3

CRISTO E I SUOI SERVITORI

 

Dal 1554 al 1562 si susseguono mesi e anni di grazie straordi­narie, preludio alla fondazione del Carmelo riformato. Teresa è nella pienezza dei suoi quaranta anni. L'incontro con il Cristo coperto di piaghe ha dato inizio a un tempo di conversione e ad un'effusione di favori divini fuori del comune.

Come sempre, gli interventi dall'Alto sono intessuti di perse­cuzioni. I devoti, i santocchi, i confessori timorati circondano colei che sta per diventare la « Madre reformadora » di un alone di sospetti. La malizia della gente, l'ozio avido di dicerie di una piccola città fecero il resto. Ma in questo cielo tempestoso, sempre ingombro di nubi, brillano anche delle luci, autentici servitori di Dio che la Chiesa ha canonizzato: Francesco Borgia, Pietro d'Al­càntara.

Nulla si edifica senza fatica in un regno in cui il Signore stesso ha dato il tono lasciandosi inchiodare su una croce. « Per seguire i precetti evangelici con tutta la perfezione possibile » (Cammino I, 2, p. 24), quanti aspri combattimenti dovrà sopportare la santa d'Avila! Non per niente era figlia di una città dedicata alle batta­glie, e sorella di conquistadores, pronti alla spada e al pugnale, oltremare!

Spetta a noi saper leggere questa tappa appassionante di una vita in cui terra e cielo si affrontano con fortune diverse per porta­re alla nascita del Carmelo riformato.

 

1 - Il Cristo tutto coperto di piaghe

 

Avevo cercato il padre Bànez attraverso tutto il monastero di Santo Tomàs. Passata la portineria, il « chiostro del silenzio », mi ero fermato nella galleria superiore, quella in cui, sui pilastri, fiorisce un gran numero di granate. Così i re cattolici, prima della conquista dell'ultimo regno moro, scongiuravano la sorte, raffigu­rando dappertutto l'emblema della città di cui stavano per impa­dronirsi.

Nessuno!

Infine, nel coro superiore, nascosto in fondo a uno stallo, sco­prii il domenicano. Si alzò, mi venne incontro e, con un ampio gesto silenzioso, mi condusse nella sua cella.

Piccola, schiacciata, con finte travi, una stretta finestra che rischiarava un vasto tavolo disadorno, libri sparsi un po' dapper­tutto, uno sgabello per il visitatore: ecco tutto lo spazio che mi offriva il grande amico della Madre. Abitualmente lento nel parla­re, talora con delle esitazioni per precisare il suo pensiero, questa volta iniziò la conversazione senza ambagi.

- Lei sa che Madre Teresa, fin dal primo progetto della sua riforma, trovò un appoggio considerevole in questa casa. Il padre Ibànez si dichiarò suo irriducibile sostenitore. Dopo la fondazione di San José nell'agosto del 1562, fui da lui delegato alla junta convocata per condannare la sua opera. Poco tempo dopo, co­nobbi la riformatrice; divenni il confessore e il predicatore del suo piccolo convento. Infine, nel 1575, l'Inquisizione mi incaricò di esaminare il Libro della mia vita...

Alzandosi con agilità, prese un manoscritto cucito in una sacca di rozza tela. L'apri con precauzione. La pergamena scricchiolava sotto le sue dita affusolate e scarne come quelle di un dipinto di El Greco.

- Sì - continuò - ho letto e riletto questo testo ammirevo­le, limitandomi a brevi annotazioni e correzioni marginali. Ma non le nasconderò uno dei passi che mi ha più sconvolto e che esprime una delle più irrefutabili chiamate dall'Alto.

Il padre Bànez cominciò a leggere. La voce si levava nell'im­menso silenzio scavato dall'inverno. Un sole biancastro, una luce cruda s'insinuava sotto l'ogiva della finestra. Il fuoco non era acceso. Il freddo, i muri nudi, la croce cupa, la saia scura gettata in fondo alla cella sul basso giaciglio rendevano più spogli quegli istanti in cui un' anima si era convertita di fronte al Cristo cro­cifisso.

« Ormai, dunque, la mia anima era stanca e, anche se lo vole­va, le sue cattive abitudini non la lasciavano riposare. Accadde un giorno che, entrando nell'oratorio, vidi una statua portata lì in attesa di una certa solennità che si doveva celebrare in casa e per la quale era stata procurata. Era un Cristo tutto coperto di piaghe, e ispirava tale devozione che, guardandolo, mi turbai tutta nel vederlo ridotto così, perché rappresentava al vivo ciò che egli ebbe a soffrire per noi. Provai tanto rimorso per l'ingratitudine con cui avevo ripagato quelle piaghe, che pareva mi si spezzasse il cuore, e mi gettai ai suoi piedi con un profluvio di lacrime, supplicandolo che mi desse alfine la forza di non offenderlo più » (Vita IX, 1, p. 90).

Il domenicano posò il manoscritto e rimase per un istante in raccoglimento.

- Come lei può immaginare - continuò - questo avveni­mento ha sempre destato il mio più vivo interesse. Ho dunque interrogato la Madre. Quale era questo oratorio? Non certo un angolo privilegiato del monastero, ma semplicemente il suo luogo di preghiera personale, all'entrata del suo appartamento. C'era nel muro una specie di rientranza dove Teresa aveva posto alcune immagini sacre sormontate da un'iscrizione latina: Non chiamare in giudizio il tuo servo (Sal 143,2). Il Cristo coperto di piaghe non era un dipinto, come ha supposto qualcuno, ma una statuetta dall'espressione sconvolgente. Gesù china la testa su un busto devastato dalle piaghe. Una cordicella ciondola intorno al suo collo, le mani si congiungono su una specie di scettro. Per tutta la vita, la santa Madre portò con sé questa preziosa reliquia che, malgrado la sua piccolezza, esprimeva la grandezza di un amore e di un'ingratitudine. E questo, a mio avviso, il significato dell'av­venimento: la scoperta del solo amore che esista al mondo. Mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). Ecco quello che, giovane educanda, Teresa aveva presentito a Santa Maria della Grazia: « Se avesse letto tutta la Passione, non avrebbe versato una lacrima; e ciò la faceva soffrire » (Vita III, 1, p. 46). Prima, e durante la quaresima, a detta di Maria Bautista, « Teresa amava svegliarsi di notte e rivivere, attraverso il convento, certi episodi delle sofferenze di Cristo ». Quel giorno, è tutta sconvolta, affran­ta. Il profluvio di lacrime che versa ne è il segno. E sorta in lei una specie di improvvisa commozione che nulla aveva preparato né lasciava prevedere.

