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UN PICCOLO ANGOLO DI DIO

 

Eccoci arrivati agli anni chiave: 1560-1562. Il primo convento riformato dell'ordine del Carmelo, San José d'Avila, viene fondato non senza fatica. La fondatrice raggiunge l'età di quarantasette anni. Le restano vent'anni da vivere per consolidare la sua opera, diffonderla attraverso la Spagna, mentre si rinforza non solo la sua esperienza mistica, ma anche la conoscenza che ha acquisito, al punto che d' ora innanzi, sarà straordinariamente eloquente sul­le cose di Dio.

Non che si possa parlare di due Terese: l'una organizzatrice di una nuova vita carmelitana, l'altra scrittrice. I due personaggi si fondono umanamente nel genio di questa donna nella piena matu­rità. Dal suo incontro con Cristo, il più personale e il più inatteso, è scaturita l'opera. Senza immaginarselo e malgrado la sua volon­tà di condurre una vita più appartata, la « Madre fundadora »diventa attiva, creatrice, figlia della Chiesa, giacché il suo dialogo interiore non la lancia su un cammino di ronda dove incontrereb­be soltanto se stessa, né in un circolo chiuso dove introdurrebbe un piccolo numero di elette. Teresa entra nella problematica della Chiesa del suo tempo. Dilaniata, dolorante, straziata, la cristianità cerca chi lavorerà per la sua unificazione, per la sua pacificazione.

Molto meglio di Filippo Il che, pur pretendendo di fare e disfare i papi, lottando contro il concilio di Trento, si proclamava il re « cattolico », colei che d'ora innanzi sarà chiamata la « santa Madre », con la sua riforma evangelica supera se stessa a beneficio del Corpo di Cristo. Come una volta Francesco e Domenico, come quasi nello stesso tempo, Ignazio de Loyola, Teresa, intimamente legata al Cristo Salvatore, vuole essere efficiente ed esclama: « Beate le persone che vi servono con grandi opere! Se l'invidia e il desiderare d'essere simile a loro potessero valermi a qualcosa, non resterei molto indietro alle altre nel contentarvi » (Vita XXXIX, 13, p. 369).

Nel suo puro distacco da ogni tornaconto, nella sua passione della « salvezza delle anime », la monaca dell'Incarnazione, che sta per diventare Teresa d'Avila, apporta alla Chiesa del XVI seco­lo, e alla nostra, i doni di una personalità eccezionale, trasfigurata da un amore non meno eccezionale a Gesù Cristo.

 

1 - « Conquistador » di Dio

 

- Le assicuro, - mi dichiarò don Francisco de Salcedo - che è entrato dalla porta dell'Adaja, quella dove siamo noi. Dona Guiomar mi aveva inviato incontro a lui. Scendeva a piedi dal suo convento di Arenas: quasi duecento leghe di strada cattiva. Un mulattiere mi aveva avvertito. Non era difficile riconoscerlo: alto, abbronzato e, come scrive la santa Madre, « di così estrema magrezza che sembrava fatto di radici d'albero » (Vita XXVII, 18, p. 240). Notai subito delle rughe profonde sulla sua fronte e il suo aspetto da vecchio giacché, sebbene non avesse che sessantun anni, si sarebbe detto che ne aveva settanta. Mentre risalivamo attraverso l'antico quartiere ebraico di Avila, passando davanti alla chiesetta di San Esteban, mi chiese notizie di dona Guiomar. Veniva a trattare con lei per una fondazione di frati ad Aldea del Palo. Molto affabile, non parlava molto, tranne quando veniva interrogato. La traversata della città non era facile. La gente ac­correva alle porte, ai balconi delle finestre spalancate in quel pe­riodo dell'anno. Al mercato, bisbigliata confidenzialmente, era corsa la voce: « Fray Pedro è sulla strada di Avila ».

- Io so - risposi - che è nativo di Alcàntara, al limite dell'Estremadura. Non è rimasto molto tempo a Salamanca, poi­ché a sedici anni si fece frate minore francescano.

- E che francescano! - rincarò Salcedo. - Predicava un ritorno alla stretta osservanza finché, nel 1558, ottenne una pro­vincia separata, quella di San José.

- Ho come l'impressione che intorno a lui si sia creata una leggenda...

- Potrei ammetterlo - riprese Salcedo - se non ci fosse l'autorevole testimonianza della santa Madre, che aveva ascoltato le sue confidenze: lotta eroica contro il sonno. Per quarant'anni, egli aveva dormito solo un'ora e mezzo tra notte e giorno. Vada a Pedroso, vedrà la sua cella sotto la scala! Vi stava soltanto seduto o in ginocchio e, per dormire qualche quarto d'ora, non aveva che una piccola trave sulla quale, sfinito, lasciava cadere la testa. Po­vertà dell'abito, miseria della cella, soprattutto con i freddi ecces­sivi delle Sierre. « Mangiare ogni tre giorni era per lui cosa ordina­ria e, poiché io me ne stupivo, mi disse che era molto facile per chi ne avesse preso l'abitudine » (Vita XXVII, 17, p. 240).

- Trovo sorprendente che questo francescano si sia mostrato così poco missionario.

- All'inizio - continuò il santo cavaliere - predicava, ma una volta gli accadde di cadere in estasi proprio mentre era sul pulpito. Da allora non vi salì più. Che vuole, sefior, dall'Estrema-dura sono partiti, a centinaia, eminenti conquistadores. Fray Pe­dro d'Alcàntara aveva deliberatamente optato per un altro nuovo mondo di conquiste più aspre, di gioie più sconosciute... « Era soggetto a grandi rapimenti e impeti di amor di Dio, dei quali io una volta fui testimone », racconta il Libro della mia vita (Vita XXVII, 17, p. 240).

« Il Signore si compiacque, spiega S. Teresa, di rimediare in gran parte alla mia pena - anzi, per allora, del tutto - facendo venire in questa città il benedetto Fray Pedro d'Alcàntara » (Vita XXX, 2, p. 260).

Tre anni prima, un gesuita dall'animo francescano, Francesco Borgia, aveva rincuorato Teresa. Gli effetti del suo intervento si erano attenuati. Era davvero ora che un altro personaggio di in­comparabile prestigio venisse in suo aiuto.

« Appena dona Guiomar seppe dell'arrivo di Fray Pedro, af­finché potessi trattare con lui con più libertà, mi ottenne dal pro­vinciale il permesso di stare otto giorni a casa sua. Sia qui, sia in alcune chiese, gli parlai spesso questa prima volta del suo soggior­no in città » (Vita XXX, 3, p. 261).

L'essenziale delle loro conversazioni è riassunto in modo mi­rabile dalla Madre: « Quasi subito vidi che mi capiva per espe­rienza... » (Vita XXX, 4, p. 261).

Per una volta, Teresa parlava un linguaggio che l'altro poteva capire. Lo aveva imparato in un libro identico: « Sua Maestà è stato il solo libro dove ho letto le supreme verità » (Vita XXVI, 5, p. 230).

Fray Pedro la rassicurò sulle visioni che non erano « immagi­nane », quelle che vedeva non « con gli occhi del corpo » ma con « gli occhi dell'anima ». L'aiutò a definire se stessa, poiché le mancavano le parole e le espressioni per descrivere i suoi stati spirituali.

La esortò a non affliggersi, ma a « lodare Dio ».

Doveva essere così certa che era lo spirito di Dio ad agire in lei che, a parte le verità della fede, non poteva esserci cosa più vera né più degna d'essere creduta.

