (Fondazioni XXI, 3, p. 172).

Eccellente domanda, ma la fondatrice aveva le mani legate: il visitatore apostolico le aveva lasciato capire che bisognava so­spendere ogni nuova fondazione. In tali discorsi, si riconosce l'in­tervento del provinciale, il padre de Salazar, per il quale il priorato di Teresa all'Incarnazione metteva un freno al progresso della riforma carmelitana.

Il Signore prese in mano la cosa. Teresa si sentì obbligata a parlare con il padre Hernàndez. Gli ricordò l'ordine del generale:

« Andare ovunque le veniva proposta una casa ». Segovia si pre­sentava in condizioni eccellenti. Già il vescovo e la città davano il loro consenso...

Ora, contro ogni aspettativa, il visitatore rispose « Sì » alla richiesta. Non restava che da organizzarsi (Fondazioni XXI, 2, p. 17 1s).

Dona Ana de Jimena affittò una casa. Dopo l'esperienza di Toledo e di Valladolid, era meglio affittare, prendere possesso, poi comprare. Del resto, come avrebbe potuto fare la Madre: « Non avevo lì per lì neppure un centesimo » (Fondazioni XXI, 2, p. 172)?

Fin dal gennaio 1574, si dava l'avvio alla fondazione di Sego­via. Il nono colombaio della Vergine già si profilava sulla città dall'antico acquedotto.

Con una sonora risata, don Francisco de Salcedo mi racconta­va l'avventura. Juliàn d'Avila gli aveva narrato la storia per filo e per segno, con mille particolari e un briciolo di esagerazione me­ridionale, « donchisciottesca ». Ogni spagnolo che si rispetti non ha forse l'estro del cavaliere della Mancia?

- Valgame Dios! - esclamò vivacemente Salcedo. - E' dav­vero la più strana delle fondazioni nella più pacifica delle città. Un melodramma allestito in maniera eccellente con assembramento, grida, polizia, alguacils (guardie) e prigione!

Ma non anticipiamo; anzitutto, il viaggio.

Partenza da Avila giovedì 18 marzo 1574, prima dell'alba. Alla porta di San José l'equipaggio si preparava a partire.

Cinque monache, tutte scalze. Per la prima volta, la Madre non prendeva nessuno all'Incarnazione. Isabel de Jesùs, la novizia che con il suo bel canto l'aveva fatta cadere in estasi a Salamanca, una sera di pasqua, faceva parte del gruppo.

Era nata a Segovia; suo padre Andrés de Jimena, corregidor della città, aveva ottenuto le autorizzazioni richieste.

Oltre Fray Juan de la Cruz e Juliàn d'Avila, c'era anche un nuovo personaggio: Antonio Gaitàn, gentiluomo vedovo, di Alba de Tormes. Toccato dalla grazia, appena morta la moglie, si era messo a servizio del Signore, divenendo collaboratore della Ma­dre. Appassionato di Dio, in coppia con Juliàn d'Avila, trasforma­va in pellegrinaggi i suoi spostamenti.

Parlavano della Trinità, dell'orazione; le notti cattive, i giorni faticosi, la stanchezza, mostravano che non ci si cullava nelle dolci illusioni (Fondazioni XXI, 7, p. 174).

Infine, un giovane di diciassette anni, una specie di cavalier servente, Gonzalez de Ovalle, nipote della santa Madre.

- Andare da Avila a Segovia, lei lo sa, senor, non significa imbarcarsi per le Indie Orientali. Percorso breve, ma sentieri da capre attraverso la Sierra de Guadarrama. Fino a Villacastin si sale, si passa un colle e si avanza, beccheggiando nel vento, attra­verso gli altipiani, finché la cattedrale di Segovia emerge su un orizzonte di montagne.

Era marzo inoltrato e già la primavera viaggiava nelle nuvole. Ma il suolo coperto di fango, di neve sciolta, le buche impreviste, i blocchi di pietre scompaginati dall'inverno conferivano a quelld' marcia di un giorno un andatura da epopea. Dal torrione casti­gliano emana sempre un'aria di nobiltà e d'intransigenza.

Carrette cigolanti, sonagli di mule, grida degli arrieros; men­tre, sotto i loro copertoni, le suore recitavano le ore canoniche o si riposavano un po', Antonio Gaitàn e Juliàn d'Avila discorrevano di spiritualità, e tutta quella mistica carovana avanzava attraverso la Sierra, grottesca e grandiosa nello stesso tempo. La Spagna guerriera si emancipava dalla dominazione della Mezzaluna, la Spagna avventurosa conquistava il Nuovo Mondo, la Spagna con­tadina traeva da un suolo ingrato il suo pane e il suo spicchio d'aglio; tutte quelle Spagne si concentravano nell'avanzata delle carmelitane, come all'assalto di un alcazar.

« Hidalgo o cavaliere errante, povero soldataccio che trascina il suo spadone, mulattiere che facendo schioccare la frusta descri­ve in aria dei segni, o canta al vento, tutte queste figure diverse:

ecco il castigliano eterno o... vendo l'anima al diavolo! ».

