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IN CERCA DELL'AMATO
« Ah! dove ti celasti. Me in gemiti lasciando, o mio Diletto? ».
La prima frase del Cantico spirituale di S. Giovanni della Croce potrebbe definire la giovinezza di Teresa. Appena entrata in convento, ella va incontro alla malattia e a un certo disordine spirituale. Tuttavia, l'anima rimane profondamente retta. Il suo unico desiderio è di amare Cristo e di seguirlo, ad ogni costo. E le costa.
Confessori mediocri, un immenso vuoto spirituale, l'assenza totale di maestri.
Ma Teresa ama la lettura e si immerge in libri di spiritualità che l'iniziano all'orazione. Docile e perspicace, aperta e personale, possiede già quel dono stupefacente dell'assimilazione che, a suo tempo, farà di lei una guida spirituale sicura e originale.
Le sue malattie la formano alla povertà. Saprà bene che cosa significa questa vita: « Una notte in una cattiva locanda ». Inutile installarvisi.
E poi, il Cielo moltiplica i suoi segni. Suo padre muore come un predestinato. La morte socchiude una porta, attraverso la quale s'introduce un domenicano, il padre Barron. E' il primo di una schiera molteplice: quella dei grandi confessori.
Dio, adesso, può inferire il colpo definitivo.
1 - Monastero o beghinaggio?
Conversavamo gaiamente per le vie di Avila. Il Maestro Gaspar Daza era in uno dei suoi momenti felici. Che fortuna! Infatti, taciturno per natura, eloquente per mestiere, lodava o biasimava con la stessa disinvoltura con la quale i venti soffiano sulle Sierre.
- Hombre! - disse - lei è fortunato poiché don Felipe, il nostro signor vescovo, ci ha permesso di entrare all'Incarnazione;
capirà molte cose della vita della santa Madre vedendo quello che vedrà!
Passavamo davanti al monastero e al mirabile capolavoro di Mosen Rubi, deformazione di un nobile francese, « Monsieur Robert », che, nel XIII secolo, se ne venne ad Avila e vi costruì la ben nota meraviglia. Il sole spazzava la strada, accendeva riflessi di fiamma sugli stemmi delle facciate, gettava ombre tremolanti negli angoli dei patios austeri, giacché Avila non è Siviglia, né Cordova. L'inverno, la pietra e il carattere avvolgono in un manto severo la città dei Cavalieri.
- Capisce, senor - continuava Daza, - quale era la situazione dell'Incarnazione quando Teresa vi entrò, quasi ventenne. Il convento ospitava circa duecento persone. Un'immensa locanda, un reame in miniatura: a parte la preghiera ed una clausura molto relativa, le persone d'alto lignaggio vi conducevano un'esistenza beata, nei loro appartamenti. Le altre: domestiche, giardiniere, dame di compagnia, si dedicavano ai lavori casalinghi.
...Già risonava una campana. Controllata l'autorizzazione episcopale, terminati i saluti e le confabulazioni, la porta claustrale si apriva con gran fragore di catenacci. Io fui letteralmente travolto dalla luce abbagliante che batteva sui muri bianchi di un minuscolo cortile. Una croce di ferro, innalzata su una colonna, era adorna di sgargianti gerani edera. Davanti a noi appariva una fuga di chiostri profondi di pietra scura: quale spazio e quale purezza di linee! Il deambulatorio sottostante era collegato con quello del piano superiore - del tutto simile, lungo quaranta metri - da immense, imponenti scalinate.
Se mi spingevo a sinistra, verso i giardini, alberi frondosi, magnolie o gelsi, svettavano nell'aria tranquilla; se mi dirigevo verso destra, si scorgeva il coro sottostante, schiacciato, troppo piccolo a mio avviso per una simile popolazione monastica.
- Ecco - diceva la priora - gli appartamenti trovati dalla santa Madre, prima della riforma. Un patio, a forma di corridoio, si apriva sul chiostro del pianterreno, un patio per chiacchierare; al primo piano: la cucina per preparare i pranzetti, la camera da letto per riposare.