Una perfetta corrispondenza di idee e di sentimenti si stabili fra loro, una vera felicità. « Godeva di trattare con me, perché per colui che Dio fa giungere in questo stato non v'è piacere né conso­lazione pari a quella di incontrarsi con persone a cui sembra che il Signore abbia dato l'avvio ad esso ».

Fray Pedro ebbe per Teresa grandissima compassione: « Era uno dei più grandi tormenti di questa terra quello che aveva pati­to, cioè il contrasto dei buoni; le restava ancora molto da soffrire e in questa città non c'era alcuno che la potesse capire ».

Infine, l'uomo di Dio prometteva di parlare con il suo confes­sore e soprattutto con Francisco de Salcedo, quell'anima timorata che, per amore eccessivo della sua salvezza, le faceva tanta guerra (Vita XXX, 5-6, p. 262s).

Il santo francescano la lasciò del tutto consolata e soddisfatta dopo averle raccomandato di continuare nell'orazione con assolu­ta fiducia e di non dubitare che era opera di Dio (Vita XXX, 7, p. 263).

Nel tempo della sua formazione spirituale e prima della nasci­ta della sua opera, due santi hanno attraversato la vita di Teresa d'Avila e vi hanno entrambi svolto un ruolo, anche se di diversa importanza. In primo luogo: Francesco Borgia, gesuita. Fu soltan­to un passaggio episodico, rapido: il tempo di due o tre colloqui. Ma il commissario della Compagnia, della quale sarebbe presto divenùto superiore generale, era troppo lontano, troppo sopraffat­to dalle preoccupazioni di un ordine in piena espansione. Fray Pedro de Alcàntara, invece, era come a portata di mano. Nel 1560 non gli restavano che due anni di vita. Teresa e lui promisero di « scriversi » (Vita XXX, 7, p. 263), si sarebbero rivisti. Nel mo­mento più critico, il figlio di s. Francesco sarebbe solennemente intervenuto presso il vescovo di Avila. Ne riparleremo. Più segre­tamente, egli era il consigliere della riforma carmelitana. Radicalmente povero, avrebbe sostenuto la riformatrice nella ricerca di una più totale indigenza. A San José d'Avila, si mostrano il corri­doio e le celle del noviziato il cui piano e la cui disposizione sono stati ispirati da lui.

La nudità del Carmelo deriva da Pedroso dove, nel 1557, Francesco Borgia, in viaggio verso il Portogallo, aveva fatto visita a Fray Pedro. Quel piccolo convento del Palancar - così angusto che ci si domanda come potessero viverci dieci frati - è il mo­dello di un certo stile che verrà adottato in seguito dal Carmelo riformato.

L'incontro dell'agosto del 1560 porta quindi in sé i germi di una collaborazione in profondità. « Rimanemmo d'accordo che d'allora in poi gli avrei scritto quello che ancora mi fosse accadu­to, e che ci saremmo raccomandati molto a Dio, poiché era così grande la sua umiltà da tenere in qualche considerazione le pre­ghiere di questa miserabile, e io ne ero piena di confusione » (Vita XXX, 7, p. 263).

 

Dopo la partenza dell'asceta, verso la fine di agosto del 1560, si può situare la visione dell'inferno, le cui conseguenze saranno così gravi.

« Mi sembrò di trovarmi tutta sprofondata nell'inferno... Capii che il Signore voleva farmi vedere il luogo meritato per i miei peccati » (Vita XXXII, 1, p. 286).

« Passati sei anni - siamo nel 1566 - si sente agghiacciare »; l'impressione di orrore si ravviva come se la visione della sordida prigione perdurasse.

Sono evidenti le grazie che ne derivarono per lei e Teresa si compiace di descriverle. No! ormai non può più temere le tribola­zioni e le contraddizioni di questa vita. Eccola pronta a soffrire tutto per Cristo, piena di riconoscenza per il dono del Signore. « Come chiaramente avete rivelato di amarmi molto più di quel che mi amassi io! » (Vita XXXII, 4-5, p. 288).

« Questa visione mi procurò anche una grandissima pena al pensiero delle molte anime che si dannano (specialmente quelle dei luterani che per il battesimo erano già membri della Chiesa) e un vivo impulso di riuscir loro utile, essendo, credo, fuor di dub­bio che, per liberarne una sola da quei tremendi tormenti, sarei disposta ad affrontare mille morti assai di buon grado » (Vita XXXII, 6, p. 288).

Il desiderio di aiutare gli altri - già lo indoviniamo - si afferma in questa monaca di quarantacinque anni. Invece di ripie­garsi sul timore, l'amore degli uomini l'apre alla salvezza di tutti.

Infine, il suo realismo le fa trovare la risposta a questa doman­da: « Che avrebbe potuto fare per Dio? ». No! non rincorrerà delle chimere. La prima cosa da farsi era osservare la sua regola con la maggiore perfezione possibile. Teresa fa il voto di maggiore perfezione, così espresso nella sua prima relazione spirituale: « Ne ho riportato una ferma determinazione di non offendere Dio. Non c'è nulla, inoltre, ch'io ritenga di maggior perfezione e di maggior utilità al servizio di nostro Signore, che non farei » (Relazioni I, 9, p. 432; cfr. Vita XXXII, 9, p. 290).

Questo voto, osserva stupito il suo primo biografo, il padre de Ribera, « non l'ho mai letto né sentito da un santo ».

Siamo all'inizio del settembre del 1560. « La casa grande e piena di comodità » dell'Incarnazione la trattiene ancora nel suo fascino. Ma, a detta dei testimoni, la carmelitana moltiplica le sue penitenze.

Come è possibile sopportarne tante, si chiede meravigliata dona Inés Quesada, con un corpo così rovinato?

Chi poteva sospettare, in quei primi giorni di autunno, così piacevoli in Avila, che stesse maturando una strana decisione? Nel monastero era tutto un fruscio di mille andirivieni: si usciva, si rientrava, e la miseria abbaiava alle porte per far trovare un bene-fattore capace di nutrire quelle monache affamate.

Provatevi dunque a condurre una vita seria in mezzo a quel chiasso e a quella folla! « Non era dunque possibile fondare un piccolo angolo di Dio "dove egli sarebbe stato ben servito"? Fray Pedro non c'era forse riuscito? E se c'è riuscito lui, perché non potrei riuscirci io? » pensava Teresa.

La volontà dj Dio non avrebbe tardato a farsi conoscere.

 

2 - « Aiuterò un'opera così santa »

 

Tale fu l'entusiastica risposta di dofia Guiomar quando fu informata dell'intenzione di fondare un convento di carmelitane più austero e più piccolo di quello dell'Incarnazione, « alla manie­ra delle francescane scalze di Valladolid », aveva spiegato Teresa. E subito la sua amica aveva promesso aiuti pecuniari.

È bene studiare le circostanze: la politica, gli uomini e il Cielo vi si mescolano in maniera strana.

Dal punto di vista politico, la pace di Chateau-Cambrésis, nel 1559, suggella la riconciliazione franco-spagnola. Vedovo per la seconda volta, il re Filippo Il sposa la figlia di Enrico Il: Elisabetta di Francia, soprannominata « Isabella della Pace ». Celebrato per procura a Parigi, ratificato a Guadalajara il 4 gennaio 1560, il matrimonio permette agli sposi reali di stabilirsi a Toledo. Dietro a questa tregua improvvisa e a questa unione c'è una questione: la questione religiosa. In Fiandra e in Francia, il calvinismo progre­disce. All'inizio dell'anno 1560, il re cattolico lancia un appello ai religiosi: « Sapete perfettamente in quale stato si trovano gli affari della nostra religione cristiana, particolarmente in Francia... ». E Filippo chiede preghiere, penitenze, processioni...