Calata la notte, la comitiva si avanzava sull'ultimo pendio, fino alla porta dell'Acquedotto. Certo, in marzo, il sole non drappeg­giava di gloria il cielo, come nella stagione estiva. Ma, per entrare nella città di Segovia, tutte le campane suonavano « a gloria »: da San Marcos a San Martin, da San Miguel all'alta torre di San Esteban. Dimenticavo i tre conventi di francescane, i concezioni­sti, le agostiniane e il monastero solenne e reale del Parral, occu­pato dai girolimini.

Sulla soglia della porta della casa presa in affitto, nel quartiere della parrocchia di San Andrés, in via del Almuzara, dona Ana, « la fondatrice », aspettava le nuove venute, con un mazzo di chiavi in mano.

Questa donna di quarantaquattro anni, abituata ad accudire alle faccende di casa, aveva organizzato il necessario per sistemare una cucina, per poter dormire e per celebrare la messa.

Con una lampada in mano, la Madre fece il giro dell'alloggio e subito distribuì gli ambienti per trasformarlo in monastero.

Entrate di notte, alle carmelitane non restava altro che pren­dersi un po' di riposo per poter festeggiare S. Giuseppe alle prime luci del giorno e porre il Santissimo Sacramento.

A questo punto Juliàn d'Avila si dilunga su tutti i particolari in maniera ancor più pittoresca della Madre fundadora.

- Ha l'autorizzazione scritta del vescovo? - aveva chiesto strada facendo.

- No, - rispose Teresa - ma ho la sua parola.

- Storie, Madre! Lei sa che le parole non valgono molto davanti alla giustizia...

- Stia zitto, don Juliàn; vuole forse mettere in dubbio la sincerità di monsignore Diego de Covarrubias y Leyva, presi­dente del consiglio di Castiglia e del consiglio di stato...? E poi, se manca qualcosa, San José provvederà! Ci ha forse mai ab­bandonato? Le dico che domani, festa di San José, il monastero sarà fondato.

Chiuso il becco, Juliàn non poté far altro che tacere.

In effetti, allo spuntar di quel 19 marzo, una campanella che annunciava la messa risuonò come una tromba di guerra. La gente entra, prega, commenta. Il quartiere è in subbuglio.

Dopo l'eucaristia inaugurale, Juan de la Cruz celebrò la sua messa.

Venne a passare di lì il prevosto del capitolo, il nipote del vescovo: don Juan de Orozco y Covarrubias. Vide una croce su un portone: una cappella era sorta durante la notte, all'interno di un atrio.

- Di che si tratta? - chiese alle fedeli.

- E un nuovo convento di carmelitane venute da fuori, che si sono insediate proprio stamattina.

Mandò allora un servitore a chiedere se poteva celebrare la messa. Gioiosamente gli risposero di sì.

Ma ecco che nella strada risuonano alte grida. Una furia? Un uragano? Era il vicario, Hernando Martinez de Hiniesta. Vedendo il prevosto all'altare, brontolò:

- Avrebbe potuto scegliere un posto migliore per dire la messa!

Gettando occhiatacce in tutti gli angoli, scorse Fray Juan che, tranquillo come se niente fosse, continuava la sua preghiera.

- Chi ha messo lì « questo »?

Così dicendo, indica il Santissimo Sacramento.

- Toglietelo... Chi ha dato il permesso?... Sono ben deciso a mandarvi in prigione!

« In quanto a me », raccontava don Juliàn, « alla vista di quel­l'energumeno, ebbi il coraggio di fuggire. Per fortuna, una scala mi offriva un riparo in fondo all'atrio. Giusto in tempo di nascon­dermi li! ».

« Il vicario non volle abbandonare la nostra chiesa senza la­sciare un alguacii (guardia) alla porta... ciò servi a spaventare un po' le persone che stavano lì » (Fondazioni XXI, 8, p. 174).

La Madre conservava il suo sangue freddo. Sapeva di essere in regola. Le persone che vivono nel silenzio indovinano molte cose. Teresa sarebbe venuta presto a sapere che il capitolo dei canonici era in disaccordo con il vicario generale (così lo chiame­remmo oggi).

Quando questi vide all'altare il prevosto, suo nemico, la bile gli si agitò al punto di farlo cadere nel ridicolo.

Il nostro vicario si mise dunque a percorrere le vie della città in cerca di un prete, al quale comandò di dire la messa e di consuma­re il Santissimo Sacramento. Poi, con rabbia puerile, cominciò a strappare i paramenti, gli ornamenti dell'altare e a mettere sotto­sopra la cappella.

Le monache erano terrorizzate; Teresa restava calma. Ne ave­va viste ben altre, nel corso delle fondazioni. Una volta che la presa di possesso era fatta, « non dava mai molta importanza a quel che poteva accadere; tutti i suoi timori erano prima » (Fon­dazioni XXI, 8, p. 174s).