Senza dubbio lei conosce il beghinaggio di Bruges, quell'ovale armonioso, ombreggiato, con la chiesa alla sua estremità. Venti o trenta case linde, con un cortile sul davanti, la porticina e la campanella, una statua della Vergine per custodire la proprietà, grande come un fazzolettino! Certo, le Fiandre ammobiliavano i loro beghinaggi meglio della Vecchia Castiglia. Lì: stufa, tappeti, lampade e inginocchiatoio lavorati. Qui: brocche, utensili di ferro, di rame e sgabelli di legno. Tuttavia, questa casa per signore pensionanti, sotto il vincastro di Nostra Signora del Carmelo, somigliava nelle sue linee essenziali ai beghinaggi fiamminghi. Ci si viveva in compagnia. Durante l'interminabile inverno, la liturgia moltiplicava i suoi fasti: professioni, visite ai parlatori, carnevale, feste improvvisate ammazzavano la noia che non potevano vincere un'esistenza in clausura e le pie abitudini. Evidentemente, queste donne non lavoravano: le aristocratiche, s'intende. Le altre, in servizio, le converse, si davano da fare attorno al forno da pane, ai bucati e al giardino. Chi avrebbe biasimato un simile genere di vita, sotto l'egida della religione, quando l'Europa sacralizzava ciò che oggi ci sembra tradimento del Vangelo: la divisione in ricchi e in poveri?
Tuttavia, la giovane novizia non ha mai parlato, nei primi tempi, di quello che avrebbe potuto sorprenderla nella vita del suo monastero d'adozione: gli abusi che più tardi susciteranno la riforma del Carmelo.
Sembra anzi che la storia del suo noviziato sia abbreviata. Tre paragrafi della sua autobiografia al capitolo IV e altri due al capitolo V rievocano quel periodo decisivo (cfr. Vita IV, pp. 49-56; V, pp. 56-63).
Anzitutto, una costatazione di felicità: « Quando vestii l'abito, subito il Signore mi fece capire quanto favorisca coloro che si fanno forza per servirlo. Nessuno, però, sospettava tanta lotta in me, di cui si vedeva solo una incrollabile risoluzione. Subito fui così felice d'avere abbracciato la vita monastica, che tale gioia non mi è mai venuta meno fino ad oggi, perché Dio mutò l'aridità della mia anima in grandissima tenerezza. Mi davano molto diletto tutte le pratiche della vita religiosa; è bensì vero che a volte mi accadeva di scopare in ore che prima ero solita occupare nel far sfoggio di ornamenti, ma appunto ricordandomi che ero ormai libera da tutto ciò, provavo una gioia sconosciuta, tale che me ne stupivo e non riuscivo a capire da dove provenisse » (Vita IV, 2, p. 50).
Queste righe giudiziose illustrano nella maniera più semplice la situazione di Teresa: si trova là dove deve essere. La sua vocazione non si sovrappone alla sua natura; è originale, fedele alla sua fonte, alle sue prime intuizioni. Lottando contro se stessa, non si snaturava, ma nel profondo di se stessa liberava la parte migliore.
« Libera » dalle cose insignificanti! Finalmente libera, di una libertà regale. La luce del suo noviziato si purificherà man mano che l'esperienza di Dio l'introdurrà in nuovi spazi.
Nella sua maturità capirà come « questa vita sia un'assurda farsa ». Con forza dirà quali « pene patisca chi aspira a Dio ». « Tutto stanca l'anima e non sa come trovare una via di scampo; si vede incatenata e prigioniera; pertanto sente più al vivo la schiavitù del corpo e la miseria della vita. Riconosce quanto avesse ragione 5. Paolo di supplicare Dio d'esserne liberato, e lo invoca con lui, implorandone anche lei la liberazione » (Vita XXI, 6, p. 186).
A Teresa è offerta un'altra grazia non meno decisiva: Dio trasformò l'aridità della sua anima in grandissima tenerezza, « en grandisima ternura ». E il termine « ternura » esprime tutta la dolcezza, la commozione e il fervore del suo contatto con il Signore.