- È vero - replicai - che aveva potuto leggere in Osuna frasi come questa: « Tutte le altre meditazioni che non trattano della Passione sono di scarsa utilità. Ricordati perciò questo con­siglio: limitati alle sofferenze di Cristo. Esse umiliano profonda­mente l'anima e nessun'altra cosa la conduce meglio a Dio ».

- Senza dubbio - continuava il padre Bànez - inconscia­mente Teresa era preparata. In quel tempo, leggeva le Confessioni di s. Agostino, la cui traduzione era stata pubblicata a Salamanca proprio quel 15 gennaio 1554. « Io non cercai di averle, scrive la santa, non conoscendone l'esistenza. Io sono molto devota di S. Agostino anche perché egli fu peccatore » (Vita IX, 7, p. 92). Si noti, tra parentesi, lo stesso impulso che era scaturito dall'anima di Teresa di fronte all'immagine del Cristo coperto di piaghe: « Quando giunsi alla sua conversione e lessi della voce che egli udì nell'orto, mi parve che il Signore la facesse udire a me, per quel che ebbe a sentire il mio cuore, e rimasi lungo tempo sciogliendomi tutta in lacrime e provando nel mio intimo grande afflizione e travaglio » (Vita IX, 8, p. 93). Grazie a S. Agostino e di fronte al Cristo martoriato, Teresa prese coscienza delle proprie catene. In termini quasi agostiniani, descrive questa luce improvvisa: « Oh, Dio mio, quanto soffre un'anima nel perdere la libertà che la rende padrona di sé e quanti tormenti patisce! Io ora mi meravi­glio di come potessi vivere in tanta angoscia. Sia lodato Iddio che mi diede vita per farmi uscire da una morte così funesta! » (Vita IX, 8, p. 93). Senza alcun dubbio c'è una strana analogia tra lo choc provato di fronte al Cristo martoriato e la lettura delle Con­fessioni. Ad un tratto, Teresa riceve « grandi forze ». Avrebbe potuto temere che le lacrime che versava fossero soltanto « lacri­me di donnicciola »: infatti « non ottenevo ciò che desideravo ». Eppure, - si noti il realismo della Madre - « credo che mi siano valse a qualcosa... Dopo queste due volte, cominciai a dedicarmi di più all'orazione e ad occuparmi meno di cose che potessero essermi di danno » (Vita IX, 9, ... Chi oserebbe dubitarne?

- concluse il padre Bànez, dopo una pausa.

In quella quaresima del 1554, nel monastero dell'Incarnazione di Avila, era accaduto un fatto carico di profonde ripercussioni. Un'anima prendeva il volo verso la santità.

Come « la Madonna ai piedi del Crocifisso », di che cosa non sarebbe stata capace? Teresa de Ahumada, allora, aveva trentano­ve anni.

 

2 - Il Cielo si schiude, la terra cigola

 

Chi potrà mai capire la vita mistica di Teresa d'Avila, se non ha gustato egli stesso in maggiore o minore misura le medesime grazie, bevuto alla medesima sorgente, sperimentato identiche prove? Ella stessa dichiarava di avere sofferto lunghe incompren­sioni, proprio da parte di confessori di scarsa cultura, limitati e timorati, le cui paure e i cui giudizi perentori l'avevano turbata, messa in imbarazzo, fermata, più di tutti i suoi detrattori messi insieme.

Dopo la conversione del 1554, una fiammata difatti mistici si accende nell'intimo della sua esistenza. Teresa li racconta, tenta di descriverli, si riconosce vinta, ricomincia ugualmente. Non dob­biamo dimenticare infatti che parla ai suoi confessori, ansiosa di illuminarli, di evitare l'illusione e l'astuzia diabolica.

Di fronte a simili racconti disseminati nel Libro della mia vita e soprattutto nel Castello interiore, siamo costretti ad ammirare, a cercare di capire.

« Le opere d'arte sono di un'infinita solitudine, scriveva Rilke, e ci vuole una solitudine infinita per comprenderle ». Fatte le debite proporzioni, lo stesso può dirsi per l'opera della grazia nella trama dell'anima. Per cercare di capire tali cose, ho quindi scelto un pomeriggio, a Toledo, in un'antica chiesa sconsacrata. Pozzo d'ombra e di silenzio, cantone sperduto nella città immen­sa, non riuscireste a trovarlo, anche se ve lo indicassi. Il callejòn - la viuzza - scende rapidamente verso il Tago. All'ora della siesta e fino all'atardecer vi troneggia il sole. Il convento de las Isabelas, con i suoi muri ciechi, sbarra l'orizzonte. Talvolta un grido di uccello attraversa un giardino chiuso. A Toledo, città imperiale, gioiello di gloria che una triplice corona di spine sor­monta dalla sua cattedrale, lì, sotto l'ocra e il fuoco dell'estate, cercai di cogliere, dall'intimo, quello che accadde alla sua figlia più illustre, dona Teresa de Aliumada.

Tutto il suo dramma interiore sembra svolgersi in tre tempi: Dio interviene; alcuni confessori poco aperti subodorano una gra­zia sospetta; sopraggiungono dei maestri autentici, veri santi.

Al capitolo XXIII della sua Vita, Teresa riprende la sua storia là dove l'aveva lasciata, l'istante in cui Cristo la commosse al punto di sottrarla alla sua leggerezza.

« Da qui innanzi sarà un libro nuovo, voglio dire una vita nuova... » (Vita XXIII, 1, p. 201). Teresa pratica l'orazione.

« Sua Maestà prese a darmi assai di frequente l'orazione di quiete, e molte volte anche quella di unione, che durava a lungo » (Vita XXIII, 2, p. 201). Ma Teresa temeva la sospensione dell'in­telletto come pure la profusione di gioie eccessive. Come giudicare tali cose? Ella osserverà giustamente nel Castello interiore: « Sen­tiamo sempre parlare dell'eccellenza dell'orazione... ma non ci viene spiegato più di quello a cui possiamo arrivare da noi stesse; delle cose che il Signore opera in un'anima, si dice ben poco » (Castello Il, 7, p. 272). Certo, la devozione moderna, alla fine del Medioevo, aveva insistito sulla meditazione discorsiva. Ma mentre persisteva questa pratica arida e meccanizzante, i falsi spirituali - alumbrados, dejados - gettavano il sospetto su qualsiasi abban­dono di sante abitudini. In qual modo la carmelitana, in preda nello stesso tempo all'inquietudine e ad esperienze sconosciute, poteva farsi illuminare?

