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LE SOFFERENZE, MARCHIO DELL'AMORE

 

Quando alla grata del Carmelo di Beas due monache cantaro­no a Fray Juan de la Cruz alcune strofe composte da un converso del Calvario, non rievocavano soltanto il martirio del primo car­melitano scalzo a Toledo, ma anche la terribile fatica alla quale si assoggettava la santa Madre per fondare conventi.

 

« Colui che non conosce la sofferenza In questa triste valle di lacrime Del Bene non ha la conoscenza E non sa che cos'è l'Amore, poiché il dolore E il marchio di quelli che amano »

 

Ci si abitua a tutto. Vedere la Madre andarsene, ora a dorso di mula, ora in carretta attraverso le due Castiglie; sorprenderla mentre discute con un venditore bisbetico, o in piedi in un can­tiere, ci sembra naturale e facile. Chi potrà mai immaginare qua­le somma di pene e di contraddizioni, avanzando negli anni, rap­presentassero per lei questi viaggi, queste trattative, queste fon­dazioni?

Anzitutto, sofferenze causate dal clima. La geografia non ha favorito il centro della Spagna: le Sierre concentrano le piogge, rendono secchi gli altipiani e le pianure; il suolo arido distrugge il verde; l'inverno comincia presto e non finisce mai; l'estate, breve, si trasforma in fornace. Il proverbio che viene ripetuto a Segovia vale per tutta la Vecchia e la Nuova Castiglia: « Dieci mesi d'in­verno, due mesi d'inferno ».

Nel XVI secolo, quale era lo stato delle strade, dei valichi? Non parliamo di quello delle locande e della pessima reputazione di cui godevano! Ricordiamoci don Chisciotte o Lazarillo de Tor­mes... Rare, sporche, taverne per bere, covi di fuorilegge.

Immaginate un corteo di monache velate che scendono dalla vettura e penetrano in questi antri: mulattieri, vagabondi, soldati, venditori ambulanti, mercanti, bovari, pastori, sollevavano un viso ironico sulle insolite visitatrici e, dimenticando per un istante il bicchiere di vino, venivano fuori con battute e oscenità, soprat­tutto quando, a rendere piccante la sfilata, si profilava la tonaca di un monaco.

L'entrata in città non era molto più felice. Alla meno peggio, veniva occupato un locale improvvisato, sordido, senza acqua, senza mobili. La sola preoccupazione della fondatrice era anzitut­to di adornare l'oratorio con povere immagini di carta. Ah! non erano certo splendenti quelle misere cappelle in fondo a una stra­da, sotto il portico di una casa, in mezzo al traffico di una folla chiacchierona e indiscreta.

Gli uomini d'affari, i delegati dei vescovi, delle giunte munici­pali, i religiosi di diversi ordini sfilavano dietro a una grata di fortuna; la Madre, seduta sui talloni, alla moresca, discuteva, pe­rorava, ammoniva, seduceva. In Spagna, come in Oriente, tutto consiste nella chiacchiera. Teresa eccelle in quest'arte, e riconosce di essere divenuta un'« affarista » e un'attaccabrighe di primissi­mo ordine. C'è forse bisogno di ricordare da quale razza discende e quale sangue circola nelle sue vene?

Autorizzazioni rinviate, rifiutate, messe ascoltate nelle chiese vicine, spesso trasformate in luoghi di appuntamento di sfaccen­dati e di ladri notturni, organizzazione delle comunità nascenti, postulanti accolte o respinte... Che trambusto di fastidi, senza tralasciare per questo le ore canoniche, la regola, i digiuni, le penitenze!

Quando, verso mezzanotte, le suore spengono l'ultima lampa­da, quella della fondatrice rimane accesa: bisogna sbrigare la po­sta. Domani, allo spuntar del giorno, verrà a cercarla un mozo, un ragazzo.

Ma ecco che l'aspettano al varco la febbre, i mali di gola, l'asma. Occorre chiamare Ana de San Bartolomé, la fedele segre­taria; far venire il barbiere per praticare un salasso, dettare rispo­ste, trascinarsi tremante di febbre in parlatorio per sostenere in­terminabili discussioni. In questioni controverse, non c'è che lei per vedere giusto, imporre silenzio, rettificare un contratto, far diminuire una pigione, dire una parola del Signore, gettare un po' di luce nel tenebroso imbroglio degli uomini.

Dimenticavo il peggio: quegli ecclesiastici, vestiti di nero, so­spettosi e segreti, che sopraggiungevano all'improvviso e organiz­zavano un interrogatorio.

E soprattutto, dovunque, l'Inquisizione all'erta. Filippo Il re­gna da padrone; nella sua persona si mescolano potere e religione. Guai a quelli che inciampano! Si provvederà a porre riparo alle loro deviazioni.

Chi è dunque questa donna? un'intrigante, una falsa mistica, una visionaria, preda per il rogo? Si pensi a Magdalena de la Cruz, clarissa d'impostura a Cordova. Per il momento, ci si limita a mormorare, ma ben presto l'Andalusia griderà allo scandalo, all'e­resia, al complotto.

« Ah, Signore, è troppo! ».

Volevi dolori, sofferenze, eccone!, più di quanto ti aspettassi, a vivere questa avventura, l'unica, di un Amore che deve rivestirsi di pene per non accontentarsi di vane parole.

 

1 - Duruelo

 

Era il giorno di s. Cipriano, patrono di Fontiveros, il villaggio natio di Juan de la Cruz. Dopo la messa solenne e la processione, il Maestro Gaspar Daza ed io avevamo lasciato la festa in tartana. La vettura coperta, il mulo vivace, Gil, il mulattiere, palesemente irritato di andarsene proprio quando cominciavano i festeggia­menti: non avremmo potuto noleggiare equipaggio migliore per recarci a Duruelo.

Lasciando la via di Avila a sinistra, la strada si snoda attraver­so la pianura montana, in mezzo a stoppie e a terreni alluvionali. Non un albero all'orizzonte, ma, lontano lontano, la Sierra de Gredos orlata delle prime nevi poiché inaspettatamente, da tre o quattro giorni l'estate era scomparsa, l'aria era rinfrescata, la pioggia era caduta e la Cordigliera si era coperta di neve.

Daza, con aria assente, seguiva il filo dei suoi ricordi come la scia delle nuvole che si sfilacciavano nel cielo di settembre.

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- Duruelo! chi mai aveva sentito parlare di quel paesetto di venti case?

- Hombre! Come lei sa, l'aldea è il tipico borgo della nostra Vecchia Castiglia.

- ... Dunque, un cavaliere di Avila, chiamato Rafael, venne ad offrire alla Madre una casa situata nei suoi paraggi dove allog­giava il gerente delle sue proprietà. Era venuto a sapere dai carme­litani della città che la fondatrice cercava un luogo solitario per fondare un convento di monaci contemplativi.

Ah! che bel sogno! In quel tempo aveva appena due candidati e le veniva offerto un convento! (Fondazioni XIII, 2, p. 111).

Il 30 giugno 1568, al mattino, accompagnata da Juliàn e da Antonia del Espiritu Santo, la Madre uscì da Avila per la strada di Medina. Vuoi un po' di sole? eccone tanto! E tante, ancor più, sono le cattive indicazioni. Qui, un pastore che ci era passato una volta, diceva di prendere a sinistra; più oltre, un gruppo di mer­canti in cammino verso Toledo affermava il contrario. Sul far della notte, sfiniti, stremati, sudati e affamati, le due viaggiatrici e il loro cappellano arrivarono alla catapecchia.

Madre de Dios! per trovare che cosa? provatevi a indovinare... mietitori e braccianti celebravano la mietitura con abbondanti libagioni al suono delle danze e delle nacchere!

Del locale, la Madre ha detto tutto. Spiega che comprendeva un portai abbastanza grande, una camera a due col suo soppalco e una piccola cucina.

Con un'occhiata, Teresa costruiva un convento: nel portai la cappella, il coro nel soppalco, nella camera il dormitorio.

Antonia del Espiritu esclamò: « Vi assicuro, Madre, che non ci sarà nessun'anima, per buona che sia, capace di sopportare que­sto. Non parlatene più » (Fondazioni XIII, 3, p. 112).

« Ma, istruita dal Signore, la Madre mandava avanti il suo progetto »...

Gil, l'arriero, il mulattiere, gridò e, con la frusta, indicò Gimialcon, minuscolo villaggio, posto l limite delle province di Avila e di Salamanca. Il temporale rumoreggiava, la piog­gia, a rovesci intermittenti, batteva sul copertone della tartana. Un lampo, due lampi. Il mulo s'impauriva e, con la bava intor­no al morso, accelerava il passo.

- Vede, senor, quell'encina, quella quercia da sughero, che si rizza in lontananza. A partire da lì, cominceremo a scendere verso il Rio Almar e Duruelo.

Ma, andate a fidarvi degli alberi in Castiglia! S'innalzano net­tamente disegnati sulla meseta, a portata di mano. Eppure, quante leghe bisogna oltrepassare prima di raggiungerli!

Gli ultimi brontolii del tuono portavano via sulle ali di un vento impetuoso gli ultimi scrosci di pioggia, prima che scendesse il crepuscolo.

Mentre il vetturale stringeva i freni, iniziavamo la discesa, in mezzo a maggesi e ginestroni, verso la valle, ampia all'infinito. Stridendo, cigolando, le ruote affondavano nella sabbia gialla, crivellata qua e là da pietre rosse tutte tonde. Sulla distesa di centinaia di encinas, gli ultimi raggi del sole gettavano chiazze dorate. Al centro, ritto come un indice, il modesto campanile di mattoni indicava il convento. Non un rumore! neppure quello degli insetti o quello degli armenti. Non si udiva altro che la carretta traballante.

Verso la stessa epoca, nel settembre del 1568, forse al tramon­tar di un giorno simile a questo, Fray Juan arrivava da solo a Duruelo. Era incaricato di organizzare ogni cosa, e di fare presto. La Madre, insomma, considerava questo monastero come uno dei suoi, e ci spediva il suo candidato fondatore.

Il corredo del giovane monaco era povero: due o tre coperte, il necessario per dire la messa, alcune immagini sacre e qualche reale che le suore di Medina gli avevano dato per sostentarsi. Conduceva con sé un muratore per aiutarlo a installare l'alloggio.

La Madre aveva scritto a don Francisco de Salcedo questa raccomandazione: « La prego di voler trattare con codesto padre e aiutarlo in quanto intende fare... E' un uomo di coraggio, ma èsolo, e per andare innanzi con tanto ardore ha proprio bisogno che il Signore lo aiuti con le grazie che gli fa » (Lettere 6.7.1568, p. 68).

Il Maestro Daza e io non dicevamo nulla, ripetendo dentro di noi queste frasi, simbolo del primo carmelitano scalzo, del grande dottore mistico, di Juan de la Cruz:

 

« Ma egli è solo... Solo nella solitaria Duruelo, solo nella notte solitaria.