Come sappiamo, la Madre ritrovava dovunque vecchi amici o se ne creava dei nuovi. « Credendo nei fiori, spesso, li si può far nascere ».

Dopo la messa di quel giorno memorabile, venne a trovarla il prevosto del capitolo. Scoprirono di essere cugini. Tutto contento, don Juan promise il suo aiuto alle fondatrici; sarebbe venuto a somministrare loro i sacramenti; si sarebbe dedicato anima e cor­po al Carmelo.

La sera, accorse alla grata il rettore dei gesuiti, il padre Luis de Santander. Aveva conosciuto la Madre Teresa de Jesùs a Medina del Campo, al tempo in cui tutta quanta la città dei mercanti parteggiava per la santa di Avila. Avrebbe subito difeso la sua causa presso il vicario.

Infine, si presentò Andrés de Jimena.

- Bella storia! - esclamò. - E il suo servitore, Madre, che ha condotto tutte le trattative: con il vescovo, con la città... Il vicario non è che un vanesio. Se reagisce e ruggisce, non c'è da stupirsi: non manda giù di non essere stato preavvisato riguardo a questa fondazione.

- Quest'impresa - concludeva Juliàn - era opera di Dio. Ah, non era certo un affare di donne!

Adesso, sarebbe stato difficile per il vicario sfuggire nel labi­rinto delle procedure.

Permise dunque « che si recitasse l'uffizio e si celebrasse la messa ».

Per salvare la faccia, « tolse alle suore il Santissimo Sacramen­to »... fino a quando non avessero una casa comprata nella debita forma.

« Oh, Gesù » esclama Teresa. « Che fatica è quella di trovarsi fra tante contestazioni! Quando già sembrava che si fosse conclu­so tutto, si era da capo; non bastava dar loro quanto chiedevano; subito sorgeva un'altra difficoltà. Detto così, sembrava nulla, ma farne la prova fu cosa dura » (Fondazioni XXI, 8-9, p. 174s).

 

La Madre fundadora portava dentro di sé un segreto.

Che cosa l'aveva costretta ad accettare con tanta facilità la fondazione di Valladolid, se non il desiderio di trasferirvi le suore di Pastrana?

Laggiù gli avvenimenti erano precipitati. Tragici. Comici.

Il 29 luglio 1573, il principe Ruy Gòmez era morto. Ana di Eboli, sua moglie, in una crisi di misticismo iperacuto, decise di prendere immediatamente l'abito del Carmelo.

Fray Mariano dovette spogliarsi del suo e darlo a questa novi­zia in lacrime e in trance, lì, di punto in bianco, davanti al cadave­re del suo amatissimo sposo. Che effetto a corte!

Senza indugio, il padre Baltasar Nieto parti di notte per Pastrana. Alle due del mattino bussava alla porta delle carmelitane per annunciare l'eroica decisione:

- Sua signoria, già rivestita dell'abito della Vergine, arrivava in carretta coperta ed entrava in clausura accompagnata da sua madre.

- Gesù! - esclamò la priora Isabel de Santo Domingo: - la principessa in convento! la casa è perduta!

Sorvoliamo su questo avvenimento e sulle sue conseguenze che provocarono molti pettegolezzi a Madrid e altrove.

Antonio de Jesùs, chiacchierone secondo il suo solito, lo de­scrisse con tono frizzante alla duchessa d'Alba, sua amica.

« La principessa d'Eboli, con il nome di Ana de la Madre de Dios, è entrata in noviziato, incinta di cinque mesi. All'interno del convento, dà ordini e contrordini come una priora. Esige che le monache le parlino in ginocchio e con il massimo rispetto. Vostra signoria lo dica alla nostra Madre, se ancora non lo sa! ».

Già tutto il reame propalava la notizia e si smascellava dal­le risa.

Questa buffonata giunse agli orecchi del re. Sua maestà scher­zava poco in materia. Il consiglio di Castiglia prescrisse alla prin­cipessa di uscire immediatamente dal convento, di occuparsi dei figli e dell'amministrazione dei suoi beni: questo era il suo dovere.

Ana di Eboli, dopo la sua crisi di mania monastica risolta per istanza superiore, si inferocì ancor più, accanendosi contro le scalze.

Il seguito è noto: la loro fuga disperata in cinque giornate di viaggio, con la pioggia, la neve e il vento, per raggiungere la fondatrice a Segovia.

Il mercoledì santo, 7 aprile 1574, Isabel de Santo Domingo arrivava giusto in tempo per sapere che era stata nominata priora della nona fondazione, mentre le sue dodici compagne venivano ad accrescere, in una sola volta, la piccola comunità.

 

- L'annoierei molto, sen or, se le raccontassi le trattative per riuscire infine ad acquistare una casa - concludeva don Fran­cisco.

Difficoltà infinite come sempre, avversari più numerosi che mai. Francescani, canonici, mercedari, tutti, per bassi interessi, contendevano a Dio quella dimora.