Don Francisco de Salcedo, il gentiluomo sposato, era imparen­tato con lei per parte di sua moglie, dona Mencia del Aguila. Teresa non lesina gli elogi nei suoi riguardi: « Vita esemplare; intelligente; per vent'anni ha seguito i corsi di teologia presso i domenicani. Pratica l'orazione da poco meno di quarant'anni » (Vita XXIII, 6-7, p. 203s). S. Pietro d'Alcàntara lo metteva sugli altari decretando: « È la migliore testa di Avila ». « Il santo cava­liere » - così lo chiama la futura riformatrice (Vita XXIII, 6, p. 203) - parlò a un ecclesiastico « gran servo di Dio » (Vita XXIII, 8, p. 204). Il suo proposito era semplice: ella si sarebbe confessata da lui per ottenere la luce! Quel sacerdote, dice uno storiografo, era pieno di zelo divino: visitava i poveri, spazzava la loro camera, puliva le loro immondizie. Giuliano d'Avila diceva che andava attraverso la provincia di Avila « cantando la doctrina » (noi po­tremmo tradurre: « come cantore della fede »). Ascoltò dunque la carmelitana, ma non volle confessarla (Vita XXIII, 8, p. 205).

L'Incarnazione, con il suo mondo di gran dame e di futilità, non si addiceva a quel rude castigliano. C'era in lui un misto di Vincenzo Ferreri e di Vincenzo de' Paoli. Si dichiarò molto « oc­cupato » e piantò in asso, senza altre spiegazioni, una cliente di cui temeva le sottigliezze. Il santo cavaliere non abbandonò tutta­via la sua parente. Andava a trovarla all'Incarnazione. Il padre Daza aveva chiesto alla carmelitana di troncare gli ultimi legami con il mondo, ma lei se ne riconosceva incapace. Don Francisco, più umile, la incoraggiava. Anch'egli aveva messo molto tempo per vincersi in cose di scarsa importanza. Era un asceta, come si poteva esserlo nel clima di quell'epoca, ma per imparare a volare, bisognava « mettere le penne ». Intuitivo, pacifico, buono, don Francisco comprendeva... (Vita XXIII, 9-10, p. 205s).

Teresa arrivò alle confidenze.

Che cos 'era in realtà questa sua orazione? « Favori di Dio; godimento... impossibilità di pensare a qualcosa ». Novizia nel campo dello straordinario, ella va a tentoni per trovare la parola esatta. « La difficoltà era proprio che io non sapevo dire né poco né molto in che consistesse la mia orazione, perché questa grazia di saper capire che cosa sia e di saperne parlare, Dio me l'ha data da poco tempo » (Vita XXIII, 11, p. 206).

Per descrivere il suo stato interiore, un giorno, alla grata del parlatorio, Teresa porge un libro: La salita del monte Sion, scritto da Bernardino de Laredo, medico di don Juan del Portogallo, divenuto poi fratello converso francescano. Quest'opera era stata pubblicata a Siviglia, esattamente venti anni prima. Teresa aveva segnato con alcune linee le frasi importanti, rivelatrici della sua preghiera, soprattutto « quando non poteva pensare a nulla ».

Ed ecco i nostri due dottori, Salcedo e Daza, intenti ad analiz­zare minuziosamente il libro. In quel tempo il riferimento ai fran­cescani - per giunta della scuola di Osuna - era sospetto. E poi lo scritto veniva dall'Andalusia. Malgrado il lontano prestigio di S. Ferdinando di Siviglia, tutto ciò che si trama al di là della Sierra Morena sa di eresia. Mori, Marrani, sensibilità, sensualità, fanta­smagorie andaluse! Ah! non ci vuol altro per allarmare il puro sangue di Castiglia! Quella gente del Guadalquivir, anche se in­dossa il saio, parteggia sempre più o meno per il diavolo... Sapre­mo più tardi ciò che la santa Madre pensava di quel paese e di quella gente... I nostri eruditi, dopo essersi consultati, emisero il verdetto. « Il santo cavaliere », molto afflitto, lo comunicò all'in­teressata. A parer loro, Teresa « era vittima del demonio ».

Al più presto, doveva chiamare un padre della Compagnia di Gesù e informarlo di tutta la sua vita con una confessione genera­le. In tal modo sarebbe venuta la luce perché, secondo loro, « nelle cose di spirito quei padri avevano grande esperienza... Mi racco­mandarono di non distaccarmi in nulla da ciò che egli mi avrebbe detto, perché correvo un gran pericolo, se non trovavo chi mi guidasse » (Vita XXIII, 14, p. 208).

I due consiglieri improvvisati non erano malintenzionati. Più tardi, diventeranno i migliori difensori della Madre e della sua opera. Bisogna tener conto della loro inesperienza nelle cose dello spirito; forse mancavano di una certa discrezione e Teresa lo de­plora.

Con il pretesto di consultare, parlavano, parlavano, di chi mai se non della loro illustre confidente! « Mi hanno fatto un gran danno, riconosce la carmelitana... il Signore lo ha permesso per­ché io avessi a soffrire » (Vita XXIII, 13, p. 207s). Ma, a loro insaputa, gettavano sulla riformatrice in erba un velo di sospetto che la seguirà anche al di là della morte.

Tuttavia, sono le montagne che fanno o disfanno i fiumi. Dallo zelo premuroso di Salcedo, dal rigore di Daza, dalle loro esitazioni e dai loro rifiuti è nato il provvidenziale incontro di Teresa con i gesuiti.

Per uno di loro la suora scrisse la sua prima relazione. Era il 1555. Teresa aveva quarant'anni è da vent'anni praticava l'ora­zione (Vita XXIII, 12, p. 207).

 

3 - I padri della Compagnia di Gesù

 

« Padre de Cetina! Padre de Pràdanos! ».

Ho forse pronunciato ad alta voce questi nomi sconosciuti, nella mia cappella toledana? Il silenzio diveniva così lieve sotto le volte all'ora della siesta che si sarebbe potuto sentire giù in basso il rumoreggiare delle acque del Tago sospinte contro l'argine del mulino... Ero arrivato ai capitoli XXIII e XXIV del Libro della mia vita, là dove Teresa racconta i suoi primi contatti con « per­sone così sante come i padri della Compagnia di Gesù » (Vita XXIII, 15, p. 209).