 

Il 28 novembre 1568 cadeva la prima domenica di avvento. Quel giorno veniva inaugurato il primo monastero dei « carmeli­tani contemplativi » o « scalzi ».

Fray Antonio si era dimesso dalla sua carica di priore a Medina del Campo. La Madre scrive che lo fece « con ferma decisione » (Fondazioni XIV, 2, p. 115). I mitigati lo rimpiangevano. Quel­l'uomo sulla cinquantina non mancava di valore; perdendolo, la provincia perdeva molto.

Frattanto, egli partiva deciso per Duruelo. « Quando arrivò in vista del piccolo villaggio, provò una straordinaria gioia interio­re » (Fondazioni XIV, 3, p. 116). Questo monaco colto, circonda­to e favorito da illustri conoscenze, aveva un animo ardente.

Alla fondatrice che gli descriveva la povertà del luogo e il suo isolamento, aveva dichiarato, con più entusiasmo che realismo, « ch'era disposto a stare non solo li, ma anche in un porcile » (Fondazioni XIII, 4, p. 112).

Fray Juan l'attendeva sulla soglia della porta, assistito dal fra­tello Francisco il quale, muratore di mestiere e profondamente attaccato al fratello minore, era accorso da Medina per prestargli manforte nel dare un assetto al futuro convento.

Tutto era pronto per iniziare un'esistenza secondo la regola primitiva. Il provinciale, Fray Alonso Gonzàlez, celebrò la messa e accettò la rinuncia dei due scalzi ai privilegi della regola mitigata. Alla loro comunità si era unito un diacono, Fray José de Cristo.

Fray Alonso nominava il padre Antonio vicario e ben presto superiore della nuova casa. Egli ne fu molto soddisfatto; in questo non aveva rinunciato del tutto al mondo né agli onori.

La sua suscettibilità era ferita dal fatto che Fray Juan lo aveva preceduto da tre mesi nel ritorno alla regola primitiva... Era que­sto il soggetto preferito dei suoi frizzi: « Come! quel fraticello, quel giovincello aveva ricevuto il suo abito dalle mani di una donna! ». Il nuovo superiore si mise quindi a sottovalutare il ruolo svolto dalla santa Madre nella riforma del Carmelo, al cui spirito e alla cui lettera cominciò subito a fare qualche strappo. Senza dubbio, non voleva indisporre i mitigati che aveva lasciato, ma, soprattutto, non aveva capito l'intuizione profonda e il genio della riformatrice.

Fray Juan, invece, li conosceva bene. Aveva ascoltato Teresa e l'aveva apprezzata a Valladolid. La sua logica, il suo senso della fedeltà, il suo carattei:e riflessivo gli impedivano di seguire le de­viazioni del suo superiore e le interpretazioni troppo larghe che egli dava a un autentico ritorno alle origini.

« E un uomo di coraggio », scriveva la Madre a don Francisco de Salcedo, « che il Signore lo faccia andare innanzi! » (Lettere 6.7.1568, p. 68).

Innanzi nel disprezzo! Già a Duruelo, ne era offerta l'occasio­ne a colui che, con passo così spedito, si accingeva a scalare la salita al monte Carmelo.

Non c'è alcun dubbio; per lo storico è cosa evidente e la rifor­matrice aveva visto giusto: Fray Juati de la Cruz era e sarebbe stato per sempre il primo carmelitano scalzo.

Ecco perché, a Valladolid, Teresa aveva spinto Fray Juan a fare strada, a insediarsi per primo in quella stalla di Betlemme, a sce­gliere subito l'ultimo posto. La prodigiosa donna, la cui audacia aveva riformato il suo ordine, non aveva il minimo dubbio: mai egli sarebbe stato escluso da quella preziosa abiezione.

 

Nei primi giorni di marzo del 1569, in piena quaresima, la Madre lasciava Fontiveros dove aveva passato la notte presso le carmelitane calzate e se ne andava verso Duruelo passando per la stessa strada che avevamo seguito il Maestro Daza ed io. L'ac­compagnavano due mercanti « suoi amici », chissà forse Alcalà Galiano e Blas de Medina (Fondazioni XIV, 6, p. 117).

Lungo la strada, le lagune che l'inverno aveva gonfiato d'ac­qua riflettevano un sole primaverile. Qua e là, gridi di allodole che volteggiavano al di sopra dei campi di grano in erba. Le encinas scuotendo la loro chioma bruciacchiata dal gelo si riempivano di uccelli.

All'avvicinarsi del Rio Almar, le mule si trovarono in difficoltà e bisognò risalire fino al guado, situato un po' al di là del conven­to, sull'altra riva. La Madre aveva voluto questa deviazione. Cu­riosità femminile? Forse! Ma certamente, desiderio di sapere se l'opera dei monaci contemplativi, ancora più importante dei mo­nasteri di religiose, si affermava (Fondazioni XIV, 12, p. 121).

Al suo arrivo, che emozione!

« Il padre Fray Antonio de Jesùs stava scopando davanti alla porta della cappella, con quel viso allegro ch'egli ha sempre. Io gli chiesi: "Che cos'è questo, padre mio? Dov'è andato a finire l'ono­re?". Mi rispose queste parole che esprimevano tutta la sua gioia:

"Maledetto sia il tempo in cui vi feci caso!". Entrata nella piccola cappella, rimasi sbalordita costatando lo spirito di devozione che il Signore vi aveva fatto fiorire. E non ero io sola ad esserne impressionata, perché due mercanti miei amici che erano venuti fin lì da Medina con me, non facevano che piangere. C'erano tante croci e tante teste da morto! Non ho mai dimenticato una piccola croce di legno posta sull'acquasantiera, alla quale era attaccata un immagine in carta di Gesù crocifisso che mi pareva ispirare maggior devozione di qualunque raffinata opera d'arte » (Fonda­zioni XIV, 6-7, p. 117).

Strada facendo, la Madre ripeteva fra sé e sé la lettera che il padre generale le aveva inviato in data 8 gennaio: « Desidero sapere se sono terminati i due monasteri di carmelitani contem­plativi per assistere i monasteri di religiose e aiutarle a conservare lo spirito delle origini ».

La povertà del luogo era assoluta. Nel coro a malapena si poteva stare in piedi. Nei due angoli che davano sulla cappella si trovavano due piccoli romitori riempiti di fieno per proteggersi dal freddo, con il soffitto così basso che vi si poteva pregare soltanto in ginocchio o seduti.

Ore canoniche, orazione notturna. La neve scivolava sul corpo dei monaci senza che se ne accorgessero.

Andavano a predicare in un raggio di due leghe. L'ignoranza in quei « villaggi » era grande e i monaci che all'inizio andavano scalzi con qualsiasi temperatura (Fondazioni XIV, 8, p. 118) si erano acquistati molta stima.

Allegrezza, gioia degli inizi! « Non mi stancavo di ringraziare nostro Signore, con un'enorme felicità interiore, sembrandomi di vedere dato inizio ad un'opera che avrebbe apportato gran profit­to al nostro ordine » (Fondazioni XIV, 11, p. 120).

Nondimeno, accorta e ricca della sua esperienza, la fondatrice invitava quegli intenditori di penitenze alla moderazione. L'essen­ziale - certo - è durare. Ora, ciò che è eccessivo ha un tempo limitato.

Eppure, continuando il viaggio verso Avila, con i suoi due mercanti che dicevano mirabilia di quella povertà, la Madre pote­va esortare se stessa, come faceva in passato, al Cammino di perfezione:

« Cerchiamo di somigliare al nostro Re, che non ebbe per casa se non la stalla di Betlemme dove nacque e la croce dove morì. Erano, queste, dimore da cui trarre ben poco diletto... Per tredici piccole povere suore... per tre monaci... qualunque angolo è suffi­ciente... I veri poveri non devono far rumore... Sua Maestà ci tenga sempre con la sua mano, affinche non venga mai a decadere fra noi la perfezione di povertà a cui ci siamo votate » (Cammino Il, 9-11, p. 31s).

 

2 - Nella città di El Greco

 

Nuvole nere, un cielo plumbeo. Fra i campanili di Toledo, si erge il campanile della cattedrale, sormontato dalla sua triplice corona, sotto una bufera di lampi e di tuoni. Così, in quel tempo, Ei Greco dipingeva la città imperiale mentre, il 24 marzo 1569, entravano dalla Porta di Cambròn tre povere carmelitane scalze.

Che cosa venivano a fare quelle monache, in quella città di 90.000 abitanti, con le sue 27 parrocchie, le sue 147 confraterni­te, i suoi 322 chierici in servizio presso la chiesa primaziale?

Davvero, Madre, non trova che Toledo è già provvista a suffi­cienza: 24 monasteri di suore, 12 conventi di monaci? Come potrebbe competere con le domenicane di Santo Domingo ei Reai, che sono 140 e del più alto lignaggio? 75 circa alla « Madre de Dios ». Milieduecento religiose presenti in questa città: non èforse abbastanza?

Evidentemente, se cerca la povertà, perche non unirsi alle 36 beghine che a Santa Maffa la Bianca, l'antica sinagoga, vivono del loro lavoro e di elemosine?...

Qui a Toledo è tutto un susseguirsi di processioni, novene, uffizi liturgici e, sotto l'apparenza della devozione, s'intreccianosubdole rivalità, contese, litigi. Là dove scorre la grazia, si fa posto alle diavolerie.

D'altro canto, i carmelitani hanno costruito da un pezzo un convento che domina il ponte d'Alcàntara. La sua chiesa con la facciata dorica è una delle più antiche aperte al rito mozarabico, la sua comunità è numerosa e ben avviata. Madre, nei passare, ha guardato bene questo monastero? Fra meno di dieci anni, servirà da prigione a Fray Juan de la Cruz.

Ma insomma, perché la riformatrice è venuta in questa « testa dei regno », in questo « cuore di tutta la Spagna », come, nell'an­no 1576, scrive Hurtado?

Non certo da sé, ma chiamata da circostanze eccezionali.

« Un mercante, uomo onorato e vero servo di Dio, il quale non aveva mai voluto sposarsi » (Fondazioni XV, 1, p. 122), voleva fare un'opera buona prima di morire.

Dietro consiglio dei suo confessore gesuita, il padre Pablo Hernàndez, un tempo confessore della Madre e suo assistente nella fondazione di Maiagòn, suggerì al morente di fondare un Carmelo riformato in quei luogo in cui tanti conventi rivaleggia­vano in zelo per l'onore di Dio.

Il 31 ottobre 1568, Martin Ramirez, morente, affidava ai fra­tello Alonso, « uomo veritiero, caritatevole e dotato di raro buon senso », l'incarico di condurre a buon fine l'impresa (Fondazioni XV, 1-2, p. 122s).

E che impresa!