« Radicata nella sua fede, nota Jacques Pinglé, come potrebbe la Spagna restare indifferente agli assalti che si moltiplicano ovunque contro il cattolicesimo? La sua missione storica si rinno­va una volta ancora. Inquadrata dal Sant'Uffizio, essa si considera mobilitata per la cristianità »

Questi avvenimenti gettano una certa luce sulle parole della santa Madre: « In questo tempo mi giunse notizia dei danni e delle stragi che avevano fatto in Francia i luterani... Ne provai gran dolore... Mi sembrava che avrei dato mille volte la vita per salvare una fra le molte anime che là si perdevano. Ma, vedendomi donna e dappoco, e impossibilitata a riuscire di qualche utilità in ciò che avrei voluto a servizio del Signore, poiché tutta la mia ansia era, come lo è tuttora, che avendo egli tanti nemici e tanto pochi amici, che questi almeno fossero buoni amici, decisi di fare quel pochino che dipendeva da me, cioè seguire i precetti evangelici con tutta la perfezione possibile » (Cammino I, 2, p. 23s).

Questa trama storica costituisce dunque lo sfondo degli avve­nimenti che preludono alla riforma del Carmelo.

All'Incarnazione si usava ricevere nella propria cella nipoti e cugine a cui veniva così data una certa educazione. Maria de Ocampo, la futura Mana Bautista, priora di Valladolid, ha raccon­tato questa celebre scena del settembre del 1560.

Nell'appartamento della zia Teresa si era spontaneamente co­stituito un gruppo. Monache e ragazze conversavano piacevol­mente, sedute su cuscini e su bassi sgabelli.

Lasciare quel monastero troppo vasto e chiassoso; fondarne un altro: piccolo, povero, fedele alla regola primitiva del Carmelo; ritrovare lo spirito del deserto in cui vivevano i primi padri eremi­ti: come agli inizi dell'Ordine.

E ciascuna esponeva il suo progetto, la sua idea. Le francesca­ne scalze lo avevano realizzato. Se ci sono riuscite loro, perché non ci dovremmo riuscire noi?...

Ma, fondare senza denaro, è possibile?...

« Vi darò mille ducati dalla mia dote », decise Maffa.

In quel mentre sopraggiunse dona Guiomar. Dato che aiutava Fray Pedro a istituire una fondazione alcantarina sulle sue terre, perché non avrebbe sostenuto un'opera così santa?

Teresa meditava... « La casa era grande e piena di comodità... era di suo completo gusto, e vi aveva una cella molto adatta a lei » (Vita XXXII, 9-10, p. 290s), vicina alla chiesa del monastero, ben esposta a levante, spaziosa e tranquilla. Avrebbe avuto il coraggio di abbandonare quegli agi per l'avventura? quale avventura?

Al cader della sera un resto di luce si posava tra i rami di un boschetto di pioppi. La chiesa di San Vicente si profilava in lonta­nanza, mentre, al chiarore di una lampada, suore e laiche si acca­loravàno e, cospiratrici improvvisate, complottavano.

« Raccomandiamo la cosa a Dio », concludeva Teresa. Tutte si trovarono d'accordo disperdendosi nei chiostri.

La futura fondatrice pensava forse di fermarsi a questo punto, ma Dio vegliava.

« Un giorno, dopo la comunione, Sua Maestà mi ordinò con decisione di far quanto mi era possibile per attuare tale intento, promettendomi che il monastero si sarebbe certo fondato, e che in esso egli avrebbe trovato motivo di compiacimento. Doveva esse­re dedicato a S. Giuseppe, che sarebbe stato di guardia a una porta; nostra Signora avrebbe vegliato sull'altra, ed egli, Gesù Cristo, sarebbe stato con noi » (Vita XXXII, 11, p. 291).

Erano queste delle parole interiori. Impossibile non sentirle, impossibile resistere loro. « Colui che può tutto, vuole che ci rendiamo conto di dover fare la sua volontà, mostrandosi così veramente padrone di noi » (Vita XXV, 1, p. 216).

Reticenze e obiezioni, paura dei travagli e delle complicazioni: niente da fare. L'ispiratore del progetto dibatteva gli argomenti, respingeva le ragioni contrarie, placava le ripugnanze. Bisognava parlarne subito al confessore.

« Gli misi per iscritto tutto quello che mi era avvenuto » (Vita XXXII, 12, p. 292).

« Ancora un'altra storia », pensò il padre Baltasar Alvarez. Ma la faccenda usciva dal foro interno per rientrare nella sfera di competenza del provinciale dei carmelitani, P. Angel de Salazar.

Da persona astuta, Teresa incaricò doria Guiomar di occuparsi dell'impresa. Ricca e semplice laica, avrebbe avuto maggior in­fluenza di quella monaca inquietante che non la finiva di mettere nell'imbarazzo chi l'avvicinava. Soprattutto, non una parola delle visioni al superiore!

Frattanto, venne informato Fray Pedro il quale, con assoluta serenità, consigliò di non abbandonare l'impresa e su tutto diede il suo parere (Vita XXXII, 13, p. 292).

Il provinciale vedeva la cosa di buon occhio. Doria Guiomar era una gran signora, aveva due figlie all'Incarnazione. Come opporle un rifiuto senza alienarsi la buona società? Inoltre, ag­giunge Teresa, « egli amava la perfezione religiosa e aderì volen­tieri all'idea » (Vita XXXII, 13, p. 292).

Ma, provatevi a mantenere il segreto in Avila su un'impresa di tale importanza! La notizia cominciava a diffondersi. Che risate! Ma come, doria Teresa de Ahumada non si trovava bene nel suo monastero? Aveva li tutto quello che poteva desiderare: amici, la libertà, il benessere e fra poco, tenuto conto della sua età, del suo nome, delle sue qualità, il priorato. In quanto alla sua amica, doria Guiomar, la persecuzione si mostrava ancora più accanita. Tutto si coalizzava contro di lei. Vedova, ricca e devota per giunta, era davvero troppo! (cfr. Vita XXXII, 14, p. 292s).

Teresa, sempre desiderosa di essere appoggiata da persone sapienti e autorevoli, scriveva a S. Francesco Borgia, a S. Luigi Bertrando. Da Valenza, questi rispondeva in maniera profetica: « L'assicuro che prima di cinquant'anni il suo ordiiìe sarà uno dei più illustri della Chiesa di Dio » (cfr. Opere p. 379, nota 1).

In effetti, mezzo secolo più tardi, nel 1610, l'Italia, la Francia, le Fiandre, la Polonia, la Persia, le Indie orientali e occidentali vedevano attecchire la riforma del Carmelo.

Avila digrignava i denti, Dio approvava. « Sua Maestà comin­ciò a consolarmi e a incoraggiarmi. Mi disse che da ciò potevo vedere quanto avessero sofferto i santi che avevano fondato ordini religiosi e che mi attendevano ben più gravi persecuzioni di quelle ch'io potessi immaginare » (Vita XXXII, 14, p. 293).

Di fronte a questa prima levata di scudi, il provinciale cedeva: « Le vostre rendite non bastano per vivere. Il vostro progetto solleva troppe opposizioni... Rifiuto l'autorizzazione ».