A Teresa interessava finire prima di s. Michele. Effettivamen­te, questo desiderio si realizzò. E subito, in fretta e furia, ritornò all'Incarnazione di Avila per portarvi a termine, il 6 ottobre, il suo mandato di priora.

Frattanto, Segovia segnava un momento importante per la riformatrice che ricevette lì l'ispirazione di separare calzati e scalzi in province indipendenti.

A nord della città, secondo un'antica tradizione, si venerava una grotta dove, il giorno stesso in cui Teresa andava verso la città dei cavalieri, le apparve S. Domenico, il padre dei predicatori, che le promise di « aiutarla molto ».

Risalendo verso Villacastin, la sera della festa di s. Michele, la Madre lasciava dietro di sé un convento fiorente. Da ogni parte affluivano le vocazioni: ricco vivaio per la futura fondazione di Beas.

In quanto al suo soggiorno a Segovia, era stato percorso da segni, da incontri simili al balenare di lampi sotto la nube.

Fray Diego de Yanguas, dottore in teologia al convento di Santa Cruz, andava a confessarla. La conosceva da lunga data poiché, all'epoca della fondazione di San José, in Avila, studiava a Santo Tomàs. Aveva allora ventitré anni. Di costumi austeri, pie­no di senno, il domenicano avrebbe continuato ad aiutarla « du­rante gli otto anni che la separavano dalla sua morte ». Se rimpro-vereremo sempre a questo illustre letterato di aver comandato a Teresa di bruciare le sue meditazioni sul Cantico dei Cantici (or­dine a cui ella obbedì immediatamente), ci rimane di lui una cele­bre parola detta alla priora Isabel de Santo Domingo:

- Quando voglio raccogliermi in preghiera e prepararmi a celebrare la messa, prendo quel brasero che è il Libro della mia vita e mi riscaldo al suo calore.

 

La Madre fundadora ha lasciato Segovia. Poteva immaginare che quattro anni più tardi, proprio li, il suo « piccolo Seneca »sarebbe divenuto priore degli scalzi?

Ai piedi dell'Alcàzar, nell'antico quartiere ebraico San Mar­cos, vicino alla Vergine de la Fuencila, Fray Juan aiutava muratori e novizi a costruire il convento. Pietre rosse, quadrate, tagliate nel vicino sperone roccioso, di colore fulvo, simile ai tramonti nel cuore dell'estate.

Tuttavia, il vero lavoro del priore non lo confinava nella cava di pietre o nel chiostro dei frati.

Spesso, saliva al monastero delle carmelitane, dove venivano raccolte le sue ultime parole. Nell'ascoltarlo, parecchie monache intuivano confusamente che quell'uomo era divorato da una fiamma viva che avrebbe presto finito di consumarlo.

Oh! quante volte ho seguito il ripido sentiero che da San Marcos, il convento nella parte bassa della città, conduce a San José, il convento situato nella parte alta! Sul tardi, la valle dell'E­resma bagnava d'ombra i pioppi. Alla mia destra, l'Alcàzar si affacciava sullo sperone della roccia, tozzo, con i suoi colori chias­sosi e la sua falsa aria di grandezza. Ma il più bello degli spettacoli si allestiva su in cielo, in quell'azzurro di Segovia: una luce purpu­rea infiammava successivamente la città, le chiese, i bastioni, la Sierra.

Anche lì, come ad Avila, due brevi incontri: lo spazio di una primavera, la Madre e il suo « Senequito », Teresa e Juan, ma un fuoco così ardente che l'oblio, la « notte » degli uomini, non riesce ad offuscarlo.

 

5 - Terre del Sud

 

A Malagòn, lunedì di carnevale, 14 febbraio 1575.

Al centro del villaggio c'è un viavai di lanterne. Il giorno non èancora spuntato. In tutta fretta si finisce di coprire la quarta car­retta. Don Juliàn d'Avila si affaccenda, dandosi delle arie tipica­mente ecclesiastiche. Vicino a lui, c'è un altro prete, Gregorio Martinez. A poca distanza, Antonio Gaitàn, divenuto ormai l'uo­mo d'affari dei viaggi carmelitani, sta discutendo con i mulattieri.

Ad una ad una, escono otto carmelitane velate; l'ultima è la Madre. Ha sessant'anni esatti. Quelli che l'hanno vista, notano che si è incurvata: è alla soglia della vecchiaia.

« Durante la prima giornata di viaggio da Malag6n a Beas, avevo la febbre e tanti mali messi insieme, che, considerando il cammino che ancora ci restava da percorrere e lo stato in cui ero ridotta, mi venne fatto di ricordarmi del nostro padre Elia, quando fuggi da Gezabele, e di dire: "Signore, come potrò avere la forza di sopportare tutto questo? Pensateci voi!". E' certo che Sua Mae­stà, vedendo la mia debolezza, mi tolse di colpo la febbre e il male » (Fondazioni XXVII, 17, p. 234).

- Por Dios! - esclamò don Juliàn stropicciandosi le mani - nel paese della Mancia fa freddo come nella nostra nuova città di Avila!