Così, Dio, Cristo soprattutto, diventeranno per questa figlia del Carmelo esseri appassionatamente amati. Fino a quel momento, Teresa andava verso di loro in virtù dell'educazione ricevuta. Rigidamente formata secondo i principi di una famiglia rigidamente cattolica, nel quadro severo di una città alla fine del medioevo in cui la Chiesa, la sua liturgia, i suoi comandamenti, i suoi ministri, i suoi monaci e le sue monache occupavano naturalmente il primo posto, la giovane Ahumada y Cepeda non poteva sottrarsi a un'impregnazione quasi inesorabile. Dio troneggiava al di sopra dei mortali con una gloria tanto più temibile in quanto all'orizzonte del destino si accendeva il mistero della morte e dell'aldilà. « Attendere alla propria salvezza con timore e tremore » (Fil 2,12). Parola d'ordine ben vissuta, difficile da eludere.
Ora, ecco che al termine dei suoi calcoli e delle sue violenze, il Signore diviene oggetto di « tenerezza » e quindi calore, gioia, felicità e canto. Non c'è da meravigliarsi che un giorno dal cuore della Madre sia scaturita l'idea di commentare il Cantico dei Cantici. A Segovia, nel 1574, seguendo l'imprudente consiglio del padre de Yanguas, ella getterà nelle fiamme quelle pagine attraversate da lampi e ardenti come lava. Ma nell'intimo della sua
anima l'incendio avvampato il giorno in cui era entrata in religione non cesserà di bruciare fino alle soglie della morte.
« Es tiempo que nos veàmos, amado mio y Senor mio! », « Signore, finalmente è giunta l'ora di vederci! ».
« Quando ripenso (alla felicità del primo giorno), non c'è cosa che mi si possa presentare, per quanto difficile sia, che esiterei ad affrontare, perché ormai so, avendone fatto esperienza in molti casi, che se mi sforzo in principio a prendere la decisione di fare una cosa (giacché, essendo in onore di Dio, fino dal principio egli vuole - per nostro maggior merito - che l'anima provi quello sgomento, e quanto più grande esso sia, tanto maggiore e più dolcemente gradito, se si riesce a vincerlo, sarà, dopo, il premio), anche in questa vita Sua Maestà mi dà la ricompensa » (Vita IV, 2, p. 50).
Ecco che, desiderosa di ammaestrare, la Madre trae insegnamento dai suoi primi passi. La cosa non sorprende se si tiene conto delle circostanze. Teresa scrive il Libro della mia vita, a San José, tra il 1563 e il 1565. Intorno a lei accorrono postulanti e novizie. Educatrice di queste giovani, priora, fondatrice, presto chiamata a percorrere le due Castiglie per diffondere la sua opera, attinge d'istinto nel suo passato la materia d'insegnamento.
Inutile cercare sotto i vasti chiostri dell'Incarnazione, nelle sue sale e nei suoi oratori, l'aneddoto piccante della novizia, le sue goffaggini e i suoi fervori. La donna matura che parla non se ne cura. Solo conta l'itinerario interiore, poiché rischia di essere ripetitivo.
« Non consiglierei mai che di fronte all'insistenza di una buona ispirazione, si tralasci di seguirla per paura: se si agisce chiaramente soltanto per Dio, non c'è da temere alcun danno, essendo egli onnipotente. Sia sempre benedetto! » (Vita IV, 2, p. 51).
- Ho conosciuto la Madre - concluse Gaspar Daza con un sospiro - a quarant'anni passati. La prova che stava attraversando non le lasciava molto tempo per occuparsi del suo noviziato... Tuttavia, checché ella dica, dobbiamo credere che non aveva poi seminato così male. Più di molti altri, potevo giudicare la messe con piena cognizione di causa.
2 - Un prete perduto
- Bene! andrò da solo a Becedas, quel borgo sperduto, poiché nessuno mi può accompagnare. Ho deciso: scruterò con la lanterna, come dice il profeta, la provincia di Avila, tanto grande è il mio desiderio di ritrovarvi le tracce della santa Madre.
Ora, arrivare a Becedas è un'impresa. All'estremo sud-ovest, nella Sierra de Bejar.
- Vieni con noi, amico - mi hanno detto Ram6n, Diego e Luis, tre simpatici tosatori di pecore.