I gesuiti in Avila! Era una novità che destava curiosità. Da San Segundo, vicino all'Adaja, i nuovi arrivati si stabilirono nel colle­gio San Gil, « la parte più alta della città, in mezzo ai monasteri e sul circuito delle acque che alimentano la città. Il loro ingresso fece colpo; venivano attaccati anche dall'alto del pulpito. Questi nuovi apostoli, privi di un proprio abito religioso, pretendevano forse di rivaleggiare con gli ordini antichi, altamente reputati per santità e penitenza? Ciò nonostante Daza e il santo cavaliere tro­vavano luce e conforto presso i compagni di Ignazio de Loyola e convinsero uno di loro, il padre Diego de Cetina, a scendere al­l'Incarnazione.

I confessori ufficiali del monastero erano i carmelitani. Teresa si sarebbe dunque fatta ancora notare chiamando uno di quei padri così contestati nella città? Aveva preso le sue precauzioni perché quel giovane sacerdote di appena ventitré anni passasse inosservato. Fatica sprecata! Alla porta spiava una chiacchierona. In un batter d'occhio, la notizia fu strombazzata per tutto il con­vento! « Quanti ostacoli e paure frappone il demonio a chi vuol giungere a Dio! » (Vita XXIII, 15, p. 209).

L'uomo che ascoltava la carmelitana era davvero giovane. Appena ordinato sacerdote, fu mandato ad Avila. Non era dotato di grande talento, ma apparteneva alla prima generazione della Compagnia, seguiva con fervore gli Esercizi, era prudente e illu­minato. Per di più sapeva ascoltare e capire. Quale ispirazione sosteneva il suo verdetto! La carmelitana lo ricorda a memoria:

« Mi fece gran cuore. Disse che evidentemente si trattava dello spirito di Dio, e che dovevo riprendere l'orazione, perché non ero ben fondata, né avevo ancora cominciato a intendere che cosa fosse la mortificazione... Che sapevo io se per mezzo mio il Signo­re voleva avvantaggiare molte persone? » (Vita XXIII, 16, p. 209).

A quarant'anni, finalmente, Teresa de Ahumada trovava un confessore comprensivo ed efficiente. « In tutto quanto diceva mi sembrava che in lui parlasse lo Spirito Santo per risanare la mia anima, tanto profondamente s'imprimevano in essa le sue paro­le... Mi diresse in tal modo che mi parve d'essere del tutto tra sformata. Che gran cosa è intendere un'anima! » (Vita XXIII, 16-17, p. 210).

La direzione del padre de Cetina era chiara: ritorno alla con­templazione di Cristo nella sua umanità, « concentrare l'orazione su un punto della Passione », « cercare di trarne profitto ». È que­sto il linguaggio proprio degli Esercizi spirituali. Così, ella non rischiava di perdersi nelle brume di un falso illuminismo. « Resi­stere a quei miei raccoglimenti e a quelle dolcezze interiori » (Vita XXIII, 17, p. 210), giacché ogni consolazione non è esente da illusione!

« Mi lasciò consolata e rinvigorita, e il Signore che aiutò me, aiutò anche lui, perché comprendesse la mia condizione e il modo con cui doveva guidarmi. Restai fermamente decisa a non allonta­narmi in nulla da ciò che mi avrebbe comandato... Sia lodato il Signore che mi ha dato la grazia di obbedire ai miei confessori, sia pure imperfettamente! Essi sono stati quasi sempre questi bene­detti padri della Compagnia di Gesù, e sebbene - ripeto - li abbia seguiti imperfettamente, la mia anima cominciò ad averne un evidente miglioramento... » (Vita XXIII, 18, p. 210).

Il padre de Cetina rimase molto poco tempo ad Avila, ma oggi si ammette comunemente che abbia iniziato agli Esercizi la carme­litana affidata alla sua guida. Non nel corso di un ritiro, ma in conversazioni private e attraverso diversi insegnamenti sulla ma­niera di contemplare i misteri di Cristo. Come spiegare in altro modo l'orientamento decisamente cristologico che prese la vita spirituale di Teresa? Il padre de Cetina poteva ora lasciarla; aveva ormai gettato le basi di un insegnamento sicuro: « Cominciai a prendere nuovamente amore alla sacratissima umanità di Gesù Cristo. L'orazione prese a consolidarsi come un edificio ormai posto su salde fondamenta, e mi affezionai di più alla penitenza » (Vita XXIV, 2, p. 211s).

Entrò allora in scena dona Guiomar de Ulba, « una vedova, signora di nobili natali, molto dedita all'orazione, che aveva con­suetudine di trattare con i padri della Compagnia... Abitava vicino a loro » (Vita XXIV, 4, p. 213).

Tutto è stato detto su questa giovane vedova di ventotto anni, madre di quattro figli (due delle sue figlie sarebbero divenute monache all'Incarnazione). Era stata celebrata la sua bellezza, la sua leggerezza. I mondani non le perdonavano di aver virato di bordo, di aver riempito la sua casa di beghine come Maria Diaz e di averla trasformata in convento. Con grave scandalo dell'aristo­crazia di Avila, era stata vista entrare nella chiesa di San Pedro portando ella stessa la sua stuoia di sughero per sedersi! I ricchi ridevano, i suoi parenti levavano alte grida, mentre dona Guiomar seguiva i consigli del padre de Pràdanos.

Quando il padre de Cetina partì di lì a due mesi, Teresa credet­te che le fosse impossibile di trovarne un altro. « La mia anima rimase come in un deserto » (Vita XXIV, 4, p. 213).

Dona Guiomar l'accolse nel suo palazzo. Le leggi della clau­sura permettevano queste uscite per ogni evenienza. La mise in contatto con il proprio direttore spirituale, il padre Juan de Pràdanos.

Più brillante del suo predecessore, inviato da S. Francesco Borgia come vicerettore del collegio di Avila nel 1555, questo direttore di ventisette anni si occupò « con molta abilità e dolcez­za » della nuova suora da dirigere. Téresa doveva rinunciare a « certe amicizie » che, senza offendere Dio, la distraevano dall'es­senziale. Non ne aveva davvero la forza!

Il padre le chiese di recitare per alcuni giorni di seguito l'inno Veni, Creator.