A ovest della città s'innalza il convento domenicano di Santo Tomàs. In quel tempo vi soggiornava un « religioso molto dotto e gran servo di Dio », il padre Pedro Ibàùez. Già informato dalla voce pubblica, avvertito da un gentiluomo di non lasciarsi in­fluenzare da quelle donne, accolse Teresa e dona Guiomar e chie­se otto giorni di riflessione. « Ci domandò se eravamo disposte a fare quanto ci avrebbe comunicato. Gli risposi si » (Vita XXXII, 16, p. 294).

Il parere del predicatore fu positivo. Il progetto gli pareva equilibrato e santo e sarebbe stato a gran servizio di Dio.

- Non vi rinunciate, anzi affrettatevi a realizzarlo. Le rendite sono scarse, ma, in questa materia, bisogna confidare nella Prov­videnza.

Dopo un istante di silenzio, presentendo il peggio, aggiunse:

- Mandate da me chiunque avrà da dire qualcosa in contra­no. Gli saprò rispondere.

In effetti, il mondo dei conventi si agitava, spettegolava, mi­nacciava. Il confessore gesuita e quelli del suo ordine si mostrava­no ostili. Ancora una stravaganza di quella donna! Insediati da poco tempo nella città, i gesuiti temevano più di tutti gli altri lo scatenarsi delle lingue che, accusando la carmelitana, se la sareb­bero presa con il suo direttore di coscienza.

Ma Teresa conservava una calma perfetta. Queste parole sono molto eloquenti per farci comprendere il suo grado di maturità spirituale:

« Se il padre Ibànez mi avesse detto che non avremmo potuto attuare il nostro proposito senza offendere Dio e tradire la nostra coscienza, credo che subito avrei abbandonato l'idea e avrei cerca­to altri mezzi » (Vita XXXII, 17, p. 294).

Ma il domenicano era favorevole. Ora, correva voce che ella avesse avuto visioni, rivelazioni. In quei tempi di sospetto, era una catastrofe! Nel solo anno 1559, tre autodafé spettacolari da Val­ladolid a Siviglia avevano bruciato eretici, innovatori, negromanti, falsi mistici. Erano sospetti la dottrina, i miracoli, l'orazione. Il diavolo si nascondeva dappertutto; l'Inquisizione e il Consiglio reale montavano la guardia per scovarlo.

La suora andò a trovare il suo nuovo alleato, il padre Ibànez. Gli raccontò tutto della sua vita interiore. Per lui, come sembra certo, scrisse il suo primo resoconto spirituale. « Il modo in cui procedo attualmente nell'orazione è il seguente » (Relazioni I, 1, p. 429).

L'approvazione venne data senza reticenze. Nulla nella vita interiore di Teresa era contrario alla Sacra Scrittura.

Sin da allora, l'esempio della Madre diveniva contagioso. Il padre Ibànez stesso, per quanto teologo fosse, si dedicò ancor più alla vita interiore e si ritirò per due anni in un monastero solitario: Trianos.

Il « santo gentiluomo » accorreva, finalmente convinto; così pure Gaspar Daza. La casa, senza dubbio piccola, veniva compra­ta (Vita XXXII, 18, p. 295).

Dopo la politica e l'imbroglio umano, il Cielo trionfava!

A poche leghe da Avila, guardavo l'Adaja fuggire sull'altopia­no. La primavera freddolosa faceva dondolare gli steli dell'orzo, umile presentimento dell'estate. Qui, un ciuffo di fiordalisi; lassù, un grido di uccello appeso a una nuvola; ai miei piedi, l'acqua ancora frammista a neve, scorreva irresistibile. Nulla arresta lo slancio della natura quando si afferma la stagione novella...

Chi avrebbe ormai ostacolato quell'aumento di linfa, quella esplosione di vita, quella rinascita evangelica?

 

3 - Intermezzo toledano

 

Il salone di Francisco de Salcedo mi accoglieva in quella sera della festa dell'epifania che, in Spagna, conclude le festività di natale.

Soffitto basso, alcuni arazzi ai muri, sedie di cuoio di Cordova.

Catalina, la criada - la domestica -' sparecchiava i resti del sommario pasto.

- Si avvicini al braciere - mi disse il « santo gentiluomo ».

- Stamattina, un valletto giunto da Fontiveros mi ha annunciato che laggiù nevicava. Prima di mezzanotte, Avila sarà sepolta sotto la neve.

Con gesto meccanico, prese in un vasetto di ceramica alcuni ciuffi di rosmarino secco e li gettò sui carboni che si riattizzarono con una fiamma breve e azzurra.

- Ah! - continuò, come parlando tra sé - lei mi parlava ieri dei fatti che precedettero la fondazione di San José; ebbene, bisogna che le racconti la nostra partenza da Toledo, proprio all'inizio di quel gennaio del 1562. Più di venti leghe di strada cattiva, nel periodo più rude dell'inverno. A dir vero, le cose andavano troppo bene. Dall'aprile del 1561 il padre Gaspar di Toledo era rettore dei gesuiti. « Molto dedito alle cose spirituali, dotato di grande energia, d'ingegno e di buona dottrina », scrive Teresa (Vita XXXIII, 7, p. 300). Il suo predecessore, uomo di mente limitata e bizzarro, costringeva il confessore della Madre a diffidare di lei. Il padre Baltasar Alvarez, « con le mani legate », ne soffriva e faceva soffrire (Vita XXXIII, 7, p. 300). Il padre Ga­spar, trentunenne, sembrava dotato di un grande dono di discer­nimento. Al padre Alvarez consigliò di « lasciare operare lo spirito del Signore » nella carmelitana da lui diretta. Egli stesso ascoltò la suora in confessione; la capì. Possedeva l'arte di « far correre, non andare passo passo » (Vita XXXIII, 9, p. 301). Non vi era alcun dubbio: bisognava occuparsi della fondazione di San José. Lo Spirito di Dio guidava quella donna, ma conveniva prendere certe precauzioni per non divulgare la faccenda. Già l'annuncio di una nuova casa screditava doùa Teresa nel suo monastero. Ah, perché non destinava le rendite che le venivano offerte a sostentare quel chiostro affamato! Alcune arrivavano persino a minacciare di imprigionarla. E poi, se la prendevano con quella signora che l'assisteva, quella vedova nebulosa che avrebbe fatto meglio ad amministrare i suoi beni invece di bazzicare nelle chiese e nei conventi. Quella dona Guiomar era un tale scandalo pubblico che un prete rifiutò di assolverla, una mattina di natale del 1560. Ora che le cose andavano per il meglio, bisognava comprare in fretta una casa! La Madre fece venire sua sorella Juana e suo cognato Juan de Ovalle. Erano loro che organizzavano i lavori. Sotto que­sto prestanome, tutto si svolgeva senza storie, nella clandestinità. Evidentemente, l'allogio non era un palazzo!

Il mio interlocutore continuò:

- Feci notare alla Madre che tutto mi sembrava molto picco­lo, troppo piccolo per fare un monastero. Riuscii ad impressionar­la. Il Signore, contrariato, le disse - quante volte, più tardi, nel corso delle sue fondazioni, Teresa mi ha ripetuto queste parole!