Ed eccoci in sella; sballottando, sudando, ruzzolando. Salite, burroni, valichi inaccessibili. In aprile, gli altipiani della Sierra de Gredos sono ancora cosparsi di cumuli di neve, mentre troneggia, scintillante di nevi e di ghiacci, l'Almanzor. Ah! mi ricorderò dell'interminabile discesa verso Piedrahita! Due avvoltoi, appollaiati lassù in alto, schernivano la nostra carovana tintinnante di sonagli. Ramòn, in testa, bestemmiava tutti i diavoli della terra e i santi del Paradiso. Luis, più gioviale, cantava e le sue sonorità latine spaventavano, sull'erba rada dei pascoli, un coniglio addormentato. Sosta in rustiche posadas (locande). La borraccia in pelle di capra vi sprizzava un filo rosso in fondo alla gola. Ah! quel vinQ di Spagna, color sangue e aromatizzato! E, di nuovo, la strada, le pietre, il vento.
In fondo a una lunga, lunga valle: Becedas. Il campanile s'inerpica all'assalto della collina, ma le case basse, con i loro vasi di fiori, sono protese verso il fiume. Ponti improvvisati - pietre piatte gettate su pilastri cadenti - l'attraversano. Rumorio delle acque, mormorio dei greggi!
- Hombre! - gridò Luis. - Aqui Becedas! Ehi! ecco Becedas!
Entravo nel villaggio nello stesso momento in cui arrivava la lettiga che trasportava la nostra malata. L'accompagnava Juana Suarez, l'amica dei giorni lieti e dei giorni tristi. « Che pena! ripeteva; passati soltanto pochi mesi in convento, ecco dona Teresa costretta a letto, febbricitante e senza forze. Mal di cuore, svenimenti... da non capirci nulla... Allora i medici hanno consigliato un cambiamento d'aria e una cura presso una celebre guaritrice. Becedas è distante da Avila ma Maria, sua sorella, abitava lì vicino. Allora don Alonso non ha esitato a mettersi in cammino ».
A dir vero, l'avventura di Becedas comporta più che il semplice epilogo di un soggiorno medico. A cinquant'anni, la santa Madre ne riassume l'essenziale: un libro e un prete perduto.
Il libro - non c'è da esserne sorpresi - le è stato dato da suo zio. Tirando fuori dai suoi scaffali il Terzo Abecedario di Osuna, edito nel 1527 a Toledo, quel venerabile libro che si conserva a San José di Avila, don Pedro - senza forse immaginarselo - dava alla viaggiatrice esausta ben più di una semplice distrazione per interminabili giorni di riposo.
Ecco una giovane monaca senza formazione spirituale, senza confessore. « Nei venti anni che seguirono non l'aveva trovato, quantunque lo cercasse » (Vita IV, 7, p. 53). Chi può istruirla? dirigerla? Il libro del francescano diviene il suo « maestro » - « teniendo a aquel libro por maestro » - (Vita IV, 7, p. 53).
Senza dubbio, l'insegnamento di Osuna presentava diverse lacune, anzi un pericolo - torneremo un giorno su quest'argomento - tuttavia, per l'essenziale, Teresa è iniziata alle vie dell'orazione mentale.
Il Signore l'appaga fin dall'inizio: « l'orazione di quiete, e qualche volta anche quella di unione », il suo stato di malata, le sue insonnie, il villaggio di campagna che l'accoglie, la casetta che si vede ancora situata dall'altro lato della via dove abitava la guaritrice. « Nove mesi di solitudine! ». E quanto ci vuole perché Dio venga e venga con grandezza al richiamo di questa immensa buona volontà.
Teresa pratica l'esame di coscienza, si confessa spesso, e l'indefinibile malattia di una ragazza di ventitré anni compie il resto.
Senza dubbio Teresa, al ricordo di quel tempo, fa digressioni sempre per istruire. Per pregare, ha avuto a lungo bisogno di un libro. Si immaginava forse che per fare orazione bisognasse prodigarsi in riflessioni, considerazioni, risoluzioni? Ma tutto questo la riduce all'aridità. Per diciotto anni, « nessun altro rimedio » se non il volume aperto. Averlo vicino a sé diventava uno « scudo »contro le divagazioni importune.