« Un giorno, dopo essere stata a lungo in orazione e aver supplicato il Signore di aiutarmi a contentarlo in tutto, cominciai a dire l'inno e, mentre lo stavo recitando, mi colse un rapimento così improvviso che mi fece quasi uscire fuori di me, né potei mai dubitarne, essendo stato ben evidente. Fu la prima volta che il Signore mi fece la grazia di un rapimento. Udii queste parole:

"Non voglio più che tu abbia conversazione con gli uomini, ma con gli angeli".

« Tutto ciò si è adempiuto perfettamente, perché da allora in poi non ho mai più potuto concepire amicizia, né aver consolazio­ne, né avere amore speciale se non per coloro che so che amano Dio e procurano di servirlo.

« Da quel giorno io mi sentii animata a lasciare ogni cosa per amore di quel Dio che in un solo momento - mi sembra, infatti, che non fosse più di un momento - aveva voluto trasformare del tutto la sua serva » (Vita XXIV, 5-7, p. 214).

Così, durante le feste di pentecoste del 1556, nel palazzo di dona Guiomar, Teresa aveva ricevuto la grazia del fidanzamento mistico. In effetti, per tre anni (1555-1558), secondo la testimo­nianza della giovane vedova sua amica, Teresa rimase nella sua casa, tutta dedita alla penitenza, tutta sollecita della purezza della sua coscienza..., compagna obbligata di quella Maria Diaz che tutta Avila prendeva per una santa.

Un giorno, Teresa le chiese:

- Madre Maria Diaz, non hai un gran desiderio di morire? Io desidero moltissimo andare a vedere il mio Sposo.

- Per me, figlia mia, io non desidero morire, ma vivere, al fine di soffrire molto per Cristo, cosa che non potrò fare dopo la mia morte, mentre avrò molto tempo per godere di lui.

Nell'autunno del 1557, il padre de Pràdanos si ammalò. « Il suo cuore lo abbandonò », dice un testimone; « aveva lavorato troppo in Avila ».

Ormai libera e padrona di se stessa, dona Teresa accompagnò il padre nella casa di campagna di dona Guiomar. Era ad Aldea del Palo, nella provincia di Zamora, proprietà paterna della vedova. Teresa si trasformò in infermiera giorno e notte, in cuoca: non avrebbe potuto fare di più per il proprio padre.

Il fidanzamento mistico della pentecosté del 1555 l'aveva libe­rata. Ormai, diventano suoi amici solo quelli che praticano l'ora­zione, come è detto in modo mirabile nella sua prima relazione spirituale del 1560. « La conversazione, specialmente quella di parenti e affini, mi riesce molesta: vi partecipo con una certa contrarietà, fatta eccezione delle persone con le quali parlo di orazione e di cose attinenti all'anima, perché queste mi sono causa di conforto e di gioia » (Relazioni I, 6, p. 431).

Nessuno si stupirà dunque di vederla presente, attiva, piena di premure, al capezzale del suo secondo padre spirituale, colui che l'aveva avviata a maggior perfezione: soddisfare completamente Dio (Vita XXIV, 5, p. 213).

 

4 - Il padre Francesco, già duca di Gandia

 

El Greco ha spesso dipinto Toledo con un cielo tempestoso. Non è sotto nubi simili che trascorsero per Teresa gli ultimi anni passati all'Incarnazione? Tuttavia, questa volta tenebrosa è solca­ta da lampi. Questa donna sperduta in una città lontana ha il dono

- chi lo avrebbe immaginato? - di attirare la folgore: ossia le personalità più sante della sua epoca.

« In questo tempo arrivò in città il padre Francesco, già duca di Gandia ».

Era il maggio del 1554. In aprile egli aveva assistito alla morte di Giovanna la Pazza, a Tordesillas. Nel mese di settembre, a Valladolid, avrebbe cercato di rendere meno tesi i rapporti tra il papa Paolo IV e il re: il monarca rischiava la scomunica. Nel frattempo, il delegato di S. Ignazio, in giro attraverso i collegi di Castiglia, passava per Avila.

Il padre de Cetina combinò un incontro con la carmelitana da lui diretta. Sapeva infatti che il suo superiore, già duca di Gandia, divenuto gesuita, era « molto avanti nel ricevere favori e grazie da Dio, il quale, tenuto conto del molto che aveva lasciato per lui, lo compensava fin da questa vita » (Vita XXIV, 3, p. 212).

Teresa era commossa. Di fronte a lei stava l'amico intimo di Carlo V re di Spagna e imperatore di Germania. Come aveva potuto barattare la sua fortuna, il suo prestigio, i suoi campi di grano e i suoi aranceti, nel lontano Levante, con la tonaca di un ordine tanto male accolto in quel paese? Al suo arrivo, il capi­tolo della cattedrale lo aveva invitato a predicare durante l'otta­va del « Corpus ». Tutta Avila venne ad ascoltare a bocca aper­ta sotto il pulpito, senza dubbio commossa più dall'umiltà di quel grande di Spagna che dal tenore delle sue parole. In quel tempo la gente era avida di simili emozioni: la regina Giovanna ,i reclusa come una monaca a Tordesillas; il signore di questo mondo che abdicava al suo impero per rinchiudersi in un con ­i vento a Yuste. Grandezza ed abiezione! La passione della gloria i e il gusto della cenere: ecco i paradossi che scaturiscono dall'a­nima castigliana.

« Dopo avermi ascoltata, spiega la carmelitana, il padre Fran­cesco mi disse che si trattava dello spirito di Dio e che gli sembra­va non fosse ormai il caso di resistergli oltre... Aggiungendo di cominciar sempre l'orazione con un brano della Passione, e di non opporre resistenza se, in seguito, il Signore mi rapisse lo spirito, lasciando fare a Sua Maestà, senza procurare io tale elevazione. Essendo già molto avanti in questa via, mi diede medicina e consi­glio adatti, perché a tale riguardo è molto importante l'esperienza. Disse che sarebbe stato un errore continuare a resistere » (Vita XXIV, 3, p. 212s).

Notiamo, tra parentesi, la somiglianza di questa diagnosi con quella del padre de Cetina.

All'inizio della sua quarta relazione scritta a Siviglia nel 1576, Teresa rivelerà « di avere parlato due volte con il padre Francesco, prima duca di Gandia » (Relazioni IV, 3, p. 448).

Era assillata da un problema: nell'orazione di quiete, « la vo­lontà attende al suo lavoro senza sapere come lo compia » (Cam­mino XXXI, 5, p. 178), « la volontà è unita a Dio e lascia le altre potenze libere, affinché si occupino di cose attinenti al suo servi­zio » (Cammino XXXI, 4, p. 177).