-: « Ti ho già detto di entrare come puoi... Oh, cupidigia del genere umano, che hai sempre paura ti debba mancare la terra sotto i piedi! Quante volte io ho dormito a ciel sereno per non avere dove mettermi!... ». « Alla buona, senza ricercatezza... »:

ecco formulata la regola delle costruzioni carmelitane; quello che sarebbe diventato il monastero di San José doveva dare il tono (Vita XXXIII, 12, p. 303). Non le parlo delle preoccupazioni per ottenere permessi e brevi da Roma. Fray Pedro si dimostrava un buon consigliere. Essendosi già destreggiato in mezzo ai cavilli romani, dette direttive precise e suggerì a chi rivolgersi per avere un appoggio, in particolare a Francesco Borgia. Anche da questo punto di vista tutto andava per il meglio. Frattanto la Madre, in una celebre visione del 15 agosto 1561, nella chiesa dei domeni­cani, riceveva da Nostra Signora il consiglio di affidare il suo monastero non ai carmelitani, ma di darne la giurisdizione al vescovo. « Allora io non lo conoscevo e non sapevo ancora quale superiore egli fosse. Il Signore volle che fosse così buono da ap­poggiare questa casa » (Vita XXXIII, 16, p. 305).

- In mezzo a tanta euforia - soggiunsi - a natale del 1561, se ben ricordo, entrò in scena il provinciale dei carmelitani.

- Proprio così - rispose don Francesco attizzando il bracie­re. - Nella notte stessa di natale, arrivò un ordine del padre Angel de Salazar. Dona Teresa doveva partire all'istante per Toledo.

- Se ho ben afferrato il nocciolo della questione, qualche grande di Spagna ci aveva ficcato il naso.

- Naturalmente. Arias Pardo de Saavedra, maresciallo di Castiglia e nipote del cardinale di Toledo, Pardo de Tavera, aveva sposato, nel 1547, la sorella del duca de Medinaceli, dofia Luisa de la Cerda. Dopo quattordici anni di matrimonio, morì all'im­provviso, lasciando la vedova desolata. A dofla Luisa, scrive la Madre, « giunse notizia di questa povera peccatrice e il Signore volle che gliene parlassero bene » (Vita XXXIV, 1, p. 306). Capi­sce, seflor, già a Toledo si mormorava che ad Avila c'era una santa. La nostra gran dama volle averla subito al suo fianco. Ora, le domando: che cosa poteva fare il provinciale, se non ottempe­rare ai suoi desideri come se fossero ordini?

- La partenza, immagino, causò non poca angoscia.

- Si, ma anche in tale circostanza il Signore intervenne, ap­poggiato dal rettore dei gesuiti. Teresa non doveva porre indugio ad eseguire questo comando. Aspettando l'arrivo del breve roma­no, non poteva capitare nulla di meglio alla Madre e alla sua opera. « Mi dava gran consolazione sapere che nella città dove andavo, esisteva una casa della Compagnia di Gesù, e mi pareva, col sottomettermi a ciò che essi mi ordinassero, come facevo qui, di poter essere alquanto sicura » (Vita XXXIV, 3, p. 307). Ac­compagnati da Juan de Ovalle, suo cognato, e da Juana Suàrez, uscimmo da Avila attraverso strade coperte di neve. Dofla Luisa aveva inviato dei carri coperti, ma le mule slittavano sulle lastre di ghiaccio. A San Martin de Valdeiglesias, credetti che non ci sa­rebbe stato possibile andare oltre. L'aria si raggelava sulle narici delle bestie. Talvolta bisognava sgombrare i cumuli di neve con la pala. Quando varcammo la porta di Cambròn, eravamo alla vigilia dell'epifania. Tutta Toledo suonava a festa; ma inerpicarsi fino al palazzo di dofla Luisa, sul selciato gelato e nel dedalo delle strade, era un'altra storia! Finalmente, sollevammo il battente della porta principale. C'era da credere che una buona stella ci avesse guida-ti... come i Magi.

- Ho letto che la Madre rimase a Toledo fino al mese di giugno seguente e ho ben motivo di credere che questo soggiorno fu ampiamente occupato.

- ... e benefico - continuò Salcedo. - Non le parlo dell'a­micizia che nacque ben presto fra le due donne. Quando la Madre scrive: « La signora prese a volermi un gran bene », non esagera affatto (Vita XXXIV, 3, p. 308). Lei sa quanto me come simili appoggi presso i grandi le saranno utili per le sue future fondazio­m. Femminilità, abilità, santità, libertà verso tutto e verso tutte: la carmelitana si muoveva a suo agio nell'universo pieno di scogli dell'aristocrazia toledana.

Con tatto squisito, perfettamente al corrente delle sottigliezze dell'etichetta, la Madre si provò a cambiare l'atmosfera di quella vasta dimora. « Tutta la casa, attesta Maria de San José, che aveva allora quattordici anni, si mise a confessarsi dai padri della Com­pagnia di Gesù, cosa rara fino ad allora. E tutti a frequentare i sacramenti e a praticare le elemosine ».

Certo, la Madre soffriva per l'eccesso di lusso, per le comodità, per gli intrighi. « Poteva estasiarsi degli agi in cui viveva » (Vita XXXIV, 5, p. 309), ma il Signore, fra le altre grazie, l'illuminò singolarmente su questo punto.

« In quel tempo (era la fine di febbraio del 1561), in seguito alle mie preghiere, il santo Fray Pedro d'Alcàntara che questa signora non aveva mai visto, grazie al Signore, venne in casa sua » (Vita XXXV, 5, p. 319).

Coperto di stracci, a piedi nudi, esausto, si può immaginare quale impressione fece l'asceta, spuntando in uno scenario di marmi e di arazzi, vicino alla chiesa di San Vicente. Il francescano si guadagnò l'amicizia di don Juan, uno dei figli di dofla Luisa, dodicenne, e soprattutto diede alla Madre consigli precisi perché non mitigasse per nessun motivo il rigore della povertà nella sua futura fondazione (Vita XXXV, 5, p. 319).

 

Don Francisco parlava con animazione quando Catalina ap­parve e, ravvivando la lampada e il braciere, esclamò:

- Se vostra grazia vuole ascoltarmi, entro un'ora saràimpos­sibile camminare in Avila... La neve cade come non mai. Non so come il signore potrà tornare a casa.

Don Francisco, tutto infervorato nel suo racconto, rispose:

- Dica a Salvador di preparare la lanterna. Riaccompagnerà il nostro amico passando dalla via Santa Maria della Grazia: è il percorso migliore per poter andare avanti...

Poi, volgendosi verso di me:

- Vede il fascino dell'inverno in Castiglia? Eccoci coperti di neve fino alla domenica delle palme...

Per tornare alFintermezzo toledano - dissi - non vi fu un'altra celebre visita al palazzo di dofla Luisa de la Cerda?

- Proprio così. Verso la settimana santa del 1562, una pove­ra bussava alla porta del palazzo. Aveva una quarantina d'anni, era scalza, vestita di stracci. Portava una lettera del padre Gaspar de Salazar, gesuita, e veniva direttamente dalla corte di Madrid. A occhi bassi, chiedeva della « santa di Avila ». Il padre le aveva raccomandato di parlare soltanto con la carmelitana. La beghina si chiamava Maria de Jesùs Yepes e abitava a Granata. Rimasta vedova giovanissima, entrò fra le carmelitane, ne usci per ordine della Vergine e, a piedi, con un gruppo di francescane, andò a Roma. Il papa si chinò con attenzione su quel viso energico. La Chiesa ha sempre ascoltato i folli di Dio quando sono testimoni della sincerità del Vangelo. Dalla città santa, Maria riportava au­torizzazioni e convinzioni. « Nei quindici giorni che rimase con me, concertammo come fondare questi monasteri », spiega la Madre (Vita XXXV, 2, p. 317). Tuttavia, la venuta di questa beghina ebbe conseguenze inaspettate. Maria voleva fondare un monastero senza rendite. Teresa sapeva quanto fosse gravoso vi­vere senza denaro. « Avevo visto alcuni monasteri poveri non molto raccolti, senza riflettere che il fatto di non esser raccolti era la causa della loro povertà e non la povertà causa di distrazione » (Vita XXXV, 2, p. 318). Alla larga dai confessori e dai teologi! Anche dal santo padre Ibaflez « che le scrisse due fogli pieni di confutazioni e di ragioni teologiche » (Vita XXXV, 4, p. 319). Lei conosce la conclusione di questa visita non prevista: « Vedendo il Signore sulla croce così povero e nudo, non potevo sopportare il pensiero di essere ricca » (Vita XXXV, 3, p. 318). Non è strano che, in questa città di Toledo in cui il nonno, il ricco mercante converso aveva sfoggiato la sua opulenza, proprio nel fasto del palazzo di una delle più grandi dame di Spagna, Teresa de Jesùs decida di « seguire i consigli di Cristo, il quale le aveva già dato un vivo desiderio di povertà » (Vita XXXV, 2, p. 318)?