Certo, la giovane suora procede a tastoni, ma a partire da questi maldestri tentativi si costituisce un'esperienza.
Che ciascuna ne tragga profitto!
Fra le sue scoperte, ne noteremo una, così decisiva: « Mi sforzavo quanto più potevo di tener presente dentro di me Gesù Cristo, nostro Bene e Signore » (Vita IV , 7, p. 54). Già si manifesta i1 cristocentrismo teresiano; torneremo su quest'argomento. Appare tuttavia evidente il frutto di questa prima fiamma di vita mistica:
« Pur non avendo in quel tempo neppure vent'anni - in realtà, ne aveva ventidue o ventitré - mi sembrava di tenere il mondo sotto i piedi » (Vita IV, 7, p. 53). Nella fattispecie, questa grazia si mostrava più che necessaria.
Un prete - un uomo dalla vita sregolata - appare nell' esistenza della giovane malata. « Di assai buona condizione sociale e di grande intelligenza; era anche colto, se pur non eccedesse in cultura ». Teresa non svela il suo nome e noi lo ignoreremmo sempre se il padre Bàfiez non lo avesse scritto sul margine del manoscritto autografo. Si chiamava Pedro Hernàndez ed era parroco di Becedas.
Il confessore viene dunque al suo capezzale e subito è sedotto dal duplice fascino. Teresa sembra esserne consapevole. Il Signore si è già impossessato della sua anima, come traspare da queste parole: « Rapita in Dio come ero, ciò che mi faceva più piacere era parlare di cose a lui attinenti » (Vita V, 4, p. 59).
Ecco dunque le lunghe conversazioni, delizia degli Spagnoli e in modo particolare di un ecclesiastico senza molto lavoro, in fondo a un villaggio sperduto. Per di più, questa monaca è bella! Nasce un grande « affetto ». Per la giovane suora tutto è limpido, così limpido che lo sventurato arriva a « rivelare la rovina della sua anima ». « Da sette anni si trovava in una situazione assai pericolosa, avendo una relazione con una donna di quello stesso luogo; e ciò nonostante continuava a dir messa » (Vita V, 4, p. 59).
Potenza della purezza! o meglio, attrazione segreta di Dio attraverso i tratti consunti, le confidenze, gli slanci della penitente!
« Io ne ebbi molta compassione, perché lo amavo molto » (Vita V, 4, p. 59). Intuitiva, realizzatrice, la donna e la cristiana si uniscono per correre in aiuto dell'infelice. Viene strappata una confidenza: « Quella donna sciagurata gli aveva fatto alcuni sortilegi ». In che modo? mediante un piccolo idolo di rame! Ridiamo pure degli amuleti che, secondo noi, illudono i superstiziosi! Ma notiamo la cristallizzazione della passione intorno a un ridicolo oggetto.
« Nessuno era potuto riuscire a levarglielo. Io non credevo esattamente a queste storie dei sortilegi, ma dico quello che ho visto per avvisare gli uomini di guardarsi dalle donne che cercano di adescarli in tale modo » (Vita V, 5, p. 59).
« Cominciai a dimostrargli più amore ». L'assalto della tenerezza ebbe il sopravvento. « Per farmi piacere, si decise a darmi l'idoletto, che io feci gettare subito nel fiume » (Vita V, 6, p. 60). Oggi ancora, viene mostrato il luogo.
Ed ecco il seguito inaspettato: « Appena se ne fu liberato, cominciò - come chi si sveglia da un lungo sonno - a ricordarsi a poco a poco di tutto quello che aveva fatto in quegli anni e, spaventato di se stesso, dolendosi della sua perdizione, finì con l'aborrirla. Nostra Signora dovette aiutarlo molto, perché era assai devoto della sua Concezione, la cui ricorrenza era da lui celebrata solennemente » (Vita V, 6, p. 60).
Allontanata l'amante, iniziata una vita santa, non occorre altro perché Teresa concluda: « Morì allo scadere esatto di un anno dal giorno in cui l'avevo conosciuto. Sono sicura che egli è in luogo di salvazione » (Vita V, 6, p. 60).