« Non riuscendo a capire nulla di questo stato, ne domandò spiegazione a un gran contemplativo: era il padre Francesco, della Compagnia di Gesù », aggiunge in margine il manoscritto di Tole­do, « "prima duca di Gandia". Le disse che era una cosa possibile e che a lui accadeva spesso » (Cammino XXXI, 5, p. 178).

Così, dopo i confessori di valore, ecco il giudizio di un santo, un mistico come lei, esploratore di terre sconosciute alla maggior parte dei cristiani. Come più tardi Pietro d'Alcàntara, la testimo­nianza di Borgia è rassicurante. Ha vissuto anch'egli identiche esperienze. La carmelitana e il gesuita attingono alla stessa fonte:

lo spirito di Dio, che è offerto loro senza misura. Non occorreva altro per rassicurare colei che, con passo esitante, avanzava su nuove vie.

« Anche il santo cavaliere ne rimase assai consolato » (Vita XXIV, 3, p. 213).

Nella sua ultima visita in Avila, il padre Francesco aveva, una volta ancora, accreditato la vita spirituale della suora. Ora, all'im­provviso, erano cambiati i tempi e gli uomini.

Un terzo confessore, il padre Baltasar Alvarez, di venticinque anni, arrivava al collegio San Gil. Più esitante dei suoi predecesso­ri, assalito dall'inquietudine di Salcedo e di Daza e dai pettegolez­zi di convento, rendeva la vita dura a Teresa. « Era assai discreto e di grande umiltà, e questa sua umiltà mi cagionò parecchie tribo­lazioni » (Vita XXVIII, 14, p. 249).

Il padre Alvarez aveva l'inesperienza della sua giovinezza. Imponeva alla suora di confessarsi « a viso scoperto ». In quel tempo e in Castiglia, era un'umiliazione! Teresa gli scriveva, chie­dendogli una risposta urgente. Lui rispondeva, ma scriveva sulla busta: « Non aprire prima di un mese! ».

Si può sorridere di queste manie. E il confessore non era il solo! « Mi accadde specialmente una volta in cui si erano riuniti molti servi di Dio che io grandemente stimavo - e con ragione -giacché, sebbene io ormai non trattassi se non con uno, e solo quando egli me lo comandava parlassi ad altri, essi amandomi molto e temendo che potessi essere ingannata, discutevano di frequente tra di loro circa il modo di venirmi in aiuto » (Vita XXV, 14, p. 222).

Erano « cinque o sei, tutti gran servi di Dio ».

Amici molto importuni, più tardi alleati zelanti della sua ri­forma: Daza, Gonzalo de Aranda, de Salcedo, Hernandàlvarez e Monso Alvarez Dàvila.

Venivano spiati i minimi fatti e comportamenti dell'infelice carmelitana. Quello che ella confidava a uno veniva risaputo da tutti, e subito correvano al collegio dei gesuiti a chiedere del padre Alvarez e a stordirlo di raccomandazioni.

Ah! perché Teresa non era come Mandiaz, che pregava, faceva penitenza e camminava nelle vie di Dio senza visioni, senza nvela­zioni, senza storie! (Vita XXVIII, 12, p. 248).

Dopo tre anni di permanenza in casa di dona Guiomar, che Teresa se ne ritorni dunque all'Incarnazione! La gente devota digrignava i denti: che ella vi si nasconda con le sue « invenzio­ni »... « in fondo a una soffitta o in qualche cantuccio! ».

Peraltro, le grazie abbondavano. Eccoci negli anni 1558-1559. Non si tratta ancora di visioni, ma di una particolare presenza di Dio, di Gesù Cristo (Vita XXVII, 4, p. 233).

Parole interiori, sempre udibili, anche « se ci tappiamo le orecchie ». Non c'è volere e non volere che tenga. Il Signore èpadrone di noi, punto e basta (Vita XXV, 1, p. 215s).

La vita mistica di dofia Teresa si sviluppa nella sfera dello straordinario nel momento in cui, in Spagna, la paura del prote­stantesimo stava diventando panico. A Valladolid avvenivano i primi autodafé. L'inquisitore generale, don Fernando de Valdés, pubblicava la lista dei libri proibiti, scritti in castigliano. Parecchi di questi erano i favoriti di Teresa. La voce familiare replicò: « Non darti pena, perché io ti darò un libro vivente » (Vita XXVI, 5, p. 230).

« Io non riuscivo a capire che cosa quelle parole potessero significare, non avendo ancora avuto visioni; in seguito, di lì a pochissimi giorni, le capii molto bene... Sua Maestà è stato il solo libro dove ho letto le supreme verità. Benedetto sia tale libro, che lascia impresso quello che si deve leggere e praticare, in modo che non si può dimenticare! Chi, vedendo il Signore coperto di piaghe e afflitto da persecuzioni, non abbraccia le sue pene, non le ama e non le desidera? Chi, vedendo qualcosa della gloria che dà a colo­ro che lo servono, non riconosce che tutto quanto possiamo fare e patire è nulla, in attesa ditale premio? » (Vita XXVI, 5, p. 230).

« Chi dunque può vedere il Signore? ».

Ora, appunto, il giorno di s. Pietro, quel 29 giugno 1559, ecco che cosa avvenne. « Mentre ero in orazione, vidi o, per meglio dire, sentii, perché né con gli occhi del corpo né con quelli dell'a­nima vidi nulla, vicino a me Gesù Cristo... In principio fui presa da grande spavento e non facevo che piangere, anche se poi una sola sua rassicurante parola bastasse a lasciarmi tranquilla e lieta come al solito, senza alcun timore. Mi sembrava che Gesù Cristo mi camminasse sempre a fianco e, poiché non era una visione immaginaria, non vedevo in che forma, ma sentivo ben chiara­mente che stava sempre al mio lato destro e che era testimone di tutto quanto facevo » (Vita XXVII, 2, p. 231s).

Bell'affare parlarne al padre Mvarez! Il dialogo si anima, giac­ché penitente e confessore non parlano lo stesso linguaggio. « Mi domandò in che forma lo vedessi; io gli risposi che non lo vedevo. Mi chiese allora come potessi sapere che era Cristo. Gli dissi che non sapevo come, ma che mi era impossibile non accorgermi che egli mi era vicino, che lo vedevo e lo sentivo chiaramente... Non facevo che portare paragoni per farmi intendere, ma certamente, per questo genere di visioni, a mio parere, non ce n'è alcuno che quadri bene » (Vita XXVII, 3, p. 232).