Mentre don Francisco agitava le mani in un gesto che gli era abituale quando voleva esprimere la sua soddisfazione, Salvador, il domestico, bussò alla porta.

Uscimmo nella città sommersa sotto la neve: solenne nudità della notte d'inverno.

L'uomo batteva il suolo con la sua spada da caccia.

- Con un tempo simile - mormorò - è meglio andare ar­mati. Ieri la sentinella ha ucciso un lupo affamato, alla porta di Mosen Rubi!

Passando davanti al « Santo Cristo de la Luz » ai cui piedi si consumavano alcuni ceri, ripetei fra me e me le parole della Madre: « Mirando a Cristo en la cruz tàn pobre y desnudo, no podia poner a paciencia ser rica », « Vedendo il Signore sulla croce così povero e nudo, non potevo sopportare il pensiero di essere ricca » (Vita XXXV, 3, p. 318).

 

4 - Assetto di combattimento

 

Con il naso per aria, il Maestro Daza e io guardavamo la partenza delle cicogne dal campanile del convento di San José.

- Se ne vanno sempre prima della festa di s. Lorenzo - mi disse, con l'aria di chi la sa lunga.

Battendo sonoramente il becco, descrivevano un cerchio per­fetto sul cielo smaltato di Avila, questi grandi uccelli, familiari in Castiglia, abbandonavano la Spagna per l'Africa e ci lasciavano meditabondi sul selciato de « la calle de las Madres »...

Quante volte, in venti anni, l'ho percorsa, in tutti i sensi, que­sta strada che sale, che gira, pulita come una peseta nuova! Sta-mattina, ci sono venuto con Gaspar Daza « al amanecer » - allo spuntar del giorno - perché mi racconti le ultime peripezie della fondazione di San José.

Il Maestro Daza è preciso, conciso. Non fa mai digressioni inutili; sottolinea le sue frasi con un « bene » professorale, come se doesse a se stesso un eccellente voto. La sua memoria non vacilla mai; non si perde in vani discorsi né aggiunge una parola di trop­po. È un grande ammiratore della Madre.

- Pensi dunque, amico mio, proprio io ho celebrato qui, all'alba, come oggi, la prima messa in questa santa casa. Era il lunedì 24 agosto, festa dell'apostolo 5. Bartolomeo, dell'anno 1562. Bene... Ma non anticipiamo... Torniamo a Toledo da dove la Madre parte alla fine di giugnò del 1562. Un avvertimento del Signore la riempiva di perplessità: « Non dovevo assolutamente tralasciare di partire, perché, se desideravo la croce, là se ne stava preparando una buona per me » (Vita XXXV, 8, p. 320). Temeva forse di trovarsi all'Incarnazione « nel trambusto delle elezioni » (Vita XXXV, 8, p. 320)? Grazie a Dio, non se ne fece nulla. 1110 agosto, veniva eletta dofla Maria Cimbròn. In altro campo, il suo, tutto andava per il meglio. La sera stessa del suo ritorno, ecco giungere anche l'autorizzazione per il monastero e il breve da Roma (Vita XXXVI, 1, p. 325). Era firmato in data 7 febbraio 1562 dal cardinale Ranuccio, gran penitenziere, nipote di Paolo III, giovane prelato di appena trentatré anni, uomo di valore a cui Pio IV ne aveva affidato la redazione. Il testo latino, su pergame­na, autorizzava « dofla Aldonza de Guzmàn e dona Guiomar de Ulba, nobili signore, vedove, vicine in Avila », a fondare un mo­nastero del Carmelo sotto la giurisdizione del vescovo di Avila. L'autorizzazione romana sarebbe potuta cadere in un vuoto di competenze se la Provvidenza non avesse disposto le cose in modo mirabile.

Fray Pedro si trovava in Avila, in casa del suo amico don Juan Velàzquez Dàvila. A due mesi dalla sua morte, il francescano era costretto a rimanere a letto. Subito, scrive una domanda al vesco­vo perché permetta la nuova fondazione. Don Alvaro de Mendoza era un gran signore. Figlio di conte, vescovo di Avila da due anni, molto spesso assente dalla sua città episcopale, nota Ypes, accolse freddamente i latori del messaggio, fra i quali c'ero io, Gaspar Daza, con Gonzalo de Aranda; e, senza attendere oltre, si mise in viaggio verso la sua residenza estiva, a Tiemblo, nella Sierra de Gredos.

- Bene - dichiarò Fray Pedro... Febbricitante, esangue, si fece issare su un 'asina mansueta e, sotto l'implacabile sole di agosto, attraverso quindici leghe di strade impraticabili, raggiunse la casa di campagna di sua eccellenza. Irriducibile, il vescovo protestava:

- Ancora un altro convento in una città in cui già pullulano! in un luogo dove non ci sono che pietre per nutrirli! Non voglio saperne in alcun modo.

Il Maestro Daza proseguì:

- Scomparso il sant'uomo, con grande meraviglia della sua servitù, don Alvaro decise improvvisamente di rientrare ad Avila per conoscere quella famosa dona Teresa de Cepeda di cui gli dicevano mirabilia. Al suo ritorno a Tiemblo, i suoi familiari tro­varono il vescovo cambiato. Senza indugi, egli accordava il per­messo. Ma il futuro convento era lungi dall'essere finito. Tutta la pia « giunta » dei Salcedo, Juliàn de Avila, Gonzalo de Aranda, insieme al vostro servitore, ci mettemmo al lavoro. Il cognato della Madre, Juan de Ovalle, venuto a Toledo, le dichiarò che ritornava ad Alba, nel suo paese. Mal gliene incolse! « Il Signore permise che si ammalasse; poiché sua moglie era assente, aveva un così gran bisogno di assistenza, che mi diedero licenza di anda­re da lui. Questa circostanza servì a non far trapelare nulla... Fu davvero una cosa sorprendente che la sua malattia non durasse più del tempo che occorreva per la conclusione dell'affare; dopo, essendo necessario che egli stesse bene, perché io restassi libera ed egli lasciasse sgombra la casa, il Signore gli diede così buona salute da riempirlo di meraviglia » (Vita XXXVI, 3, p. 326). Per far tacere le chiacchiere, dona Guiomar si trasferiva in casa di sua madre, nella provincia di Zamora; il padre Pedro Ibànez si ritirava nella solitudine di Trianos. « I lavori erano molto indietro » (Vita XXXVI, 4, p. 326). Dove battere il capo? Il minuscolo convento non andava avanti. Fray Pedro, raccogliendo le proprie forze, vi faceva una visita furtiva; si complimentava: « E veramente una casa di S. Giuseppe; mi ricorda la stalla di Betlemme », e pensava al suo monastero lillipuziano di Pedroso,' somigliante a questo futuro Carmelo tanto da poterlo confondere con esso.