- Forse, - chiese ironicamente Antonio - preferirebbe par­tire per Beas sotto il sole di luglio?

- Freddo o caldo, senor, è la stessa cosa. Tutto tempo in meno per il Purgatorio! Ave Maria. In cammino!

E la prima carretta si mise in moto. La carovana usciva da Malagòn in direzione di Manzanares, dove prese alloggio la sera.

L'indomani, le fondatrici si misero in viaggio verso l'Andalu­sia. D'inverno, il paese della Mancia sembra ancora più squallido della Castiglia. Piatto come una focaccia, piantato a ceppi di vite ancora tutti neri, inframmezzato da pascoli e da campi di frumen­to, d'orzo, di avena, fugge all'infinito sino alla Sierra Morena, che 5 innalza come una barriera. Ghiaccio e neve, strade erose, voli di corvi famelici su un cielo cupo, locande così rare che la sera del primo giorno invano i due preti contrattavano per comprare due uova alla Madre fundadora malata. La diplomatica Ana de Jesùs riuscì a concludere questo acquisto come se si fosse trattato di un impresa gloriosa.

Al tramonto del secondo giorno, il sole risplendeva ad ovest, proiettando molto lontano a sinistra l'ombra delle carrette. Men­tre si scendeva, con grande stridio e sibilo di assi, verso Valdepe­flas, di fronte ai guidatori si ergevano le frastagliature della Sierra Morena. Laggiù, in fondo in fondo, si stendeva la vallata del Gua­dalquivir, la terra andalusa piena di misteri e di pericoli.

Ignara, la carovana delle fondatrici vi si avventurava, per an­dare incontro Dio sa a quali prove!

Il terzo giorno, mercoledì delle ceneri, 16 febbraio, dopo la messa, si affrontava infine, senza saperlo, la parte più patetica del viaggio.

Uscendo da Valdepefìas, Antonio Gaitàn aveva gridato:

- In cammino verso Torre de Juan Abad!

Il paesaggio cambia. Lentamente, si sale in mezzo ai lentischi, alle querce da sughero e ai boschi cedui. Colline, montagnole, ecco le prime scarpate.

Dopo aver oltrepassato el Cerro de Candinolares, all'improv­viso tutto si guastò.

Ana de Jesùs ci ha lasciato alcuni ragguagli pittoreschi su quel­lo che accadde allora.

Rinchiuse sotto i teloni delle carrette, le suore sentivano discu­tere i mulattieri:

- Por aqui! No, caramba, por alli! (Da questa parte!... No, da quella!).

- Evidentemente - esclamava la Madre - questi uomini non sanno più dove sono né dove vanno!... Preghiamo nostro padre San José di trarci d'impiccio e di rimetterci sulla buona strada.

In effetti, la strada, apparentemente agevole, si snoda su dolci pendii; ma, ad un tratto, inaspettatamente, sbocca a picco sui precipizi della Val-de-infierno.

« Dalla voragine - continua Ana de Jesùs - sali una voce d'uomo, una voce roca:

« - Attenti! attenti! dove andate?... siete perduti... state per precipitare dalle rocce!

« I mulattieri fremettero e si misero alla testa delle bestie i cui ferri raschiavano la pietra.

« - Fermi!

« - Che dobbiamo fare? - gridò Juliàn chino sul burrone.

« - Indietro; tornate indietro... troverete...

« Le carrette ritornano sui propri passi e finalmente si trova la vera biforcazione. Antonio, seguito da un ragazzo, scende a preci­pizio sulle ripide scarpate. Dove si era dunque nascosto quel pa­store o quel contadino che, dopo aver fatto da cicerone volontario, si era dileguato senza indugio? La Madre non aveva dubbi: a parer suo, si trattava di un intervento miracoloso. A chi attribuir­lo, se non a San José? "Hanno un bel cercare", concluse; "non troveranno nessuno. E il mio padre San José!".

« In effetti, aggrappandosi agli arbusti, i due uomini erano scesi fino in fondo al precipizio da cui si era alzata la voce. Fatica sprecata: non trovarono alcuna traccia dello sconosciuto.

« Messe sulla strada giusta - continua Ana de Jesùs - le mule cominciarono non "a camminare", ma "a volare". Quelle bestie che, se poco prima avessero fatto un passo in più, ci avrebbero ridotto a pezzi, meno stupide di quanto si pensi, avevano sentito l'angoscia dei loro conducenti. Ora, rassicurate, "volavano" ».

Con passo spigliato, seguivano adesso una strada pianeggian­te, passavano senza difficoltà il guado del Guadalimar. Possiamo ben crederlo: le monache non dovettero lasciare le loro carrette... In fondo alla valle suonavano a festa le campane di Beas.

L'accoglienza fu grandiosa. In quel giorno delle ceneri, verso le 5 di sera, la città, con una torre come unica guardiana, e il suo castello, senza bastioni né cerchia di mura, si apriva alla fonda­trice.