Il buon Alonso lasciava la responsabilità di tutto al genero, Diego Ortiz. Questi aveva studiato teologia e manipolava a piace­re i cavilii procedurali, poneva condizioni inaccettabili per la ri­formatrice, conquistava alle sue ragioni il suocero Alonso Alvarez, cosicché le due parti, la fondatrice e i donatori, finirono col rom­pere ogni trattativa (Fondazioni XV, 4, p. 123s).

In una lettera dell 9 febbraio 1569, la Madre lasciava capire ad Alonso che avrebbero potuto essere « presi a sassate », lui e suo genero, occupandosi di fondare un convento carmelitano: io si era visto ad Avila (Lettere 19.2.1569, p. 81).

Se la cavavano dunque a buon mercato! Teresa e le sue due compagne, invece, benché stessero ritirate come in un monastero in casa di dona Luisa de la Cerda, erano cadute, a loro insaputa, in un vespaio.

Toledo era allora senza arcivescovo. Mons. Carranza, lontano dalla sua diocesi, cadeva sotto il rigore dell'Inquisizione. In sua assenza, due poteri si dividevano il governo di quell'importante circoscrizione della Chiesa di Spagna: il capitolo cattedrale e un laico, don Gòmez Giròn, il governatore, la cui funzione equivale-va allora a quella di un vicario capitolare, oggi.

« Ottenere la licenza del re » sembrava facile a detta di Teresa (Lettere 19.2.1569, p. 81), ma conciliarsi ad un tempo canonici ed amministratore era come riuscire a deviare il Tago. « Quando l'amministratore cominciava a cedere, i membri del consiglio ec­clesiastico tenevano duro » (Fondazioni XV, 4, p. 124) e bisogna­va ricominciare tutto da capo.

Chi mai tramava nell'ombra?

Ml'insaputa di Teresa, la nobiltà di Toledo, compresa la sua amica dona Luisa, faceva lega contro di lei.

Si erano mai visti, nella magnificentissima città imperiale, dei mercanti che avevano il patronato di un monastero? e proprio in quel quartiere San Nicola popolato da commercianti e ad un tem­po abitato dall'aristocrazia? Ma come? un esercente qualunque, senza blasone, senza legami con alcuna famiglia di origine illustre, avrebbe preteso di dare il suo nome a un convento, a una cappella in cui sarebbe sfilata l'alta società di Toledo? Si era mai vista una simile audacia? In ogni caso, non la si sarebbe vista mai. E maldi­cenze, mormorii, ingiurie, piovevano addosso all'amministratore ecclesiastico affinché con tutte le forze mettesse il bastone fra le ruote e si opponesse con ogni mezzo a quel disdicevole progetto.

Per fortuna, Teresa era avvertita, e da chi, o mio Dio!

« Il Signore mi disse: "T'ingannerai molto, figlia mia, se avrai riguardo alle leggi del mondo. Fissa gli occhi su di me, povero e disprezzato dagli uomini. Per caso i grandi del mondo saranno grandi davanti a me?" » (Relazioni VIII, p. 472s).

Poiché tutti l'abbandonavano: i mercanti, i nobili e gli altri, alla fondatrice non restava che passare all'azione.

In primo luogo, era chiaro, bisognava parlare direttamente con il governatore e ottenere da lui il permesso di aprire un con­vento:

« Io non sapevo che fare, perché, non essendo venuta per altro che per la fondazione, capivo che ripartirmene senza aver fatto nulla, poteva dar luogo a molti spiacevoli commenti...

« Pertanto mi decisi a parlare con il governatore. Era l'8 di maggio, quarta domenica di pasqua. Andai in una chiesa, che si trova vicino alla sua casa, e mandai a supplicarlo di degnarsi d'accordarmi un colloquio. Già da più di due mesi si cercava di ottenere il permesso e ogni giorno era peggio. Quando fui alla sua presenza, gli dissi che era cosa ben strana che, essendoci donne le quali volevano vivere con grande rigore, perfezione, clausura, co­loro che, lungi dal sottoporsi ad alcuna esperienza di tal genere, vivevano fra gli agi, volessero ostacolare opere volte a così gran servizio di Dio » (Fondazioni XV, 5, p. 124).

Mai don Gòmez Tello Giròn, governatore dell'arcivescovado più potente di Spagna, aveva sentito parlare un più rude e più limpido spagnolo!

Una simile requisitoria lo gettava sul banco degli accusati, senza che avesse il tempo di rimuginare l'accusa.

Immediatamente, dette la sua autorizzazione, ma a una condi­zione: « Il monastero non avrebbe avuto né rendite, né patrono, né fondatore ».

Ciò significava eludere per sempre le pretese della borghesia commerciale di Toledo, troppo incline a voler soppiantare la no­biltà.

Nello stesso tempo, le carmelitane venivano ridotte alla miseria!

« Me ne andai piena di gioia, perché mi sembrava di aver già tutto, pur senza aver nulla » (Fondazioni XV, 6, p. 124).

Cominciava il secondo atto di questa fondazione, pittoresco quanto era stato drammatico il primo.

Teresa si trovò abbandonata. Il padre Hernàndez, al quale si deve l'iniziativa di tutto, era scomparso, essendo stato nominato al collegio di Belmonte.

Con la famiglia fondatrice dei Ramirez, la Madre aveva « rotto le relazioni ».

Si era presentato, è vero, un altro mercante: Alonso de Avila, ricco di opere buone e di generose intenzioni, ma si era ammalato (Fondazioni XV, 16, p. 130s).

Inutile avvertire la sua amica dona Luisa de la Cerda, abba­stanza irritata per non essere stata consultata a proposito di que­sta faccenda e umiliata di sapere che lei, la fondatrice di Malagòn, veniva messa sullo stesso piano di un qualsiasi bottegaio. Si te-

neva quindi a distanza. Dignitosa, la Madre non le chiedeva nulla:

né consigli, né denaro.

Dato che aveva « tre o quattro ducati », tanto valeva spenderli e pensare a mettere su casa! Teresa compra dunque « due tele dipinte per l'altare, due pagliericci e una coperta » (Fondazioni XV, 6, p. 125).

Il resto sarebbe pur venuto! « Por buena de Dios! ». « Per grazia di Dio! ».

Un giorno che Teresa assisteva alla messa a San Clemen­te, si presentò un povero diavolo dal viso smunto, con i calzoni a brandelli. Si chiamava Alonso de Andrada, aveva ventidue anni, era studente e morto di fame di professione. Un santo francescano, Fray Martin de la Cruz, lo aveva mandato dalla fondatrice:

- Por Dios, vuoi metterti a disposizione di quelle suore e rendere loro servizio? (Fondazioni XV, 7, p. 126).

Al vederlo, le compagne della Madre si misero a ridere. Con aria di sufficienza, Isabel de Santo Domingo dichiarò:

- Non è adatto a trattare con carmelitane scalze!

- Vuoi star zitta? replicò Teresa; che cosa si potrebbe pensare di noi che somigliamo a delle zingare?

Avvertito, Andrada si mise a cercare una casa per delle povere donne misere quanto lui. Il mattino seguente, un tintinnio di chia­vi fece voltare la Madre mentre ascoltava la messa nella chiesa dei gesuiti.

- Ecco, la casa è trovata: calle Santo Tomé, proprio qui vicino. Venite a vedere, ecco le chiavi!

Lo studente « assai povero » non aveva avuto difficoltà. In quel tempo Toledo si spopolava per andare a guereggiare contro i Moriscos di Granata, sotto la guida del fratello del re, don Juan de Austria, e le locazioni abbondavano.

Le suore non riuscivano a capacitarsi!

- Dobbiamo traslocare e sistemarci nel nuovo alloggio al più presto - dichiarò la Madre... - D'altronde, Andrada, sarà facile per te: non abbiamo altro che due pagliericci, una coperta, e due immagini!

« Alle mie compagne dispiacque che gli avessi detto questo e me lo rimproverarono, temendo che, vedendoci così povere, non volesse più aiutarci » (Fondazioni XV, 9, p. 127).

Per quanto « angeliche » fossero, le scalze inciampavano anco­ra nei loro pregiudizi di casta, di nobiltà.

Sul far della notte del venerdì 13 maggio, si formò uno sparuto corteo. Scendendo dal palazzo di doha Luisa, le tre nuove inquili­ne e la loro importante mobilia arrivavano al calle Santo Tomé, nella casa di dona Cecilia.

Sabato mattina, il priore dei carmelitani celebrava la messa al suono di un minuscolo campanello.

Il monastero di San José di Toledo era bell'e fondato. Un mercante, Alonso Dàvila, pagava con il suo denaro il fitto di un'al­tra figlia di mercante: dona Teresa de Ahumada. Tutti e due discendevano da conversos e nelle loro vene scorreva sangue ebreo.

Le suore mancavano di tutto. « Neanche qualche trucciolo di legno per arrostire una sardina... ne trovammo un fascetto in chiesa, deposto da non so chi... » (Fondazioni XV, 13, p. 129).

Di notte, quell'anno faceva freddo, anche nel mese di maggio.

Svegliata dal freddo, Teresa chiese che la coprissero.

Le rispose uno scoppio di risa:

- Madre, in fatto di coperte, ha addosso tutti i mantelli del convento!

Chi mai potrà cantare i benefici della povertà! « L'essere prive di ogni cosa mi sembrava procurarci una soave contemplazione ».

Ma il denaro, i doni in natura, le relazioni affluivano; « mi pareva proprio d'essere come una persona che, ricca di molti gioielli d'oro, se li vedesse portar via » (Fondazioni XV, 14, p. 129s).

Le suore erano afflitte.

- Perché, che cosa avete? - chiedeva Teresa.

- Che dobbiamo avere, Madre? Ci sembra di non esser più povere (Fondazioni XV, 14, p. 130).

Così, Toledo, la magnificentissima città di cui Teresa era ori­ginaria, le riservava un'amara umiliazione.

Come se quelle mura avessero conservato il ricordo della peni­tenza di suo nonno Juan Sànchez, che, nel 1485, per ordine della santa Inquisizione, aveva percorso per sette venerdì le chiese della città, coperto dell'infamante sanbenito.

Per di più, la nipote dell'ex commerciante di tessuti si vedeva introdotta da mercanti simili a lui per fondare lì un monastero!

Le vie degli uomini non sono le vie di Dio. La nobiltà teneva il muso, il clero strepitava, ma quella donna dal cuore evangelico scopriva i veri valori: « Da allora mi crebbe il desiderio d'essere povera in sommo grado, e mi rimase il senso di una specie di sovranità, che m'induce a non curarmi di cose che costituiscono beni temporali, perché la loro mancanza fa aumentare i beni inte­riori... » (Fondazioni XV, 15, p. 130).

Nel profondo di questa miseria, la santa continuava a scoprire gli umili, di cui il giovane Andrada diveniva il simbolo: « Mi sembra d'avere per i poveri assai maggior compassione di quel ch'ero solita avere... Non mi destano alcuna ripugnanza, anche se conversi con loro e li prenda per mano », scriveva nel 1562 (Rela­zioni Il, 4, p. 442).