A questo punto, il Maestro Daza interruppe il suo racconto. Eravamo scesi sotto il muro di clausura, di fronte alle imponenti costruzioni de las Gordillas, le clarisse di Avila.

Voltandosi verso di me, mi dichiarò con un pizzico di solenni­tà nella voce:

- Sono assolutamente convinto dell'intervento decisivo di Fray Pedro de Alcàntara nella riforma del Carmelo.

Chi mai, se non lui, ha incitato la Madre a seguire la sua prima intuizione: riformare il suo ordine ritornando alla regola primitiva?

Chi mai, con la sua lunga pratica della diplomazia vaticana, ha redatto il testo della supplica per ottenere dal papa il breve tanto desiderato?

Chi, infine, ha in certo qual modo strappato al vescovo di Avila il consenso ad accettare questa opera sotto la sua giurisdi­zione?

Sempre Fray Pedro.

Provvidenzialmente, egli si trovava in quei primi giorni di ago-sto ad Avila e celebrava la messa nella chiesa di Mosen Rubi de Bracamonte. Era una messa di addio: Teresa non lo avrebbe più rivisto su questa terra.

Ma Fray Pedro non era solo. Veniva accompagnato da dona Isabel de Ortega. Ventunenne, figlia spirituale del santo, ella vole­va entrare fra le « francescane reali » di Madrid.

- No! - le rispose il frate. - Dio la vuole nell'ordine che dofla Teresa de Ahumada sta rinnovando qui.

Di fronte alle sue reticenze, Fray Pedro ricorse alla maniera forte. Quest'ultima messa li vide riuniti tutti e tre. Isabel diverrà la celeberrima Isabel de Santo Domingo, una delle colonne della riforma.

- Bene - continuava Gaspar Daza battendo il suolo con il piede. - Ma, a mio avviso, non è questo il fatto più determinan­te... Conosce questa lettera? A parer mio, la più lorte e la più ispirata che un santo abbia mai scritto sulla povertà. Mi permetta di leggerle la pagina che Fray Pedro scrisse alla Madre, durante il suo soggiorno toledano, il 14 aprile 1562:

« Sono meravigliato che vostra grazia sottoponga ai teo­logi ciò che non è di loro competenza. Per questioni giuridiche o di coscienza, è bene sentire il parere di giuri­sti e di teologi; ma, quando si tratta della vita perfetta, bisogna parlarne con quelli che la vivono...

« Se vostra grazia desidera seguire il consiglio di Gesù Cristo per una povertà più perfetta, lo segua... vale per gli uomini come per le donne e Lui l'aiuterà come ha aiutato tutti quelli che lo hanno seguito.

« Ma, se lei ci tiene a sentire il parere di teologi sprovvisti di spirito evangelico, cerchi molte rendite. Vedrà se èmeglio questo che mancare di tutto per seguire i consigli di Cristo.

« Vediamo che c'è grande indigenza nei conventi di don­ne povere, per la ragione che esse sono povere contro la loro volontà, che è loro impossibile avere di più, che non vogliono seguire i consigli di Cristo.

« Io non faccio l'elogio della povertà in quanto tale, ma di quella che è sopportata con pazienza per amore di Cristo nostro Signore e, quel che più conta, la miseria desiderata, ricercata e abbracciata per amor suo...

« In ogni modo, io credo che i consigli di Cristo sono buoni come consigli divini... Considero beati, come dice Sua Maestà, "quelli che hanno un'anima da povero", quelli che sono risolutamente poveri. Io l'ho veduto e, sebbene mi fidi più di Dio che della mia propria espe­rienza, quelli che sono poveri con tutto il cuore, per grazia di Dio, vivono una vita beata, come la vivono coloro che ripongono in Dio il loro amore, la loro fidu­cia, la loro speranza.

«Sua Maestà dia a vostra grazia la luce per capire queste verità e metterle in pratica!».

- E scritto bene, non è vero? - concluse il Maestro Daza ripiegando le sue carte. Poi, abbracciando con lo sguardo il minu­scolo convento di San José e la sua clausura al di sopra della quale si ergevano alcuni alberi: - Crede che tutto questo sarebbe mai venuto alla luce senza il consiglio di Fray Pedro de Mcàntara?

In quel momento, le cicogne, dopo un ultimo volo, scesero in picchiata, oltre la chiesa di Santiago, verso la Sierra. « Le cicogne! queste figlie del vento, con le ali spiegate nella nudità immensa dello spazio ».

 

5 - Lunedì 24 agosto 1562

 

Una campana dal suono acuto turbava la pace dell'alba in quel mattino di agosto, bianco, rosa, infine azzurro, come quello di tutte le estati in Castiglia. Il cielo scavava una volta di luce al di sopra di Avila, di quel quartiere San Rocco fuori le mura dove era appena sorto un convento. L'avvenimento aveva importanza sol­tanto per quelli che sono sensibili ai minimi fremiti della storia, quelli che percepiscono l'invisibile: in una minuscola cappella, dietro una stretta grata, dofla Teresa de Ahumada dava l'abito del Carmelo a « quattro orfane povere » (Vita XXXVI, 6, p. 328).

All'altare, il maestro Daza celebrava la messa e, in nome del vescovo, le ammetteva a vivere secondo la regola primitiva del­l'Ordine di Nostra Signora del monte Carmelo. Nel santuario, erano presenti tutti gli amici: don Francisco de Salcedo, Juliàn de Avila, il futuro cappellano, Gonzalo de Aranda, la sorella di dofla Teresa, Juana, e suo marito Juan de Ovalle. Dietro la grata, due cugine monache all'Incarnazione assistevano la nuova fondatrice: dona Inés e dofla Ana de Tapia.

L'avvenimento potrebbe concludersi qui se la Madre non avesse raccontato in modo particolarmente felice quel lunedì memorabile, festa di S. Bartolomeo.

In un primo momento, la fondazione del nuovo convento sca­tenava una rivoluzione. E possibile che qualcosa passi inosservato nel cuore di una piccola città, nel XVI secolo e in Spagna? Appena si diffuse la notizia, la brava gente lodò Dio, scrive Ribera. In un paese cristiano, la reazione non poteva essere diversa. Al di là dello spirito di fronda, il popolo ama i monaci e le monache: sono dei « parafulmini ». Ma i notabili si montarono la testa. Se non si distruggeva subito il monastero, era la rovina della città.

E Juliàn de Avila aggiunge: « Un incendio da domare, il nemi­co all'assalto delle mura non avrebbero provocato un panico più generale ». Ed eccoli che gridano, proferiscono ingiurie, gestico­lano agli angoli delle strade. Drammatizzazione, invettive a profu­sione, alla spagnola!

Il secondo atto è più interiore, ma la Madre lo descrive con grande abbondanza di particolari, che dimostrano quali lunghi solchi abbia impresso nel suo ricordo.

« Si era portata a termine un'opera che sapevo a servizio del Signore e di onore all'abito della sua gloriosa Madre... Mi rendeva felice costatare che Sua Maestà avesse voluto scegliermi come strumento... Ne ero tanto soddisfatta da sentirmi come fuori di me e immersa in una profonda orazione » (Vita XXXVI, 6, p. 328).

Questa felicità non durò più dell'effetto di un bicchiere di acqua ghiacciata sotto il pieno sole di Castiglia.