« Mi chiese, dunque, il confessore: "Chi le ha detto che era Gesù Cristo?". "Egli stesso me l'ha detto, molte volte", risposi io, ma prima che me lo dicesse, avevo ben capito che era lui, anzi, me l'aveva detto prima ancora, quando io non lo vedevo » (Vita XXVII, 5, p. 233).

Si vede bene di quale genere fossero i rapporti della carmelita­na con il gesuita e, soprattutto, la loro incontestabile piacevolezza.

Isabel de Jesùs, nel 1690, dà una conclusione amena a quest'e­pisodio.

« Ritornato nella sua cella, il confessore alzò là testa e vide il Cristo, Nostro Signore. Gli si mozzò il fiato. L'indomani, andò a trovare la suora e raccontò la sua visione.

« Ella gli disse: "Non lo creda, padre! Cristo apparirebbe a lei? Non sarebbe il Cristo! Lo guardi bene!".

« Ma il padre le espose certi argomenti dai quali comprendeva che era il Signore stesso.

« Teresa gli disse: "Ascolti, padre. Questa è la sua convinzio­ne. Ma è anche quella di coloro che la vengono a trovare?" ».

Intorno alla futura riformatrice si danno da fare santi, mezzi santi e devoti. I più grandi rivelano i limiti dei più mediocri, e tuttavia, chi oserebbe giudicare male e disprezzare questi ultimi?

Il genio di Bach, di Mozart non ha mai dato ombra a eccellenti musicisti.

 

5 - La santa e l'imperatore

 

Il cielo di settembre ci inondava con il suo diluvio mentre, partiti da Toledo, camminavamo verso Yuste. Il padre Domingo Bànez mi aveva chiesto di accompagnarlo. Il monastero dei giro­limini, divenuto illustre per avere ospitato tra le sue mura l'impe­ratore Carlo V, si era arricchito di una magnifica biblioteca. Il domenicano voleva consultare alcuni rari infolio.

- Vuole venire anche lei? - mi chiese.

Acconsentii volentieri. Mentre uscivamo dalla città, si mise a piovere. Pioveva ancora, due giorni dopo, quando ci fermammo a Jarandilla, vicino alla casa di Giovanni d'Austria, il figlio bastardo di Carlo.

- Davvero - esclamò Bàùez, con la tonaca e il cappuccio grondanti - il segretario Quijada diceva bene: « Cade più pioggia in un'ora a Yuste che in una giornata a Valladolid! ».

Salivamo lentamente l'ultimo chilometro che ci separava dal convento. Le nostre mule fumavano; gli eucalipti brillavano al tramontar del giorno. Lasciando da parte la rampa che conduceva i cavalli agli appartamenti stessi dell'imperatore defunto, suo­nammo alla bassa porta di entrata.

- È un tempo da finimondo - mormorava il padre Bànez.

Il padre aveva lì delle conoscenze di vecchia data: il padre Juan Regla. Nessuno ignorava che Carlo, durante la sua vecchiaia, ave­va trattenuto presso di sé questo girolimino, sagace e calmo, per­ché lo ascoltasse spesso in confessione e lo calmasse nei suoi tormenti.

Questo monaco stesso ci introdusse nella camera mortuaria. Il settembre del 1558 era già molto lontano, ma il letto, la tappezze­ria scura, il largo pannello di legno che si faceva scorrere affinché il malato potesse assistere alla messa, celebrata all'altar maggiore, tutto era rimasto come al momento della sua morte.

Il padre Bànez alzava la voce guardandomi:

- Lei si interessa alla santa Madre, senor, e mi chiedeva, il mese scorso, di spiegarle le sue opere, in particolar modo, nel Libro della mia vita, i primi fatti mistici. Sono lieto che in questo luogo stesso, lei possa rendersi conto del contrasto. Qui « si èspenta la vita più potente del secolo », laggiù, in Avila, si destava un'esperienza « che non mancherà di interessare i secoli ».

- È esatto - continuò il padre Juan Regla. - L'imperatore, il nostro re Carlo, è vissuto qui, ne sono testimone, alla maniera di un religioso. Dopo la sua abdicazione a Bruxelles, nel 1555, i rumori del tempo gli giungevano ormai come gridi di uccelli in fondo a un bosco. Solo il destino della fede cattolica lo interessa­va. Quale risultato concreto restava di quei quattordici anni di guerra in Germania contro i principi luterani? Me ne parlava spesso, al di fuori della confessione. Mi rileggeva le parole che gli scriveva il padre Francesco Borgia, suo amico: « Lasci scendere la pace nella sua anima contemplando i bagliori dorati della pianura sotto il sole e, di sera, le cupe nebbie purpuree della Sierra che spiccano sul cielo... Poi, ascolti il suo piccolo organo che, dopo le sue campagne e i suoi viaggi, l'ha seguita fin qui...».

Mloggiavo in una piccola cella situata vicino al chiostro superiore. Il sole aveva finito col rischiarare le ultime ore del giorno. Senza fine, gli eucalipti facevano dondolare le loro cime scure. Un vento discreto, quasi andaluso, mescolava odori di pioggia e aromi di cisti. Sotto la finestra, su tre arance dell'ultima stagione si attardava un estremo raggio di luce. Lo sgocciolio dell'acqua, il rumore delle fontane nel chiostro sottostante, il va­sto vivaio in cui l'imperatore pescava di tanto in tanto per ammaz­zare il tempo, il silenzio umido, creavano il quadro più adatto per continuare la lettura di s. Teresa.

« Le afflizioni mi venivano da ogni parte, ma con la grazia che mi faceva il Signore riuscivo a sopportarle » (Vita XXVIII, 18, p. 251).

Quale grazia?

Dopo la visione « intellettuale » di Cristo, vengono le visioni « immaginarie », parola coniata dalla santa per dire che vedeva veramente delle forme.

Le apparvero dapprima « le sue mani: erano di così straordi­naria bellezza che io non potrei descriverla... Di lì a pochi giorni vidi anche quel suo divino volto e credo di esserne rimasta com­pletamente rapita » (Vita XXVIII, 1, p. 242). « Un giorno che era la festa di S. Paolo, mentre stavo a messa, mi apparve tutta la sacratissima umanità di Cristo, in quell'aspetto sotto il quale lo si suole rappresentare risuscitato » (Vita XXVIII, 3, p. 243).