1569! sette anni più tardi, in questa sfarzosa città, proprio uno squattrinato, facendo eco alla sua pietà, scopriva l'alloggio che tutti le rifiutavano.

La santa Madre, finalmente provvista di un vero monastero, nella città dei suoi avi gustava gioie profonde. « Questa casa pro­mette di divenire importante », scrive nel gennaio del 1570 a suo fratello Lorenzo a Quito... « Il clima di questi paesi è ammirabi­le... Mi verrebbe voglia che vostra grazia si stabilisse qua... Sono quasi quarant'anni che non godo tanta salute come ora, eppure vivo come le altre, senza mangiar carne, tranne in caso di necessi­tà » (Lettere 17.1.1570, p. 94s).

Rinvigorita? vivificata? dinamizzata? Toccando la sua terra natia, si sarebbe detto che i suoi doni di scrittrice si ravvivassero, nello stesso tempo in cui El Greco trionfava con i suoi quadri.

A Toledo, sette anni prima, aveva redatto il Libro della mia vita. Ora, spinta dai suoi confessori, padre Domingo Bànez e padre Garcia de Toledo, offriva una seconda versione del Cammi­no di perfezione, che le era richiesto dai suoi nuovi colombai.

Sempre a Toledo, nel 1577, il 2 giugno, Teresa cominciava la redazione del suo capolavoro: il Castello interiore.

Veramente, quanti contrasti nel seno di una stessa città, nel corso di una stessa vita, nell'interno di una stessa anima!

Toledo, cinta dall'allanie del Tago, stretta all'assalto del cielo intorno alla sua cattedrale dalle cinque navate, squillante di scam­panii e di preghiere, s'innalzava nella gloria di una città eletta.

In fondo a una strada, dietro la grata di un convento, nelle ore profonde della notte, S. Teresa d'Avila striava di fuoco il mondo e le sue passioni.

 

3 - Capricci di principe

 

- No, non è ragionevole accettare, senza esame, una monaca agostiniana di Segovia, in un convento della riforma! E una vera e propria sciocchezza! E l'ho detto chiaro e tondo a sua signoria.

Pronunziando queste energiche parole, il padre Domingo Bà­nez usciva con me nel calle de la Imagen - via della statua della Vergine - ad Alcalà de Henares. Risalivamo ora, sotto i portici, la via principale della città dove nacque Cervantes e in cui Cisneros fondò un'università, così brillante nel XV secolo. Studenti e mili­tari andavano e venivano all'ombra delle volte, mentre il sole a strapiombo batteva implacabile sulle piazze, sui vasti spiazzi da­vanti ai collegi, all'entrata delle chiese.

Alcalà, in estate, è. una fornace incandescente sulla triste pia­nura a sud della quale si stende Madrid.

Avevo raggiunto il padre Bànez che quell'anno onorava con le sue lezioni la cattedra di Cisneros. Siccome non eravamo lontano da Pastrana, lo avevo consultato su questa fondazione della Madre che, come tutti sanno, ebbe inizi tempestosi.

- A proposito, senor, lei non conosce dona Ana de Mendoza y de la Cerda, moglie di Ruy Gomez de Silva, principe di Eboli? Il nome di questo principe, come la sua storia, illustrano il regno di Filippo Il. Ruy G6mez venne dal Portogallo con l'imperatrice Isa­bella. Di media statura, con gli occhi vivaci, la barba e i capelli neri era uomo di squisita cortesia e molto affabile. In un batter d'occhio si era conquistata la benevolenza reale a tal punto che gli invidiosi dicevano ironicamente: « Parlate di "Ruy" Gomez? dite piuttosto "Rey" (= il re) Gomez! ». Nei famosi consigli reali, che si svolgevano sempre di notte, all'Escorial, Ruy Gomez trovava

un rivale sicuro nella persona del duca d'Alba. Quello che il suo concorrente chiamava bianco, il principe di Eboli lo definiva nero, cosicché sua maestà il re cattolico era addivenuto ad una sparti­zione: ascoltava volentieri il duca per gli affari di stato, la guerra, il governo; ma preferiva di gran lunga il tatto, l'intuizione, l'abilità cortese del principe per le relazioni diplomatiche. La fondatrice si destreggiava prudentemente fra queste due personalità, rispettan­do la loro suscettibilità. "Cominciava allora la riforma dei frati ed era utile, per ogni nostra occorrenza, avere il favore di Ruy Gomez, che godeva di tanta influenza presso il re e presso tutti" (Fondazioni XVII, 3, p. 138).

« Perciò la santa Madre accettava di affrontare le collere di sua moglie, Ana de la Cerda. Sposata a ventinove anni, aveva portato in dote il carattere insopportabile di una figlia unica viziata da un'illustrissima famiglia. Questa donna cieca da un occhio era nello stesso tempo un po' vipera e un po' gatta. Pia quando le girava, quando assumeva atteggiamenti devoti, faceva pensare a una gatta che fa le fusa: adesso, le occorreva, subito, a Pastrana, un monastero di carmelitane scalze, e uno dei più austeri. Avrebbe così potuto offrire un esempio edificante nelle sue terre, ai suoi dipendenti, e anche al regno cattolico del più cattolico dei monar­chi. Ma insolente, intrigante, seccante, irascibile fino al delirio, a corte era temuta da tutti per il suo veleno.

« Immaginiamo la scena coloritissima che Ana de Mendoza fece al marito, nella sala da pranzo che dava sulla piazzetta di Pastrana. Ruy Gomez rientrava dalla caccia. La cena era servita. Stanca, incinta di colui che un giorno sarebbe stato nominato arcivescovo di Granata, la principessa entrò, silenziosa. Dalla sua aria imbronciata, il marito previde la burrasca e congedò la servi­tù. Non ci mancava altro perché si scatenasse la sua rabbia:

« - Così, vostra signoria non si preoccupa troppo degli indu­gi che la santa di Avila pone nel fondare un convento qui da noi! Da vari mesi, il mio segretario le rivolge suppliche incalzanti. Ho comprato ai piedi del villaggio la casa destinata al Carmelo; i lavori sono cominciati, il contratto di fondazione è pronto, ma io non ricevo che scuse e parole dilatorie. Mia cugina dona Luisa gode di maggiori favori. Tutta Toledo sfila in casa sua per consul­tare questo nuovo oracolo: la Madre Teresa de Jesùs. Malagòn, olezzante di sterco, ha il suo monastero debitamente fondato. A corte non si parla d'altro che delle cerimonie che si sono svolte in occasione della sua istituzione. Ed io, principessa di Eboli, moglie dell'amico del re, del consigliere di stato, del contador major di Castiglia, non ottengo nulla... non sono tenuta in nessun conto. Di recente a Madrid, in casa della principessa dona Juana, sorella del re, mi hanno presa in giro: l'aria di Pastrana non si addice alla santa!

« Dette queste parole, Ana cominciò a singhiozzare, a battere i piedi; poi, agitata da una specie di follia, si mise a roteare nella sala. Calmo come al suo solito, Ruy Gòmez, avvicinandosi, la prese fra le braccia e, con tono molto dolce, si batté il petto.

« - Vostra signoria voglia calmarsi! Riconosco di essere mol­to colpevole non avendo prestato tutta la mia attenzione ai deside­ri di vostra grazia. Dirò a mia discolpa che abbiamo discusso di affari gravi al consiglio, in queste ultime notti: la guerra dei Mori­scos, la rivolta delle Fiandre che non si riesce a domare in alcun modo... Ma prometto che farò subito tutto il possibile... Vediamo, mia cara, dove si trova adesso la santa d'Avila?

« - A Toledo, senor, dove non si parla d'altro che dei suoi rapimenti e delle sue profezie. E tutto questo scalpore, natural­mente, a gloria di mia cugina, dona Luisa, che ne trae profitto per il lustro della sua casata e dei suoi figli. Io voglio che vostra signoria la faccia venire subito qui. Per Dio, giuro che non tocche­rò questi piatti se non la manda a chiamare seduta stante!

« Ruy Gòmez chiamò un servitore.

« Che il suo gentiluomo di camera e segretario andasse subito a trovarlo... Poco dopo, una carrozza usciva dal palazzo, situato nel centro del villaggio e, risalendo la strada, filava a tutta velocità verso Guadalajara e Toledo. Era l'antivigilia della pentecoste. Il cocchiere portava un messaggio imperativo: all'istante, la Madre doveva lasciare la città imperiale e recarsi a Pastrana. La princi­pessa era là ad aspettarla, alla vigilia del parto. Rifiutare di venire sarebbe stato recarle grave offesa (Fondazioni XVII, 2, p. 138).

« Vede, - osservava il padre Bànez - in quali mani cadeva la povera Madre! Sovranamente libera, se fosse dipeso solamente da lei, non avrebbe mai ceduto ai capricci dei potenti. Ma è una legge della grazia farsi strada in mezzo alle pietre e ai rovi. L'avvenire della sua opera poggiava su persone discutibili quanto Ruy Gòmez e sua moglie. Il Figlio di Dio, venuto sulla terra, si era comportato

meglio? Alla sua scuola, la santa del Carmelo imparava a far trionfare il bene nel cuore stesso della mediocrità, e perfino del male. Le occorrevano, come vedremo, tutte le astuzie e tutta la pazienza ispirate da un vero amore di Cristo. Ma di tutto questo,

- concluse il padre Bànez incontro al quale stava avanzando un gruppo di giovani domenicani - parleremo un'altra volta ».

 

Effettivamente, tutte le campane e il campanone della catte­drale suonavano « a gloria » « la pasqua dello Spirito Santo ». La città si riempiva di rumori agli angoli delle viuzze, sulle piazzette, a Zocodaver. Quel pomeriggio, la processione sarebbe uscita da San Clemente. Provatevi infatti ad immaginare, a Toledo, una festa di pentecoste senza orifiamme, stendardi, ceri, statue solen­nemente portate, musiche e detonazioni!

Nel nuovo Carmelo di via Santo Tomé, sedendosi a tavola, la Madre gustava una gioia pura: finalmente avrebbe « potuto gioire qualche momento con nostro Signore. Quasi non poteva mangia­re, per la felicità di cui l'anima si sentiva piena » (Fondazioni

XVII, 1, p. 137).

Suonarono alla porta. Isabel de Santo Domingo corse ad apri­re: era il messaggero della principessa di Eboli.

La Madre, come se avesse ricevuto una frustata sul viso, si presentò subito.

No! non poteva andare! Doveva rimanere a Toledo dove aveva ancora troppo da fare per organizzare quel monastero fondato così di recente.

- Senor, vada a mangiare, porfavor; nel frattempo scriverò a sua signoria. Poi ritorni a prendere la mia lettera di scuse.

Ma un'altra Signoria comandava a questa donna. Inginocchia­ta davanti al Santissimo Sacramento, Teresa si sentì ordinare « che non doveva mancare d'andare a Pastrana, che sarebbe anda­ta per qualcosa di più importante della stessa fondazione e che portasse con sé la regola e le costituzioni » (Fondazioni XVII, 3, p. 138).