« Finito tutto da circa tre o quattro ore, il demonio mi sconvol­se con una battaglia spirituale » (Vita XXXVI, 7, p. 328).

Le asserzioni dell'avversario si susseguono vivacemente: non aveva disubbidito al suo provinciale? Senza dubbio ella stessa rimaneva sottoposta a lui, ma aveva posto le nuove monache sotto la giurisdizione del vescovo.

Sarebbero state contente, quelle povere donne, in una clausu­ra così austera? Avrebbero avuto da mangiare?

Insomma, non aveva commesso una follia? Aveva già un co­modo monastero: perché aveva voluto imbarcarsi in questa im­presa?

Due anni di grazie, di consigli ricevuti - giacché mai donna fu « più desiderosa di confidarsi, di consultare uomini sapienti e santi », come riconosceva già, nel 1560, il padre Pedro Ibàflez in un « Dettame » di trentatré punti -' tante preghiere incessanti, tanti lumi, tutto era annullato in mezzo a « tali angosce, tenebre e oscurità nell'anima, che non riesco a descriverle » (Vita XXXVI, 8, p. 329).

Ah! desiderava la clausura, la penitenza, la povertà, una co­munità nuova... Ma che cosa apportava, da parte sua, se non un misero corpo pieno di acciacchi e di infermità? Che cosa abban­donava? Una casa spaziosa, piacevole, allietata da alberi da frutta, dove viveva comodamente, coccolata, vezzeggiata. Come si sa­rebbe adattata, insomma, lei, una gran signora, a quelle nuove compagne di cui due su quattro erano nate da gente assolutamente plebea?... C'era di che perdere la propria anima!

« Vedendomi in questo stato, andai a visitare il santissimo Sacramento, benché non riuscissi a raccomandarmi a Dio... Que­sto mi pare che fu certamente uno dei momenti più duri della mia vita. Sembrava che lo spirito presagisse quanto avrebbe sofferto, benché nessuna sofferenza sarebbe stata pari a questa, se fosse durata » (Vita XXXVI, 8-9, p. 329).

La luce venne in un sol tratto, con la preghiera, così come con un cielo tempestoso sul far della sera, il sole s'irradia al di là della Sierra e trasforma la città in una coppa d'oro, in un'offerta di bellezza.

Che ragione c'era di temere la sofferenza? Essa procurava meriti, sarebbe certo servita di purgatorio. « Perché, dunque, do­vevo perdermi d'animo nel servizio di colui a cui tanto dovevo? ».

Sotto i colpi del demonio che, vile per definizione, ha manipo­lato la menzogna, « promisi davanti al santissimo Sacramento di far quanto potevo per ottenere il permesso di venire in questa casa e di impegnarmi ad osservarvi la clausura, non appena l'avessi potuto fare in buona coscienza » (Vita XXXVI, 9, p. 330).

« Nell'istante stesso in cui feci questa promessa, il demonio fuggi ». Come possiamo costatare, teme l'ardimento, il coraggio, lo sforzo accettato per amore.

« Tutto ciò che in questa casa si osserva circa clausura, peni­tenza e il resto, mi è estremamente dolce e leggero... Sia benedetto colui che concede ogni bene e per la cui potenza si può fare ogni cosa! » (Vita XXXVI, 10, p. 330).

Terminata la battaglia, era ora di unirsi alla gioia delle sue compagne. Un pasto frugale: qualche sardina, un po' di pane, una fetta di melone e acqua della giara. La povertà è condita di gioia nel Carmelo nascente.

« Volevo prendermi dopo pranzo un po' di riposo, perché tut­ta la notte non avevo quasi potuto chiudere occhio, e molte altre ne avevo passate fra continui travagli e preoccupazioni, oltre alla gran stanchezza di tutti i giorni » (Vita XXXVI, 11, p. 331).

Ma non bisognava dimenticare che, se la siesta sopiva la città e le sue voci, laggiù in basso, àll'Incarnazione, si accendeva l'indi­gnazione. Era tutto un susseguirsi di proteste presso la priora; i carmelitani, confessori ordinari del monastero, facevano la parte loro propalando l'irritazione degli abitanti di Avila.

Verso le quattro o le cinque, il vescovo in persona venne in parlatorio a salutare la Madre e le novizie. La clausura, spiega don Juan Carrillo, il suo segretario, era quanto mai sommaria: alcuni pioli messi insieme e una stuoia di vimini.

Frattanto, bussavano alla porta due carmelitani. Malgrado il vescovo, trasmisero l'ordine della priora: Teresa e le sue due cugi­ne dovevano ritornare seduta stante nel loro monastero.

Appena il tempo di affidare a Ursula de los Santos, la più anziana con i suoi quarantun anni, il carico delle sue sorelle. Il Maestro Daza avrebbe celebrato per loro la messa, le avrebbe istruite, confessate, e avrebbe servito da intermediario tra loro e la fondatrice.

« Partii assai contenta che mi si presentasse l'occasione di pa­tire per il Signore e di poterlo servire. E così me ne andai, sicura che subito mi avrebbero gettata in prigione » (Vita XXXVI, 11, p. 331).

Scendeva la sera quando la si vide uscire con maestosa tran­quillità, per affrontare l'ira della sua superiora e delle sue conso­relle.

Possiamo immaginare il suo ritorno in un chiostro deserto dove si chinavano visi curiosi e furiosi. Davanti all'appestata, alla scomunicata, si faceva il vuoto. Non era forse uno scandalo, un oltraggio vivente alla regola, all'ordine, a quel convento pieno di vere serve di Dio e della nobiltà di una delle più nobili città della Vecchia Castiglia?

Subito comparve dinanzi a dofla Cimbròn, circondata dal suo consiglio. Si stese a terra senza una sola parola, esponendosi al rimprovero. Come infierire contro chi si umilia? La collera della priora si placò di colpo.

- Si rialzi - disse. - Domani si giustificherà davanti al nostro provinciale. L'ho già informato.

Teresa fu condotta nella cella spaziosa che, sul chiostro supe­riore, era riservata alla prigione. E Maffa de Ocampo aggiunge: « La priora le mandò un'ottima cena ».

L'indomani, comparizione dinanzi al padre Angel de Salazar.

« Mi ricordai del giudizio di Cristo, di fronte al quale il mio mi parve una cosa da nulla. Mi accusai come se fossi molto colpevole e tale dovevo sembrare a chi non conosceva i motivi delle mie azioni » (Vita XXXVI, 12, p. 332).

Severi rimproveri piovevano su dofla Teresa, decisa a non discolparsi. Alla fine, al cospetto delle monache anziane, il pro­vinciale le ordinò di rendere conto del suo operato.

No! non aveva agito così per attirare l'attenzione né per far parlare di sé, né per chissà quale smania di novità.

Il provinciale e le monache non trovarono nulla da condanna­re. Parlando da sola con il provinciale, Teresa si spiega « più chiaramente ». Uomo di Dio, ma desideroso di pace, il padre Sala-zar promise di aiutarla a ritornare a quel monastero « non appena si fosse affermata la fondazione e la città fosse ritornata tranquil­la » (Vita XXXVI, 14, p. 332).

L'affermazione fa pensare. Sospetto o saggezza? Eccessiva prudenza o diffidenza di principio? Così è sempre avvenuto quan­do le opere di Dio a~ffrontano il giudizio degli uomini.

Quel lunedì 24 agosto 1562, nell'intimo di una misera casupo­la, era cominciata un'avventura, un'avventura spirituale.

Chi oserebbe deplorare che pochissimi saggi ne abbiano avuto percezione?