Secondo noi, l'avvenimento è carico di significato e di avvenire; al di là dei limiti dell'aneddoto edificante, prepara, venticinque anni prima, l'orientamento del Carmelo riformato.
Ancora giovane, Teresa ha incontrato la miseria della Chiesa. Per la prima volta, si tratta di un prete, di un ministro di Cristo. E' disonorato, tanto vale dire che il suo sacerdozio è minato, se non rovinato, dalla contraddizione stessa che mostra apertamente. Come predicare una religione di cui si rivela così cattivo servitore?
Teresa sperimenta la forza dell'amore, ma anche la nostalgia che la santità infonde in un'anima perduta, ma non fino al punto da non serbarne ancora il gusto. « Tutti gli uomini preferiscono le donne che vedono inclini a virtù e le donne ottengono da essi di più con questo mezzo » (Vita V, 6, p. 60).
Arma temibile - la sola arma con la preghiera e il digiuno - che sarà utilizzata più tardi dalla riformatrice.
Se le chiacchiere spesso falliscono, la santità, invece, è irresistibile. Il Carmelo ne diventerà la scuola e la Chiesa sarà purificata... sotto il segno di Nostra Signora.
Seduto sulla pietra del ponte, con le gambe dondolanti sull'acqua, riflettevo a questo incidente che ogni abitante di Becedas - dove la devozione per S. Teresa è molto forte - conosce ormai a memoria. Ramòn, Luis e Diego mi avevano lasciato per la fiera di aprile a Bejar, con grandi pacche sulla schiena e grida amichevoli. Un uccello sperduto in un boschetto di pioppi modulava limpide tonalità, e io osservavo le increspature che un ragno andava disegnando sul placido fiume. I cerchi che formava a distanza sempre maggiore diventavano sempre più grandi.
Basta così poco per cambiare una vita! Una malattia, un incontro, un idolo di rame gettato nel torrente: un prete riportato alla sua vocazione.
Qui, a Becedas, come il vento negli ontani, lo Spirito ha toccato il cuore di una grande serva della Chiesa. Che cosa ne farà nascere domani?
3 - « Un arsenale di malattie »
1538-1543, cinque anni della sua esistenza invero molto strani. Teresa ce ne parla alla sua maniera vivace, evocatrice, ma che ci lascia nella perplessità.
La malattia si aggrava. La credono morta. Solo suo padre è persuaso del contrario. Riprende vita, ritorna all'Incarnazione, ricomincia a vivere. Ma don Alonso muore e questa morte avvia il processo della sua conversione. A dir vero, sarebbe giusto affermare che don Alonso de Cepeda, più di Teresa, diviene il centro del racconto del Libro della mia vita e che intorno alla sua persona, al suo amore e alla sua santa morte gravitano gli avvenimenti di questi cinque anni.
Cupo, angosciato, il padre è accorso da Avila a Becedas a prendere sua figlia. La cura è durata soltanto tre mesi. Sulle Sierre l'estate è al suo culmine, rendendo più facile il ritorno della lettiga. Si va avanti a fatica, con frequenti fermate. La malata ha potuto dare un'occhiata alle montagne che la clemenza del tempo adorna di fiori? Si è riposata sulle rive del Tormes? L'acqua, come un giovane toro, si precipita attraverso le rocce. Tutto è freschezza, mentre più in basso nella pianura le spighe d'orzo bruciano al sole.
Teresa sta sempre peggio. « ... Ero ridotta quasi in fin di vita... alle volte mi sembrava che mi dilaniassero il cuore con denti aguzzi ».
Non poteva cibarsi di nulla che non fosse liquido. Nausea continua, febbre senza interruzione, spasmi nervosi. Colei che fu costantemente in cattiva forma fisica analizza a perfezione il suo stato e aggiunge una frase che tanto più ci sorprende in quanto contraddice il suo carattere innato: « Ero in una tristezza assai profonda » (Vita V, 7, p. 61).
Appena ritornata nella casa paterna, la Facoltà di Avila viene convocata nella sua camera. Quegli austeri signori, chini sul letto della paziente, scuotono la testa, si consultano, ricominciano le loro consultazioni, per confidare al padre sconsolato che sua figlia sta morendo « tisica ». La parola « tubercolosi », in quel tempo, suonava funebre come suona oggi la parola « cancro ».