Benché le visioni « intellettuali » fossero più perfette e presen­tassero minori rischi di ingannarsi, Teresa se ne rallegrava. « De­sideravo di poter vedere con gli occhi del corpo, affinché il confes­sore non mi dicesse che era un'illusione » (Vita XXVIII, 4, p. 243).

« Se è un'immagine, è un'immagine viva, non un uomo morto, ma Cristo vivo, il quale rivela che è uomo e Dio... Oh, Gesù mio, come far comprendere la maestà con cui vi manifestate! » (Vita XXVIII, 8, p. 245s).

Come convincere il confessore e la sua cricca? Egli vedeva il diavolo dappertutto e tormentava la povera donna.

« Temevo di non poter trovare più alcuno da cui confessarmi e che, anzi, tutti dovessero fuggirmi, e non facevo che piangere » (Vita XXVIII, 14, p. 250).

Un giorno, essendo assente il padre Alvarez, Teresa si confessò da un altro padre del collegio, forse il padre Hernandàlvarez, amico di Salcedo e simile a lui per ristrettezza di vedute.

In modo perentorio, il padre dichiarò che queste visioni erano opera del demonio. « Quando avessi qualche visione, mi comandò di farmi sempre il segno della croce » e di « dar higas », gesto molto volgare che consiste nel porre il pollice tra l'indice e il medio a pugno chiuso (Vita XXIX, 5, p. 254). Isabel de Santo Domingo precisa che il sacerdote le ordinò di « accogliere la vi­sione con sputi ».

Povera Teresa!

« Il dover fare un gesto di spregio mi procurava un'enorme pena quando mi appariva la visione del Signore, perché nel veder­lo lì, dinanzi a me, neanche se mi avessero fatta a pezzi, avrei potuto credere che fosse il demonio... Mi ricordavo degli oltraggi a lui recati dagli Ebrei e lo supplicavo di perdonarmi, perché lo facevo per obbedire a chi lo rappresentava, e di non attribuirmelo a colpa, perché me lo comandavano i ministri da lui posti nella sua Chiesa. Mi rispondeva di non preoccuparmene, che facevo bene a obbedire e che egli avrebbe fatto in modo che si vedesse la verità. Quando mi tolsero l'orazione, mi parve che fosse sdegnato; mi ingiunse di dire loro che quella era una tirannia » (Vita XXIX, 6, p. 254s).

Lungi dal gemere e lamentarsi, Teresa avanza coraggiosamen­te su questa via stretta. L'amore di Dio aumenta in lei: « Non siamo noi a porre la legna, ma sembra che, acceso già il fuoco, subito vi siamo gettati dentro per bruciare ».

« Non si può magnificare né dire il modo con cui Dio ferisce l'anima e l'enorme sofferenza che produce, perché la trae fuori di sé... L'anima vede chiaramente di non aver fatto nulla per attirarsi questo amore, ma che dal sommo amore, di cui Dio la privilegia, sembra sia caduta a un tratto su di lei quella scintilla che la fa ardere tutta » (Vita XXIX, 10-11, p. 257).

La visione del dardo infiammato con il quale un angelo le feriva il cuore segna un apice e si ripete diverse volte. Dona Maria Pinel, suora dell'Incarnazione che, circa ottant'anni dopo la morte di S. Teresa, ha raccontato alcuni ricordi molto precisi, mai pub­blicati per intero fino ad oggi, afferma che questo fatto si ripeté diverse volte nel coro superiore. Anche Ana Maria de Jesùs ne fu testimone quando la Madre era priora all'Incarnazione (1571 - 1574).

Dona Guiomar sa che tale grazia fu concessa a Teresa in casa sua.

Rileggevo il mirabile testo dell'autobiografia trascritto sul marmo, nella cappella della Trasverberazione, all'Incarnazione (Vita XXIX, 13, p. 258s).

Ma amo molto la concisione con la quale Teresa riferisce que­sta grazia in un resoconto spirituale: « È una specie di ferita, in cui all'anima sembra quasi che le si trafigga il cuore e tutta se stessa con una freccia » (Relazioni V, 17, p. 464).

Chi dubitasse dell'esperienza così descritta, del suo alto sim­bolismo, dovrebbe insistere sulla frase finale: « È un idillio così soave quello che si svolge tra l'anima e Dio, che io supplico la divina bontà di farlo provare a chi pensasse che io mento » (Vita XXIX, 13, p. 259).

 

Con le sue ali umide e cupe, la notte di settembre avvolgeva la Sierra, la foresta e Yuste.

Perché, secondo il suggerimento del padre Bànez, associai spontaneamente il ricordo dell'imperatore e quello della santa? Carlo V si spense qui il 21 di questo mese. Che cosa restava del gran signore, nato nelle Fiandre, là dove gli alberi sono agitati dal vento di mare, dove l'ala del mulino ferma la caravella delle nuvo­le? Moribondo, anch'egli si dissolveva, come nel paese natio si sfilacciano le nubi.

Con lui, il suo impero su cui « non tramontava mai il sole » tremava sulle sue basi. Verso le due e mezzo di notte, le sue dita lasciarono cadere il crocifisso che l'imperatrice Isabella aveva te­nuto a Toledo durante la sua agonia, e con voce forte gridò: « Ya voy, senor... ay Jesùs! », « Sì, me ne vado, Signore... ah Gesù! ».

Verso questo stesso Gesù, e Gesù risuscitato, convergeva tutta l'esperienza di colei che ben presto sarebbe stata chiamata la « Santa ». Due esseri così diversi per gusti, situazioni, ambizioni, in una parola per tutto il genere di vita, e tuttavia uno stesso Signore, perché l'imperatore fiammingo - el Flamenco - mal­grado le miserie della sua condotta, era un cristiano sincero.

La donna matura, agguerrita dalle difficoltà, che presto sareb­be stata chiamata riformatrice e fondatrice, si levava sul fronte di combattimento dove si affrontavano i credenti; non guidava né principi, né vagabondi, né coalizioni politiche, né eserciti.

Solo l'amore di Cristo, da cui il suo cuore era adesso trafitto, sarebbe divenuto la sua unica arma insieme a quel grido di guerra che io sentivo nella notte di Yuste come un'eco al rantolo dell'im­peratore morente:

« Signore, morire o patire; non vi chiedo altro per me » (Vita XL, 20, p. 384).