Mai essere umano fu, in materia di rivelazioni personali, più diffidente di Teresa, che provava un irresistibile bisogno di farsi controllare. Si andasse a chiamare il suo confessore, il padre Vi cente Barròn, che conosceva così bene da quando l'aveva soccorsa al capezzale di suo padre morente.

« Non gli dissi nulla di quello che avevo udito nell'orazione, perché in questo modo resto sempre più tranquilla. Supplico solo il Signore di illuminare i miei confessori conformemente a quel che possono capire in virtù di lumi naturali, e Sua Maestà, quando vuole che la cosa si faccia, gliela pone in cuore » (Fondazioni XVII, 4, p. 138s).

L'austero domenicano valutò il pro e il contro: Ana di Eboli, Ruy Gòmez, il consiglio reale, il re, l'avvenire della riforma del Carmelo.

La sua risposta fu: « Sì, deve partire ».

La sera del 10 giugno, la carrozza noleggiata dalla principessa scendeva l'ultimo pendio che conduce al villaggio di Pastrana. Il sole al tramonto abbagliava i versanti dei monti coperti di olivi e gettava oro nella Vega fertile; da questo fondovalle dove si am­massano povere casupole intorno al palazzo del conte, non vi sono che giardini, ruscelli e fogliame.

La dimora costruita dalla madre della principessa era di pietre quadrate, con vaste sale, un cortile d'ingresso e un'ampia veduta, al di là della piazzetta, sul vallone.

Appena si aprirono le porte, dona Ana, coperta di gioielli, con un sorriso di trionfo sulle labbra, comparve in cima a una scala e, scendendo con maestà, si avanzò per stringere fra le braccia la carmelitana.

- Come sono felice di accogliere finalmente vostra reveren­za! E una benedizione per la mia famiglia e, in particolare, per il bambino che sta per nascere. Sia la benvenuta... Ecco i vostri appartamenti, - diceva qualche minuto dopo alla Madre e alle sue due compagne, mostrando con un ampio gesto una fila di stanze sontuosamente addobbate... - Pastrana non è Toledo!

Poi, con un'aria d'intesa leggermente maliziosa:

- Ma certe località sono per le persone sante più accoglienti della città imperiale... checché ne dica la mia venerata cugina Luisa de la Cerda!

La Madre ricevette la prima frecciata con il sorriso sulle lab­bra. Poi, quando la principessa si fu ritirata:

- Figlie mie, se c'è una cosa che dobbiamo prepararci a per­dere qui, è proprio il nostro punto d'onore!

In effetti, venire a Pastrana significava entrare in guerra. Lungi dall'essere un luogo di riposo, il palazzo si trasformò rapidamente in arena o in torneo. « Rimasi lì circa tre mesi, durante i quali ebbi a soffrire molti travagli », scrive la Madre... e certo non attenua i fatti (Fondazioni XVII, 13, p. 143).

« Ho visitato or ora la nostra futura casa, ai piedi del villaggio e devo confessare a vostra signoria che sono molto stupita. Come potremo vivere in un convento così stretto? Vostra signoria di­mentica che le carmelitane non sono puri spiriti, che sono fatte di carne e ossa e che devono vivere per sempre nel convento in stretta clausura? ».

Prima costatazione: Ana de la Cerda voleva rivaleggiare con dona Leonor de Mascarenas, ex governante del re, che aveva fon­dato a Madrid le francescane reali, soggette a una regola durissima (Fondazioni XVII, 5, p. 139). Perché non riprodurre a Pastrana ciò che veniva fatto a Madrid nella cerchia di sua maestà il re cattolico? E dona Ana, ben nutrita, colmata di attenzioni, servita nei suoi appartamenti principeschi, si dilettava al pensiero delle mortificazioni che alcune carmelitane elette si sarebbero inflitte senza pietà, a sua gloria. Ah! non avrebbe mai lesinato sulle peni­tenze imposte... agli altri!

- Voglio che il convento non abbia rendite; lo voglio, perché so che vostra reverenza ha fondato su questo principio il suo primo monastero in Avila.

- Sì, - rispondeva la Madre - ma la città dei cavalieri è più grande di Pastrana. Lì vi sono numerose famiglie nobili, abituate a fare l'elemosina ai conventi. Vostra signoria non se ne offenda, ma a Pastrana non vedo che poveri « coltivatori » e pastori, i quali traggono i mezzi di sussistenza dai loro magri campi e dalla bontà dei loro padroni.

- Per l'appunto, - rispose la principessa - io sono qui padrona assoluta. L'imperatore Carlo V ha venduto alla mia si­gnora madre questo villaggio e il suo territorio. Tutto mi appar­tiene, « dalla foglia dell'albero fino alla sabbia del ruscello e dalla sabbia del ruscello fino alla foglia dell'albero », come è specificato nel contratto. Se le monache hanno fame, io stessa darò loro da mangiare, ma nelle mie terre non voglio monasteri con redditi.

- Non dubito della munificenza di vostra signoria per la cui generosità rendo grazie al Signore, ma, per consiglio ricevuto da teologi, non posso sottoscrivere simili condizioni. Vostra signoria, Dio mi perdoni di parlarne!, potrebbe venire a mancare. I suoi numerosi eredi si ricorderanno delle sue promesse? La prudenza non è mai troppa. Non posso accettare questa fondazione. Vostra signoria fissi per iscritto l'ammontare della rendita che vorrà con­cedere al convento! Così, se vostra signoria non lo sa, ha fatto sua cugina dofla Luisa de la Cerda per la fondazione di Malagon.

Sentendo nominare la cugina, la principessa arrossì e andò in collera:

- Pastrana non è Malag6n, e la moglie del consigliere del re non è dona Luisa de la Cerda!... Por Dios, non doterò mai la vostra casa.

In quel mentre, la porta si aprì, lasciando passare Ruy Gomez, il quale, « avveduto com'era, indusse la moglie a rinunziare alle sue esigenze »; ma, appena placata una tempesta, un'altra se ne preparava (Fondazioni XVII, 13, p. 143).

La faccenda della suora agostiniana che dona Ana voleva in­trodurre nel convento carmelitano e che il padre Bànez disappro­vò, segnò un'ultima vittoria della fondatrice sui capricci della principessa. Ma, troppe volte vinta, l'illustre benefattrice prepara­va una clamorosa rivincita.

Sdraiata su un grande catafalco, pochi giorni prima del parto, dofia Ana convocò Teresa.

- Quanto mi è cara l'anima di vostra reverenza e quanto grande sarà la sua cura perché mio figlio venga felicemente alla luce! Ho saputo da fonte sicura che vostra reverenza ha presso di sé il Libro della mia vita, scritto per ordine dei suoi confessori. Nulla potrebbe alleviare i miei dolori più che il permettermi di leggerne alcune pagine... Oserebbe rifiutarmi questo favore?

La Madre si difese del suo meglio: questo libro interessava soltanto coloro che, incaricati della sua anima, dovevano rispon­derne davanti a Dio e davanti alla Chiesa. Quale interesse si sa­rebbe potuto trovare in resoconti spirituali scritti soltanto per i confessori?

- Vostra signoria trarrebbe maggior conforto dal gustare qualche libro pio, come i Moralia di s. Gregorio, che posso pre­starle immediatamente.

Ma dona Ana non voleva capire questo discorso.

La sera, Ruy Gòmez andò a parlare a Teresa. Con squisita cortesia, le richiese il libro. Sua moglie era profondamente ango­sciata e si sa bene quali pericoli corre una donna in simili momen­ti. La carità della fondatrice avrebbe rifiutato questo sollievo a una futura madre partoriente?

L'arringa fu ascoltata. Teresa cedette, a patto che solo i due sposi avrebbero letto il libro. In caso contrario, ne sarebbero potu­ti nascere gravi inconvenienti per il Carmelo e la sua riformatrice.

Già dall'indomani, la prima dama di compagnia ne dava pub­blica lettura nell'alcova principesca. Quanti scoppi di risa, escla­mazioni, commenti nell'udire quella storia di visioni, parole inte­riori, rivelazioni.

Le domestiche accorse dalla cucina, le cameriere, le guardaro­biere se le ripetevano bisbigliando confidenzialmente. « In verità, si erano mai udite simili stravaganze? ».

Dolorés, una servetta venuta dall'Andalusia, con un riso sor­nione, se ne andava raccontando a chi voleva sentire:

- A Cordova, quando veniva condotta al rogo Magdalena de la Cruz, quell'indemoniata, si dicevano di lei le stesse cose, pro­prio quelle che racconta la santa di Avila!

 

Finalmente, è finita! Per il Carmelo di Teresa, Pastrana è sol­tanto un episodio tragico. Il 10 aprile 1574, Juliàn d'Avila e Anto­nio Gaitàn vennero a portar via le tredici monache alle prese con le persecuzioni della principessa; « come Davide che fuggiva As­salonne », racconta il cappellano di San José; a prezzo di cinque giornate di viaggio, per strade impervie e con tempo avverso, per condurle a Segovia.

Eccomi qui, seduto davanti a questa piccola grata del parlato­rio, posta dalla santa Madre, in questo minuscolo convento occu­pato ora dalle suore concezioniste.

Pastrana, in questa vigilia del 15 agosto, dorme sotto il sole del pomeriggio e la polvere dei secoli. Ormai non è che un semplice villaggio riempito dal frastuono della prossima corrida. Il palazzo di dona Luisa, cadente e d'aspetto miserabile, ha dimenticato i suoi fasti. Alcune vecchie sulla soglia di casa, all'entrata del loro corridoio, respirano un po' d'aria fresca, mentre laggiù, dall'are­na, arrivano frammenti di musica.

Il silenzio conventuale mi impressiona. Questa grata immobi­le, dietro la quale si sono dileguati tanti visi santi... Mi torna in mente allora una parola di Teresa, un grido dell'anima: « Mio Re, fate che io non tenga più in alcuna stima le cose del mondo, o tiratemi fuori da esso... Nulla può far vivere bene quest'anima fuori di voi; ormai non vorrebbe più vivere in sé, ma in voi » (Vita XVI, 4, p. 144s).

Per muoversi in mezzo a tanti intrighi, per conservare la sere­nità, la fiducia, la chiara visione della sua opera riformatrice nel cuore della giungla umana, Teresa doveva davvero essere profon­damente unita a Cristo, suo Signore e Amico!

Sovrana e libera, assillata dal capriccio dei principi.

 

4 - Fervore e furore a Pastrana

 

« Porta con te la regola e le costituzioni ». Era parola divina, sentita a Toledo, il giorno di pentecoste del 1569. Il viaggio della Madre a Pastrana non consisteva nel soddisfare il capriccio della principessa di Eboli. Altre erano le recondite intenzioni del Si­gnore.

A Madrid, l'accoglienza fu calorosa.