Si direbbe che Teresa non presti molta attenzione alla diagnosi. « Aveva dolori in tutto il corpo, dalla testa ai piedi ». Soprattutto i nervi erano colpiti, si contraevano, si rattrappivano. Come sopportare tanti mali nello stesso tempo? I medici se lo domandavano, ma Teresa conosceva bene la fonte di questa pazienza: « Il Signore gliela dava ». Al di là del male mortale che l'accerchiava, le scoperte di Osuna, l'incamminarsi nelle vie dell'orazione producevano il loro effetto. « Mi giovò molto l'aver cominciato a fare orazione e l'aver letto la storia di Giobbe nei Moralia di s. Gregorio, con la quale il Signore volle forse prevenirmi, affinché io potessi sopportare tutto con rassegnazione. Il mio colloquio era sempre con lui; pensavo spesso, ripetendole, a queste parole di Giobbe: "Se abbiamo ricevuto i beni dalla mano del Signore, perché non ne accetteremmo anche i mali?". E mi sembrava che mi dessero coraggio » (Vita V, 8, p. 61).
Tutta Avila festeggiava l'Assunzione della Vergine: suoni di campane e processioni. Ci si accalcava alla Virgen de la Cabeza. Per di più, era la festa dell'estate, quel 15 agosto 1539, perché, passato quel giorno di gloria, la bella stagione fugge via sull'ala delle ultime cicogne. Si comincia a riporre la legna da ardere; i carretti gemono più forte sulle strade dai selciati sconnessi; la notte si aggira, fresca, quasi fredda, sulle mura, tanto che bisogna avvolgersi nel mantello.
Quella notte, Teresa trapassò. A più riprese, aveva richiesto un confessore. Suo padre, « cattolico fervente », non glielo permise. Tuttavia, ella amava molto, come scrive incidentalmente, « di confessarsi spesso » (Vita V, 9, p. 62), ma don Alonso temeva che la figlia cedesse alla paura della morte.
Da quel momento, intorno al suo corpo inanimato, è un susseguirsi di grida, clamori, preghiere. All'Incarnazione, « già da un giorno e mezzo era aperta la sua sepoltura » (Vita V, 10, p. 62). A San Pablo de la Moraleja, i suoi confratelli carmelitani avevano già celebrato un ufficio funebre per lei. Tutto era pronto per i funerali, salvo quel padre insensato, il quale andava ripetendo che sua figlia era viva.
Era già stata colata la cera sugli occhi del cadavere, secondo la consuetudine del tempo, al fine di evitare le sgradevoli deformazioni nel viso dei defunti... Il quarto giorno, « il Signore si compiacque, scriveva Teresa, di farmi riprendere conoscenza » (Vita V, 10, p. 62).
Lasciamo agli scienziati il compito di discutere su questa sorprendente catalessi. Teresa non se ne meraviglia: appena rianimata, chiede un confessore, si comunica con « molte lacrime »... e medita non sul suo strano male, ma sulla grazia della salvezza e sulla divina pazienza. « Sia egli per sempre benedetto! Piaccia a Sua Maestà che io muoia piuttosto che cessare mai di amarlo! » (Vita V, 11, p. 63).
Non cessa tuttavia di soffrire, ma si risveglia per ricadere in atroci sofferenze. « Tutta rattrappita, diventata come un gomitolo », paralizzata, salvo un dito della mano destra, non poteva sopportare d'esser toccata: la spostavano soltanto coricata, dentro un lenzuolo... E presa da un desiderio: « Riportatemi all'Incarnazione ».
Don Alonso, che l'aveva condotta con sé contro il suo desiderio, la riaccompagnò più malata che mai, alla fine di agosto del 1539.
Tre anni di paralisi, ma anche di supplizio: vedersi circondata, assalita ad ogni momento. La sua infermeria diventa un salotto: vi si accorre per compassione, ma anche per « edificarsi ».
La malata parla di Dio con tanto fascino! « La sua pazienza », « la sua gioia » si irradiano. Tanto basta, in questo mondo chiuso, per diventare una vedette. Ah! come è facile capire il suo lamento: quando avrebbe dunque potuto « stare da sola » (Vita VI, 2, p. 65)?