La primavera non era ancora arrivata a riempire di verzura i giardini della valletta. Qui la bella stagione è ricca di acque fluenti, in mezzo ai canneti, alle coltivazioni ed ai pioppi, mentre sullo sfondo centinaia di olivi si arrampicano sulle ripide colline rossicce.

Alcuni cavalieri, avvertiti dell'arrivo della santa Madre, le era­no venuti incontro, meravigliati di costatare che le fondatrici giungevano prima del previsto. Una santa furia sembrava trasci­nare le mule che erano in testa. Al guado di Guadalimar, già lo si sapeva, non avevano lasciato ai viaggiatori nemmeno il tempo di scendere di carrozza.

Tra petardi, archibugi, impennate delle cavalcature, si costi­tuiva una scorta intorno alle quattro carrette misteriosamente coperte.

Tutta Beas, come per la Iena, muoveva all'assalto della chiesa parrocchiale, dove la croce della processione e il clero in cotta aspettavano le religiose, venute dal di là delle Sierre, per risponde­re all'appello di due giovani signore qui venerate in sommo grado:

dona Catalina e dona Maria Godinez.

I fanciulli, con il naso in aria e le mani sui fianchi, rimanevano a bocca aperta a ogni movimento delle carrette; le donne spiavano con lo sguardo per scoprire fra quei veli ingialliti e rattoppati colei che veniva qui chiamata la « santa di Avila ».

Sì, la Madre dice la pura verità quando scrive: « Vi fu, in generale, molta soddisfazione; perfino i bambini dimostravano, a loro modo, che quell'opera era gradita al Signore » (Fondazioni XXII, 19, p. 187).

Il giorno di s. Mattia, giovedì 24 febbraio 1575, lo splendore di questa decima fondazione si dimostrava all'altezza dell'acco­glienza del primo giorno di quaresima.

A lungo, con evidente preoccupazione del particolare vissuto, la Madre Teresa racconta la storia delle due benefattrici, nel suo libro de Le londazioni.

Orfane di padre e di madre, dona Catalina e dofia Maria ave­vano deciso di fondare un monastero. I privilegi della loro nascita, la stima di cui godevano grazie ai loro genitori, la loro considere­vole ricchezza, ma soprattutto la generosità facevano desiderare loro la regola più perfetta. La maggiore delle due sorelle fece un sogno premonitore: camminava per una strada assai stretta ed angusta, fiancheggiata da burroni. Un frate scalzo, che le parve di riconoscere in Fray Juan de la Miseria, le disse: « Vieni con me, sorella », e la condusse in una casa ove era un gran numero di religiose, senz'altra luce che quella di certe candele accese ch'esse tenevano in mano (Fondazioni XXII, 21, p. 187).

Ella ne parlò ad un padre della Compagnia che venne un gior­no a Beas, il quale le rispose che effettivamente si trattava della Madre Teresa e dei suoi colombai.

Sorvoliamo sulle infinite difficoltà per ottenere l'autorizzazio­ne di fondare un monastero: quelle terre appartenevano all'Ordi­ne di Calatrava. Ma alla fine i dolci ostinati, quelli che si ostinano per Dio, riescono sempre nelle loro imprese.

Le carrette delle fondatrici erano arrivate. Dona Catalina ave­va riconosciuto - cosa straordinaria! - ciascuno dei visi intravi­sti in sogno. Anche fra Juan de la Miseria che sopraggiunse in seguito le era familiare: era proprio quello che aveva veduto.

Queste sante donne diedero tutti i loro averi ai poveri, conser­vando soltanto lo stretto necessario per vivere e per dotare il Carmelo. Come mendicanti, chiedevano la grazia di essere accolte in convento e, in quanto a Catalina, di essere ammessa come « conversa ». Ci vollero tutta l'autorità del provinciale e l'ostina­zione della Madre perché non la spuntasse. Il giorno stesso della fondazione, « presero l'abito le due sorelle, con gran letizia » (Fondazioni XXII, 20, p. 187). Il monastero di San José di Beas, situato di fianco alla chiesa parrocchiale, sotto il priorato di Ana de Jesùs e con la venuta di Fray Juan de la Cruz nel 1578, sarebbe divenuto un vivaio di sante e di personalità luminose nel cielo della riforma.

 

In Andalusia, aprile diffonde già gli aromi dell'estate. Vite in fiore, olivi più verdi. Le case cieche, chiuse dall'esterno, imbianca­te al latte di calce; clematidi, gerani e gelsomini dondolano al vento. Da tutti i villaggi andalusi emana un'aria di festa perenne.

Anche nel minuscolo chiostro di Beas in cui mormora una fonta­na, in cui vasi di fiori s'innalzano sui muri, aleggia un indefinibile incanto delle cose. Oh, come siamo lontani dall'immateriale au­sterità della Castiglia!

Proprio allora entrò nella vita della Madre uno strano perso­naggio su cui la storia non cessa di porsi domande: Fray Jerònimo Gracian de la Madre de Dios.