Mloggiata nel convento delle francescane, vicino a dona Leo­nor Mascarenas, che l'aveva « sempre trattata con molta benevo­lenza » (Fondazioni XVII, 5, p. 139), la fondatrice vide sfilare tutta la capitale.

Ana de Mendoza aveva battuto la grancassa, sia per dare mag­gior lustro al suo blasone: pensate un po'! la santa veniva a fonda­re un monastero da lei, a Pastrana; sia per semplice civetteria femminile. Nel cortile del convento, le carrozze arrivavano e ri­partivano. Il salone in cui la Madre riceveva era sempre pieno:

duchesse, marchese, contesse... L'aristocrazia spagnola, frivola, chiacchierona, devota, curiosa, volteggiava intorno alla carmeli­tana dalle veste rattoppata e dal viso stanco.

- Cadrà in estasi? la mia amica Luisa me lo ha affermato...

- Devo sottoporle un grave problema: dicono che legga nei cuori...

- Ha profetizzato a Toledo. Mio figlio combatte ad Anversa, nelle Fiandre; uscirà indenne dalla guerra? Ho un buon partito da presentargli a Tordesillas. Per S. Caterina, che Dio mi esaudisca!

E dàgli a ciarlare, dàgli a spettegolare! Nell'ozio e nella medio­crità generale, la presenza della Madre era l'avvenimento del gior­no. Ahimè! La santa del Carmelo deluse ogni speranza. La nuova capitale del regno, con le sue 35.000 anime, cominciava a far parlare di sé. Da un semplice villaggio, si vedeva sorgere una città.

- Oh, - esclamava Teresa - quante belle vie ho visto a Madrid!

E la gente, al ritorno, si sedeva in carrozza, con la faccia accigliata e irritata:

- Questa è la santa di Avila? Tutto qui?

Ma la fondatrice, no, non era delusa. Dona Leonor le presen­tava due candidati per il deserto, due italiani, due originali quan­t'altri mai, perché, checché se ne dica, la santità non ha forse rasentato spesso la stravaganza?

Quante avventure aveva avuto il primo, Ambrosio Mariano Azzara, di cinquantanove anni! Molto colto, ingegnere, uomo di grande ingegno, governatore della regina di Polonia, falsamente accusato, gettato in prigione, ma senza cercare di discolparsi, que­sto personaggio di tempra fuori del comune si era rifugiato nella solitudine del Tard6n, presso Cordova.

In quella Tebaide, aveva incontrato un altro italiano di qua­rantatré anni: Giovanni Narduch, divenuto Giovanni della Mise­ria. Dapprima francescano, inseguito dai demoni e da voci che gli dicevano: « Va' in Spagna », aveva passato i Pirenei.

Andò pellegrino fino a San Giacomo di Compostella, quasi in estasi. « Gli sembrava di avere delle ali ». Tornò nella Vecchia Castiglia e si fece eremita. Con abili dita, scolpì una statua della Vergine che godeva fama di essere miracolosa. Tanta era la gente che si recava all'eremitaggio, che egli fuggì altrove, prima a Sala­manca, poi a Palencia e vicino a Jaén. Spinto da un'altra voce che gli suggeriva di sottoporsi alla regola dell'obbedienza, arrivò in un deserto chiamato el Tardòn, dove strinse amicizia con il padre Mariano.

Due uomini davvero bizzarri, sempre in cerca di difficoltà, di vita eremitica e di imprese.

Mariano veniva chiamato per irrigare, a partire dal Tago, la pianura di Aranjuez. Giovanni, sotto l'alto patrocinio di Leonor de Mascarenas, prendeva lezioni di pittura nello studio del pittore Sànchez Coello. Un giorno, a Siviglia, dipingerà quel ritratto della santa Madre che diverrà famoso.

Due eccentrici, senza dubbio, ma con quale fondo di gene­rosità!

Dona Leonor parlò di loro alla fondatrice. Il padre Mariano desiderava molto conoscerla. Partiva alla volta di Roma per otte­nere un indulto allo scopo di continuare una vita da eremita che il concilio di Trento non autorizzava.

La Madre gli mostrò la regola e le costituzioni manoscritte del Carmelo. Sognava una cosa impossibile? Quei due uomini non cadevano forse provvidenzialmente dal Cielo per fondare il se­condo monastero di monaci autorizzato dal padre generale?

Il padre Mariano si ritirò nella sua cella per « pensarci quella notte ».

« Mi sembrò già quasi deciso, e capii che quanto mi era stato detto nell'orazione a Toledo, "che sarei andata per qualcosa di più importante della fondazione di un monastero di religiose", si rife­riva proprio a questo ».

Il mattino seguente, l'ingegnere asceta era conquistato; « stu­pito dal repentino cambiamento operatosi in lui, tanto più - anche ora a volte me lo ripete - a causa di una donna » (Fonda­zioni XVII, 9, p. 141s).

Confidenza per confidenza, il napoletano raccontò che Ruy Gòmez aveva offerto a lui e al suo compagno il romitaggio di San Pedro, sulle sue terre di Pastrana.

Presto, carta e penna! E Teresa scrive ai superiori del Carmelo perché permettano di continuare nella Nuova Castiglia l'opera cominciata da Fray Juan e da Fray Antonio nella Vecchia Castiglia. Con l'appoggio del vescovo di Avila, il consenso fu dato: « Una fondazione in luogo così appartato non poteva essere loro di alcun danno » (Fondazioni XVII, 11-12, p. 142s).

Alla fine di giugno, i due eremiti arrivavano a Pastrana, muniti dell'autorizzazione provinciale. Veniva con loro un sinistro per­sonaggio, Fray Baltasar Nieto, carmelitano dell'Andalusia, i cui intrighi avevano sfidato, nel 1566, il padrè generale. La Madre lo conosceva come « assai buon predicatore »; voleva diventare « scalzo ». La fondatrice « ne rese lode a Dio », senza sospettare il deplorevole gioco al quale si sarebbe abbandonato un giorno quel monaco equivoco (Fondazioni XVII, 15, p. 144).

Per grazia di Dio e del consigliere del re, Pastrana sarebbe divenuta il secondo luogo della riforma maschile e, così vicino ad Alcalà, città universitaria, avrebbe attirato un gran numero di candidati alla vita carmelitana.

 

« Ecco il vostro territorio », dichiarava Ruy Gomez indicando con il suo bastone dal pomo d'argento tutto lo spazio intorno alla collina dove si ergeva il romitaggio di San Pedro. La cima è tutta rotonda. Più giù si dividono tre vegas - « pianure coltivate » -con le loro sorgenti, i loro ruscelli, i loro orti, i loro boschetti. Dondolio di pioppi, di olivi, di pini. I quattro venti del cielo vi mescolano vari profumi, mentre il sole tinge di rosa il monte su tutti i suoi fianchi, secondo l'ora del giorno. Aereo, isolato, acca­rezzato dalla luce e avvolto dal silenzio... Che cosa si poteva offri­re di meglio a quei nostalgici della solitudine?

Subito, i due eremiti di professione decisero: la cappella servi­rà per gli uffizi; il colombaio, situato all'estremità della collina, a picco sulle vegas, diventerà l'infermeria; nella costa rocciosa che strapiomba sulla vallata verranno scavate grotte, a mo' di celle.

Il 9 luglio 1569, nell'oratorio del palazzo, Mariano e Giovanni presero l'abito e la cappa « confezionati dalla Madre »; ma la grande festa si celebrò il 13 luglio.

Ancor più che a Malagòn - è ovvio - l'avvenimento non poteva passare inosservato; bisognava strombazzarlo. Dapprima il Santissimo Sacramento fu portato al Carmelo delle monache, situato ai piedi del villaggio, poi la processione, ceri, statue, caval­li, belle dame e tonache, si snodò su un buon chilometro fino al romitaggio San Pedro.

Paesaggio scintillante di sole, armonia dei pendii dove si spo­sano la terra bianca e il verde degli alberi; pace solenne di quella prua altera, a picco sulla vega, mentre in fondo a questo anfiteatro naturale, il palazzo principesco raccoglie casette e patios in uno splendore ieratico. Chi poteva dubitare che la Madre fosse al col­mo della gioia?

L'entusiasmo dei santi vola via, leggero, inconsapevole, su ali

di colomba. Un Altro abita in loro... non c'è quindi da stupirsi se, presto o tardi, la malizia degli uomini si accanisce a crivellarlo di pietre.

 

In effetti, le delusioni e le contraddizioni non si fecero aspetta­re molto. Il padre Antonio, che la fondatrice aveva fatto venire da Duruelo, nominò priore dei due frati conversi, Mariano e Giovan­ni, il cupo Nieto. Intrigante, questi si era conquistata la fiducia di Ruy Gòmez, ma non divenne mai uno scalzo e finì col diventare il personaggio sospetto numero uno.

Nel 1577, all'epoca della grande tempesta contro la sua opera, la Madre scriverà al re: « Supplico vostra maestà di prendere informazioni sulla vita di questo predicatore che fu scalzo... » (Lettere 18.9.1577, p. 604).

Ingegnere, sterratore, fontaniere, Mariano non poteva dimen­ticare i suoi talenti e il suo desiderio di superattività. Mancava l'acqua! Venne costruito un canale per prenderla al villaggio e portarla fino in cima alla collina. Per recarsi dal colombaio al romitaggio, bisognava arrampicarsi su un faticoso pendio: venne­ro sistemati dei gradini; direttamente nel tufo furono scavati un refettorio e una cucina. In quanto alle grotte, bisognava allargarle e aumentarne il numero. Con grande fragore di polvere da sparo, si fece saltare la roccia.

« Si deve alla Provvidenza », scrive il padre Ruzola, « se non vi furono né morti né crani fracassati!

Questi lavori degni del nostro moderno genio civile non basta­vano a soddisfare lo zelo dei due italiani. La regola del Carmelo prescrive « che bisogna meditare la legge del Signore, giorno e notte »: per questo a Pastrana venne organizzata l'adorazione perpetua.

I novizi affluivano, tanto la fama correva sulle ali del vento e sotto il patrocinio di Ruy Gòmez.

Ma quale spirito regnava nella fondazione di Mariano? A un anno di distanza, il 7 luglio 1570, la Madre poté rendersene conto.

A Pastrana si leggevano i Padri del deserto e le opere di s. Giovanni Climaco. Come venivano interpretate, alla santa collina, le prodezze di quei forsennati della penitenza?

«La discrezione è cosa di grande importanza per governare », aveva scritto la Madre (Fondazioni XVIII, 6, p. 149). « Vorrei che adempissero la regola, cosa che dà già molto da fare, e che atten­dessero al resto con moderazione » (Fondazioni XVIII, 7, p. 150).

Ahimè! nelle caverne di San Pedro, i frati si infliggevano per­cosse e torture. Digiuni e discipline, piedi nudi, breve sonno su sarmenti e selci appuntite...

Nessuno più di Teresa ammirò le follie dei santi di un tempo:

« Il freddo, il caldo, i loro digiuni e la loro solitudine, senza avere nessun altro per lamentarsi, se non Dio » (Cammino Manoscritto Escorial XVI, 4). Tuttavia, « dobbiamo distinguere ciò che è da ammirare da ciò che è da imitare » (Vita XIII, 4, p. 117).

Frenesia nelle penitenze? Furia di autodistruzione? I carmeli­tani di Pastrana chiamavano questi eccessi « follie d'amore divi­no ». Invano la Madre notava: « L'eccesso di mortificazione si trasforma di solito in disgusto di ogni mortificazione » (Cammino Manoscritto Escorial XV, 4).

Come avrebbe potuto la fondatrice moderare questo furore penitenziale?

Era donna, in un ambiente decisamente misogino. Richiamare quegli asceti alla discrezione era come predicare al deserto. Non avevano forse corso lo stesso pericolo i carmelitani di Duruelo, di Mancera? Chi mai aveva apportato la giusta misura a quella « ascesi da bestie », se non Juan de la Cruz? (Notte oscura I, VI, 2, p. 392).

Egli, per fortuna, arrivava a Pastrana verso la metà di ottobre del 1570. Con un'occhiata, considerò là situazione. Avrebbe volu­to nominare un giovane padre maestro dei novizi: Fray Gabriel de la Asunciòn, il quale, di salute robusta, d'aspetto affabile, di tem­peramento equilibrato, prudente e spirituale malgrado i suoi ven­ticinque anni, avrebbe potuto contrastare il fanatismo della co­munità.

Ma quelle menti meschine e mediocri non sognavano altro che le loro grotte trasformate in sepolcri, i loro cilici, le loro discipline e il loro cibo miserabile; di che trasformare in Tebaide quel delizioso angolo della Nuova Castiglia, e definire come au­tentico amore divino le stravaganze e i deliri dell'orgoglio e della stupidità.

Nell'aprile del 1571, Fray Juan de la Cruz fu nominato rettore del collegio dei carmelitani ad Alcalà de Henares. Egli accoglieva i novizi, venuti da Pastrana per studiare, e rimediava con la sua dolcezza, il suo senso del discernimento agli eccessi di una forma­zione così male orientata. Alle porte di quel deserto, lui, « il picco­lo Seneca », incarnava quella prudenza e quella discrezione che la riformatrice aveva sempre desiderato per il suo ordine, ma che non aveva potuto far regnare fra gli eremiti di San Pedro. « Teme che per il modo con cui si trattano i religiosi si debba presto finire col distruggere ogni cosa » (Lettere 12.12.1576, p. 461).

 

Le grotte sono abbandonate da molto tempo, come pure il convento, e io sono qui, in questa sera di agosto, seduto sul dirupo della roccia ai piedi della quale rinverdiscono ancora pioppi, salici e olivi. Che silenzio profumato! Sulla mia testa, un melograno in fiore, e già una melagrana in frutto. Come non pensare ai celebri versi del Cantico spirituale e all'incomparabile mistico che lo scrisse:

« Quindi all'alte caverne Tosto il pie' porterem dell'alma Pietra, Ben profonde ed interne, Là entro ne andrem poi L'umor suggendo de' granati tuoi » (Cantico spirituale, strofa XXXVII, p. 756).

 

Questa pietra è Cristo e queste caverne rappresentano i suoi misteri. Come arrivare ad intenderli tutti, quando tanti santi dot­tori non sono riusciti in questa ricerca? Numerosi ancora appaio­no i semi di melagrana e delizioso il loro sapore.

Ah! se si fosse dato ascolto a quel maestro di saggezza, Juan de la Cruz, invece di abbandonarsi a quelle assurde mortificazioni! Se si fosse cercato Cristo invece di coltivare il gusto delle prodezze ascetiche! In poche parole, se l'autentico spirito del Carmelo aves­se permeato quei dittatori della santità, Pastrana sarebbe diventa­ta una sorgente, una stella, un simbolo della grazia.

Come questo fiore di melagrano, di un rosso smagliante, che il soffio della sera fa oscillare al di sopra della sterilità della roccia.

 

5 - La fondazione più costosa

 

- Ah! non mi dica che Salamanca, all'ora del tramonto, quando si attraversa il ponte romano con i suoi 27 « occhi » sul Tormés, non è una meraviglia!

Il mio amico, il senor Serafin che è morto da poco - Dio abbia l'anima sua! - me lo ripeteva come una cantilena. E non aveva peli sulla lingua:

- Toledo? Avila? Segovia? per menzionare soltanto località castigliane, una porqueria, « un porcile »! Ma Salamanca, se pen­so alle sue due cattedrali incastrate l'una nell'altra, alle facciate di San Esteban e dell'università, alla sua Plaza Mayor, unica in Spa­gna... Lasciamo andare i suoi monumenti; per nominarli ad uno ad uno ci vorrebbero parecchie pagine. Ma al crepuscolo le sue tinte pastello, il suo color ocra dorata, il cui riflesso laccato incen­dia il fiume, copre di una patina i campanili, le torri campanarie e le altre case, costringendovi, visitatori della sera, a rallentare il passo.

- Claro! senor Serafin! lei aveva ragione, soprattutto se si aggiunge che aleggia qui un'aria d'intelligenza, di cultura e di operosità. Teologi, maestri di spiritualità, scrittori, fino all'ombra severa di Fray Luis de Leòn sulla piazza dell'università, concorro­no per affermare che, se il classicismo nacque in Castiglia, è que­sto il luogo in cui si scopre la sua culla.

- Malgrado il suo prestigio - riprese il padre Domingo Bà­nez - la fondazione di Salamanca fu la più laboriosa per la santa Madre. « Il locale era assai umido e freddo e troppo grande ai fini di riuscire a ripararlo. E il peggio era la mancanza del Santissimo Sacramento, il che, in così stretta clausura, è molto sconfortante » (Fondazioni XIX, 6, p. 158).

Mentre entravamo nel convento domenicano di San Este­ban, il padre fece una sosta, parlando fra sé e sé, seguendo il filo dei suoi ricordi.

- Perché, ci si potrebbe chiedere, sono così bene al corrente di questa faccenda? Strano disegno di Dio! Ero stato chiamato a tenere all'università la predica della traslazione di S. Gerolamo; era la domenica 22 ottobre del 1570. Quest'occasione provoco l'incontro di due Gutiérrez: l'uno gesuita, l'altro rispettabile pa­dre di famiglia, entrambi responsabili, a titolo diverso, della venu­ta della Madre nella città di Salamanca. Rettore della Compagnia di Gesù, il padre Martin Gutiérrez si era acquistato qui larga influenza. Appena quarantaseienne, grazie al suo dinamismo, ai suoi doni di comunicativa, alla sua alta personalità spirituale, ave­va contribuito non poco ad accrescere il credito del suo ordine in questa città universitaria in cui il gran numero di religiosi, di maestri brillanti, di studenti di ogni paese, rendeva la concorrenza difficile. Da circa un anno, chiedeva con insistenza alla Madre di fondarvi un Carmelo. « La città è povera, vive dei beni dello spiri­to; il monastero può sostentarsi senza rendite, come ad Avila, e la propagazione del Carmelo sarà tanto maggiore in quanto più di settemila studenti frequentano i corsi universitari. Il vescovo, don Pedro Gonzàlez de Mendoza, ha per me sentimenti di grandissima fiducia e amicizia e accorda la sua autorizzazione » (Fondazioni XVIII, 1-3, p. 146s).

« Il secondo Gutiérrez, di mestiere commerciante, si perde nell'ombra della storia; eppure era uomo di grande valore e otti­mo cristiano. Aveva dotato molto largamente le sue sei figlie man­dandole all'Incarnazione di Avila. Cinque di loro passavano alla riforma e sarebbero divenute eccellenti carmelitane. Juliàn d'Avila venne dunque a trattare questa fondazione. Da una signora impa­rentata con i Cepeda per parte del cognato Ovalle, prese in affitto una casa, che era occupata da alcuni studenti. Era il mese di settembre, epoca poco propizia per trovare alloggio in una città universitaria. La proprietaria, per contratto, promise che l'abita­zione sarebbe stata libera all'arrivo delle monache. Lei conosce la casa, contigua al monastero delle clarisse di Santa Isabel e al rivo di San Francisco: niente di straordinario, né come alloggio, né come posizione. Ma chi ha mai visto i poveri fare gli schizzinosi?... In quanto all'avvio della fondazione, la Madre lo rievoca con parole vivaci e commosse ».

 

Partenza da Avila, la domenica 27 ottobre. Una sola compa­gna: Maria del Sacramento.

Inutile caricarsi di monache gemebonde!

Per una fondazione, così come per una campagna militare, non c'è bisogno di codardi né di devoti in pantofole!

L'esperienza di Medina era bastata.

Le accompagnavano due carmelitani calzati.

Che tempo, Dio del Cielo, d'autunno, in Castiglia.

« Nel parlare di queste fondazioni, tralascio gli enormi disagi dei viaggi, per il freddo, il sole, la neve che a volte non cessava di cadere tutto il giorno. Di quando in quando ci smarrivamo, oppu­re mi accadeva di essere travagliata da forti mali con attacchi di febbre... Per quel ch'io ora ricordo, non ho mai rinunziato a una fondazione nel timore della sofferenza... appena mi mettevo in cammino, la fatica mi sembrava poca, pensando chi fosse colui a servizio del quale si faceva il viaggio e considerando che nella nuova casa si sarebbe lodato il Signore e vi sarebbe stato riposto il Santissimo Sacramento » (Fondazioni XVIII, 4-5, p. 148).

Salamanca si trova soltanto a una giornata e mezzo di viaggio da Avila, ma in quali condizioni! Cadeva una pioggia gelata; il fango arrivava fino alle assi della carretta. Bisognò passare a gua­do un ruscello vicino a Santo Tomé de Zabarcos. Per colmo di sventura, la Madre tremava di febbre. Verso sera, si fermò a Pena­randa, in casa di don Juan de Bracamonte.

Di prima mattina, traballante, il carro s'inoltrava sulla strada maestra, lungo il Tormes. La nebbia autunnale avvolgeva mule, mulattieri, monaci ed equipaggio.

Verso mezzogiorno, la vigilia della festa d'ognissanti, il grup­po passava il ponte romano ed entrava in città da una delle tredici porte: la porta San Polo. Mentre i carmelitani raggiungevano il loro convento San Andrés, vicino al fiume, la Madre e la sua compagna cercavano una locanda.

Nicolàs Gutiérrez venne a salutarla, portando cattive notizie. La casa, sì, era stata affittata, ma gli studenti vi abitavano dalla festa di 5. Luca, giorno d'inizio dei corsi.

Decisione immediata: come convenuto, i giovani inquilini dovevano sgombrare l'alloggio prima dell'imbrunire! Le suore sarebbero entrate soltanto sotto la protezione delle tenebre: ma­niera efficace per evitare ogni scandalo (Fondazioni XIX, 2, p. 156).