Giovane professo ventottenne, a Pastrana, nel 1574, aveva ricevuto dal commissario apostolico per l'Andalusia, Francisco de Vargas, l'ordine d'introdurre la riforma carmelitana nella regione del Guadalquivir. Divenne anche vicario apostolico.

Da Roma, il generale dei carmelitani, Rùbeo, censurava questa missione che non era stata ordinata da lui. Nessuno ha dimentica­to le difficoltà che questo superiore aveva incontrato, appena dieci anni prima, in questa provincia.

Ma, sapendosi appoggiato dal re, dal nunzio e dal visitatore, Graciàn non si preoccupava delle direttive né delle censure delle autorità romane.

Fondava il convento dei carmelitani scalzi a Siviglia, los reme­dios, e accettava il titolo di vicario provinciale dei due rami del Carmelo. Dopo tutto, oltre i suoi illustri appoggi, non aveva forse anche quello dell'arcivescovo di Siviglia?

Roma vegliava. Interferenza di competenze: la fondatrice, inquieta, cercava di ottenere lumi dai teologi.

Le cose stavano a questo punto, quando Graciàn annunciò che sarebbe passato per Beas, alla fine della quaresima, nel viaggio verso Madrid dove lo chiamava il nunzio.

Verso la metà di aprile del 1575, si presentò dunque al Carmelo. Finalmente avrebbe conosciuto quella fondatrice con la quale aveva avuto soltanto rapporti epistolari. « Sugli affari dell'ordine, passati, presenti o futuri - scrive egli - sul nostro modo di procedere secondo lo spirito, sulla maniera di alimentarlo, i nostri punti di vista coincidevano perfettamente ». Furono venti giorni di fruttuosi contatti in un clima di buona armonia e di autentica amicizia spirituale.

1112 maggio 1575, da parte sua, la Madre scriveva alla priora di Medina:

« E stato qui per più di venti giorni il padre maestro Graciàn, e l'assicuro che, nonostante gli abbia molto parlato, non sono ancora riuscita ad apprezzarlo del tutto. Mi pare perfetto in ogni cosa, tale che di migliori non potremmo a Dio domandarne. Quello che vostra reverenza deve ora fare con codeste sue figlie è di supplica­re Sua Maestà a darcelo per superiore. Allora potrei stare tranquil­la sul governo di queste case, perché non ho mai visto tanta perfe­zione congiunta a così grande soavità... » (Lettere 12.5.1575, p. 217).

Stupore, sorpresa, interrogativi molteplici: tutti quelli che conoscono un po' la santa Madre non hanno mancato di manife­starli a proposito del caso Graciàn.

Ora, a nostro avviso, la risposta si trovava in questa lettera e nel capitolo XXIII de Le londazioni.

La fondatrice ha sessant'anni. Sente che il suo dinamismo èinvecchiato, come le sue arterie; misura la sua solitudine. Da sola, regge tutto l'ordine.

Fra i carmelitani scalzi c e, e vero, Fray Juan de la Cruz. Ma, per ora, è un uomo decisamente troppo spirituale; e poi, i loro temperamenti non coincidono molto.

In confronto agli altri monaci, la sua visione è realistica. C'è forse bisogno di ricordare le stupidaggini, gli eccessi di Pastrana, la mondanità sempre persistente del padre Antonio, le stravagan­ze di Mariano?

Chi? chi mai soccorrerà la povera vecchia?

Graciàn cade a proposito.

Uguale visione dei problemi; uguali temperamenti; ottimismo fondamentale; dono di comunicativa; larghezza di orizzonti e audacia.

Questo monaco che non ha ancora passato i trent'anni, la Madre lo sa, è circondato da nemici o, per meglio dire, da invidio­si. È viziato da troppi favori. Anche questo quaresimale, per gra­zia dell'arcivescovo, l'ha predicato lui a Siviglia.

Il visitatore Vargas ha lasciato a lui la responsabilità d'intro­durre la riforma in Andalusia. E bello, giovane, predica in maniera mirabile, è affascinante.

Come potrebbe il padre generale dubitare di questa stella in piena ascesa? « Il padre Graciàn è un angelo... se vostra signoria lo conoscesse, sarebbe molto contento di averlo in figliuolo » (Let­tere 18.6.1575, p. 223s).

Da parte sua, Teresa comincia col confessarsi al giovane car­melitano, senza avere l'intenzione - come dichiarò - di fare di lui il suo confessore abituale. Per ispirazione del cielo, gli confidò in seguito la sua vita interiore. In viaggio verso Siviglia, vicino alla città di Ecija, il lunedì di pentecoste 23 maggio 1575, fece voto di « fare tutto ciò ch'egli le ordinasse, purché non, fosse contrario all'obbedienza a cui era già impegnata » (Relazioni XXXIX, p. 496).

L'autorità del padre Graciàn crebbe ancor più, in seguito a un errore... geografico! La Madre era venuta a fondare a Beas sulla parola di quelli che le affermavano che questa città si tro­vava in Castiglia. Per ordine del generale, poteva insediare i suoi conventi soltanto in territorio castigliano. Ora, tre mesi dopo la fondazione, veniva a sapere che questa regione apparteneva al­l'Andalusia.

Il padre maestro Graciàn, visitatore apostolico della provincia del sud, diveniva dunqùe il superiore delle monache. Poteva ordi­nare altre fondazioni come quella di Siviglia, cosa che fece subito.

La Madre si volgeva più volentieri verso Madrid, dove sem­brava più urgente istituire un Carmelo riformato. Esitava. Aveva delle ragioni per non recarsi nella città del Guadalquivir.

Ora, in quel frattempo arrivava Mariano. Con entusiasmo, si mise a descrivere i vantaggi dell'insediamento sivigliano. Si poteva partire senza il becco di un quattrino. Le elemosine sarebbero affluite, tanto le strade di quella capitale erano inondate dalle ricchezze. Per di più, l'arcivescovo, don Cristòbal de Rojas y San­doval, desiderava avere un monastero di scalze nella sua città episcopale. Tutte queste ragioni, esposte alla grata di Beas, lascia­rono le suore affascinate.

Il Signore, consultato per ordine di Graciàn, faceva propende­re il cuore della Madre per la fondazione di Madrid. In fondo alla sua coscienza, Teresa sentiva ancora l'ordine del generale: limi­tarsi unicamente alle due Castiglie.

Ana de Jesùs, confidente della Madre, lo spiegò più tardi con estrema chiarezza: « Non era quello il momento di entrare in Andalusia, ma, se il padre Graciàn lo voleva, ebbene, le carmelita­ne vi sarebbero andate! ».

Intuitiva, con l'animo attraversato da presentimenti, Teresa capiva che un tale modo di procedere avrebbe indisposto per sempre il generale contro gli scalzi. Gracian, un tantino troppo gio­vane, impulsivo e ingenuamente ottimista, si lanciava alla cieca.

« Hai fatto bene ad obbedire, fece sapere il Signore a Teresa, ma la fondazione di Siviglia vi costerà molto ».

Graciàn non aveva finito di scomparire dietro i picchi della Sierra Morena che scoppiò il primo colpo di tuono, annunciatore del temporale. Valladolid e il vescovo, don Alonso de Mendoza, avvertivano la fondatrice che l'Inquisizione ricercava attivamente i suoi scritti.

Tutto era partito da Cordova, dove si stava esaminando un gruppo di visionari, discepoli del maestro Juan d'Avila. Interrogati, essi avevano parlato delle visioni della Madre Teresa de Jesùs. Appena fiutata la pista, la muta si metteva alla caccia. Ormai l'Inquisizione non avrebbe più mollato la sua preda; per dodici anni avrebbe tenuto in suo potere il Libro della mia vita. Dalle sue torri che, a Siviglia, dominano il ponte di Triana, si accingeva a sorvegliare quella monaca castigliana, irrequieta ed inquietante, che, con la scorta delle sue carrette coperte, veniva a portare una vaga dottrina pestilenziale nel cuore della città di Ferdinando il Santo.

« Apprezzo ogni giorno di più - scrive Teresa al vescovo di Avila - la grazia fattami da Nostro Signore nel darmi a conoscere il vantaggio delle tribolazioni; il che mi aiuta a sopportare in pace la scarsa consolazione che trovo nelle cose della vita, che sono così passeggere » (Lettere 11.5.1575, p. 214).

Simbolicamente, partendo verso il sud, la Madre dice grazio­samente ad Ana de Jesùs: « Scambiamoci le cappe, figlia mia; prendi la mia che è nuova e di buon gusto per te che sei giovane. Dammi la tua, vecchia e sciupata; a me starà benissimo! ».

 

In piedi nel giardino di Beas, nella folle esuberanza dell'estate andalusa, ripeto due nomi: Graciàn, Juan de la Cruz.

Tre anni dopo il passaggio del padre maestro Graciàn, arri­verà Fray Juan, emaciato, esangue, appena fuggito dal carcere di Toledo.

Mistero degli esseri. Graciàn, anche nel tempo in cui aiutava la Madre fundadora, si rivelerà deludente. Come se Teresa avesse sperato troppo da quel giovane carmelitano. Come se, avendo il doppio della sua età, avesse riversato su di lui la sovrabbondanza delle sue grazie e della sua esperienza.

Juan, sperduto ne « la profondità della sofferenza », nell'au­reola della luce del Cantico Spirituale, frequenterà per più di un anno questo monastero, accorrendo ogni settimana dal deserto di El Calvario.

Alzo gli occhi e guardo: sulla montagna di fronte, piantata in mezzo agli olivi, si staglia in bianco, sulla terra rossa « la croce delle pene ».

Li andava a sedersi Fray Juan dopo quattro ore di strada. Questo canirnino, questa croce sono più eloquenti di tanti di­scorsi.

A Beas, punto di partenza di una grande avventura.