Strepitando, sfasciando tutto, la genia studentesca sgombrò la vasta casa piena di soffitte ma, bonacciona, si calmò quando seppe che il suo posto sarebbe stato preso da suore, da penitenti. Uno degli sfrattati era don Juan Moriz, futuro vescovo di Barbastro.

Quarant'anni più tardi, scrivendo al papa Paolo V per postulare 1° beatificazione della santa di Avila, spiega che, avendo visto e cono­sciuto colei che aveva occupato il loro alloggio, fu preso per sempre d'ammirazione per la « benedetta Madre Teresa de Jesùs ».

La fondatrice possedeva soltanto quattordici ducati che subito destinò a comprare due immagini di carta: una dell'Ecce Homo, l'altra della deposizione dalla croce. Per primo, servire Dio, il Signore!

Al crepuscolo, mentre il campanone della cattedrale annun­ziava la festa di ognissanti, le due suore s'introdussero nella vasta casa scalcinata. Era così sporca! I giovanotti l'avevano lasciata in tali condizioni che « avemmo da lavorare non poco quella notte » (Fondazioni XIX, 3, p. 156).

Il primo Gutiérrez, il laico, si era prodigato per trattare; era giusto che il secondo, il gesuita, prestasse a sua volta tutto il suo aiuto. Dal collegio della compagnia furono mandati due giovani religiosi con un carrettino pieno di tavole, due sgabelli, paglia, due coperte e sarmenti.

Venne mandato a chiamare un falegname. Pedro Hernàndez ha raccontato il suo intervento con molti particolari pieni di fre­schezza.

« Un religioso della Compagnia venne a bussare alla mia porta verso le 8 di sera, in via de Gordo Lado.

« - Venga - mi disse.

« - Dove? - risposi; - a quest'ora non esco più.

« - Oh! Non è per fare una cattiva azione!... Alcune suore che vengono da fuori si stanno installando vicino alla parrocchia di San Juan de Barbados. Bisogna che la casa sia sistemata alla meglio per essere trasformata in convento allo spuntar del giorno.

« Andai dunque lì con i miei attrezzi; ci trovai la Madre Teresa e un'altra suora. Bisognava chiudere alcune porte, aprire una fine­stra là dove sarebbe stata la cappella. Aiutato dai religiosi gesuiti, ebbi da lavorare fino alle 4 del mattino!

Allora arrivò il padre Gutiérrez che celebrò la messa. Si prese quindi possesso del monastero. Era il primo novembre del 1570, festa di tutti i Santi.

Grazie a Dio, non mancava il senso dell'umorismo sotto il cielo di Salamanca!

Le vicine clarisse di Santa Isabel facevano generose elemosine alle povere scalze, senza alcuna gelosia né malanimo, come era avvenuto tre anni prima con gli agostiniani di Medina del Campo.

Ma la sera di quel primo giorno, festa di ognissanti, aspettando le nuove venute che la Madre aveva mandato a chiamare da Valla­dolid, Medina ed Avila, le fondatrici si ritrovarono come due erranti in quella vasta dimora. Al calar rapido, glaciale della notte di novembre, con il vento che gemeva sotto le soffitte e sbatteva un'imposta mal sistemata, Maria del Sacramento fu invasa da una paura irragionevole.

- Por Dios, Madre! Ci deve essere qualche studente nascosto lassù. Sento camminare... Se ne sono andati così stizziti che non sarei affatto stupita se ritornassero a farci un brutto scherzo.

« Ci chiudemmo a chiave in una camera. La buona paglia, offerta dai gesuiti, costituiva un eccellente materasso. "Era ciò di cui io anzitutto mi provvedevo nelle mie fondazioni, perché così non ci mancava un letto" (Fondazioni XIX, 4, p. 156). La lampa­da disegnava ombre danzanti sul muro scrostato. Maria del Sa­cramento girava qua e là gli occhi ingranditi dallo spavento. Il sonno cominciava a venire quando si misero a suonare a morte le campane di San Juan, di San Marcos, di San Martin e ancora più lontano... Era la notte dei defunti e tutti sanno che in Castiglia si suona "per le anime dei morti" a ogni mezz'ora.

« Dissi a Maria:

« - Che cosa guarda? qui non può entrare nessuno!

« Mi rispose:

« - Madre, se io ora morissi, che cosa fareste voi, sola, qui?

« Questo, davvero, se fosse avvenuto, mi sembrava difficile da sopportare; cominciai a pensarci un po' su e, insieme, ad aver paura, perché la vista dei cadaveri, sebbene non mi spaventi, mi produce un certo cedimento di cuore, anche se non sono sola... Il demonio aveva buon gioco per farci perdere la testa con timori puerili; quando, infatti, vede che non si ha paura di lui, cerca altri ripieghi.

« Risposi alla mia compagna:

« - Sorella, quando ciò avverrà, penserò a quello che devo fare; ora mi lasci dormire.

« Siccome avevamo passato due cattive notti, il sonno ci tolse presto le paure » (Fondazioni XIX, 5, p. 157).

Certo, questa fondazione di Salamanca si era realizzata facil­mente, se si pensa alle precedenti. Ma le condizioni della sistema­zione risultavano deplorevoli.

A pochi passi si trovava il serbatoio d'acqua della città. Vicino alla porta scorreva il rivo San Francisco: freddo, umidità. Ma il peggio era la mancanza del Santissimo Sacramento.

Tuttavia, questa casa procurava grazie non comuni a quella donna di cinquantacinque anni.

« Il mio confessore, il padre Bàfiez, si trovava a Salamanca ». Egli intervenne efficacemente per la fondazione immediata di Alba de Tormes (di cui non parleremo qui).

Si trovava lì anche il padre Martin Gutiérrez, rettore della compagnia. Al tramontar del giorno, veniva nella minuscola cap­pella ad intrattenersi con la fondatrice, accompagnato da un gio­vane religioso, Bartolomé Pérez de Nueros. I due interlocutori prendevano così poche preoccupazioni nel parlare di Dio e dei suoi doni, che alcuni frammenti di quella mistica conversazione giungevano all'orecchio del giovane compagno. Martin Gutiérrez, uomo di animo grandissimo, così affabile, diveniva uno di quei suoi maestri che la Madre ha tanto decantato e di cui apprezzava ancor più il valore, dato il loro esiguo numero. Teresa stessa ha lasciato un'alta testimonianza della qualità delle loro relazioni spirituali:

« Poiché ieri la signoria vostra se n'è andato via così presto ed io vedo come ella sia troppo pieno di occupazioni perché io possa riceverne conforto, perfino quando è più necessario, sono rimasta per un po' addolorata e triste. Vi contribuiva anche la solitudine di cui ho parlato. Siccome, d'altronde, mi sembra di non essere at­taccata a nessuna creatura terrena, fui presa da un certo scrupolo, nel timore di cominciare a perdere questa libertà. Ciò avveniva ieri sera. E oggi nostro Signore ha risposto ai miei dubbi dicendomi di non meravigliarmi, perché, come i mortali desiderano avere com­pagni con cui conversare dei loro piaceri materiali, così l'anima, quando c'è qualcuno che la intende, desidera comunicargli le sue gioie e le sue pene, e si rattrista se non ha con chi farlo. (E, parlando del padre Gutiérrez) aggiunse: "Egli ora segue la strada giusta e le sue opere mi sono gradite" » (Relazioni XV, 4, p. 477).

Due anni dopo, il padre, in Francia, cadeva sotto i colpi degli ugonotti.

Spesso mi sono recato in questo primo monastero di Salaman­ca. Passata la prima porta, si penetra sotto un portico a volta per arrivare alla seconda entrata. Uscendo dalla penombra, si rimane abbagliati dalla vivida luce di un minuscolo patio. A destra, cigola la catena del pozzo: l'acqua è così pura! Che fortuna per queste donne isolate nella clausura e che simbolo! In fondo, a sinistra, si stendono le larghe foglie di un fico.

Nel mese di gennaio del 1571, la fondazione di Alba de Tormes aveva accaparrato la Madre. Per la festa della purificazio­ne della Vergine, scrive Ana de Jesùs, la Madre tornò a condivide­re con le sue compagne l'umidità e il freddo della casa degli stu­denti.

Malgradq tante scomodità e la privazione della presenza del Santissimo Sacramento, erano giorni di grazia.

« Considerando, sorelle mie, la stretta clausura, i pochi motivi di distrazione che avete... mi sembra che possa esservi di conforto ricrearvi in questo castello interiore » (Castello Conclusione, 1, p. 499).

Ricrearvi e condividere la vostra felicità.

Ana de Jesùs, ancora novizia e già nominata maestra delle novizie, incantava la fondatrice per la sua intelligenza e i doni che riceveva da Dio. Il padre Gutiérrez, da parte sua, la capiva perfet­tamente. Lunghe conversazioni, scambio di lettere. Teresa gli mandava per iscritto i suoi resoconti spirituali. Proprio a uno di questi - il più celebre - sto pensando, mentre, seduto nel minu­scolo giardino, vedo il giorno tramontare, il mirabile atardecer di Salamanca. Il fico, la sponda del pozzo, i pilastri che attorniano il patio si tingono di colori rossicci.

Penso a quella sera di pasqua del 1571. Per la Madre, la tri­stezza e la solitudine si erano prolungate fino all'ora stessa in cui i discepoli di Emmaus dividevano il pane con il Risuscitato, nella gioia.

Isabel de Jesùs, una novizia da poco arrivata da Segovia, si mise a cantare un cantarcillo popolare.

 

« Veante mis ojos, Dulce Jesùs, bueno... » « Quest'occhi miei ti vedano, o dolce Gesù buono, quest'occhi miei ti vedano e dopo muoia! ».

 

« Essendo già in preda alla sofferenza, il canto mi fece una tale impressione, che le mani mi si cominciarono a intorpidire...

Estatica, la Madre scivolò a terra come una morta. A fatica, attraverso la scala di legno che ancora sale alla mia destra, fu trasportata nella sua cella, al di sopra del portico d'ingresso.

« Rimasi con questa pena fino a stamattina, allorché, mentre ero in orazione, ebbi un gran rapimento » (Relazioni XV, 3, p. 477).

Così, in questa casa lasciata sordida da una banda di studenti, intirizzita dall'inverno, presentendo gravi preoccupazioni future, Teresa gustava a modo suo l'allegrezza pasquale.

L'estasi confina con la poesia. Platone scrisse che la poesia è« cosa alata ». Così, al termine del suo rapimento, Teresa, sotto l'influsso divino, buttò sul foglio alcune strofe; il ritornello è dive­nuto popolare come quello del cantarcillo, ma il resto ha origine diversa ed esprime tutto quello che accadde, in quel crepuscolo dorato, nel patio dove s'innalzava il fico, vicino al pozzo dall'ac­qua pura.

 

« Vivo, eppur non vivo in me, aspettando sì alta vita, che mi è morte il non morire » (Poesie I, p. 583).