Del resto, in questo periodo Teresa non restava inoperosa. Parlava di orazione, « era appassionata alla lettura di buoni libri ». I suoi erano stupiti tanto dei confessori che chiamava in clausura quanto della sua squisita carità: da Teresa non si sentiva mai una maldicenza, tanto era animata dalla preoccupazione di una coscienza pulita, e ledere la reputazione altrui le sembrava una macchia. Amici e parenti furono spinti ad imitare tale delicatezza: era già una forma di apostolato (Vita VI, 3, p. 65).
Allora avvenne il secondo miracolo. « Nel vedermi dunque tutta rattrappita e in così giovane età, e nel vedere in che stato mi avevano ridotto i medici della terra, decisi di ricorrere a quelli del cielo ».
Quale scegliere se non S. Giuseppe?
A partire dal 1522, la sua devozione andava crescendo in Spagna. Teresa, che ottenne da S. Giuseppe la sua guarigione, parla di lui con entusiasmo e lirismo. Queste righe furono scritte nel primo convento della riforma che, intitolato al suo nome, è sorto grazie a lui.
« Pertanto il Signore vuol farci intendere che allo stesso modo in cui fu a lui soggetto in terra - dove S. Giuseppe, che gli faceva le veci di padre, avendone la custodia, poteva dargli ordini - anche in cielo fa quanto gli chiede »... Lei che lodava Dio quando cominciava a « camminare carponi » (Vita VI, 2, p. 64), di quale riconoscenza circondò il padre di Gesù quando le permise di « alzarsi » e di « non essere più rattrappita »! (Vita VI, 8, p. 68).
Lasciamo che le suore dell'Incarnazione gridino al miracolo vedendo questa ragazza di venticinque anni riacquistare la salute. La salute? ironia delle parole. Le restano da vivere quarant'anni. Un giorno Teresa confesserà al padre Diego de Yanguas: « Non so, padre, se esiste un corpo umano oggi vivente che abbia sofferto quanto il mio ».
Malata, sempre malata! tale fu la sua condizione. Minacce di paralisi, mal di testa, di gola, di cuore, incapacità di ritenere gli alimenti, infermità continue. Durante il suo priorato all'Incarnazione (1571 - 1574), temerà sempre il terribile inverno di Avila, ancor più quello di Salamanca. Soltanto Toledo le dà un po' di quiete: « Il clima di questo paese è ammirabile », scrive nel 1570. « Sono quasi quarant'anni che non godo tanta salute come ora » (Lettere 17-1-1570, p. 95).
E tuttavia, non ci si stanca di ammirare, con il suo perfetto equilibrio mentale, il ferreo regime al quale si sottoponeva. Coricata verso le due o le tre del mattino, si faceva svegliare come tutta la comunità prima delle cinque. Per cibo: un uovo, un po' di pesce, una sardina o una scodella di lenticchie. Mai vino, ma quando le forze l'abbandonavano, per lo spuntino serale, le facevano un po' di pane fritto nell'olio.
Ciò nonostante, conosceremo presto le sue imprese e le sue fatiche.
La resistenza di questa donna è considerata un vero e proprio enigma. Altri, sottoposti a un simile regime, sarebbero morti o, per lo meno, avrebbero diffuso intorno a sé la malinconia. Invece, tutti conoscono il dinamismo e la giovialità cattivante della santa Madre. E' proprio il caso di esclamare con lei: « Non son più io che vivo, ma voi, mio Creatore, che vivete in me » (Vita VI, 9, p. 69), in quel povero corpo divenuto, secondo le parole di uno scrittore contemporaneo, « un arsenale di malattie ».
4 - Don Alonso
Quel 24 dicembre, erravo intorno al monastero dell'Incarnazione.
Stavo per varcarne il patio, quando don Francisco, ansante, un tantino nervoso, mi raggiunse:
- Senor, la stavo cercando alla porta della Mula e lei era qui...
Poi, guardando verso la Sierra:
- Lassù nevica, fra poco nevicherà qui da noi... non sarà facile andare in chiesa per « la misa del gallo », la messa di mezzanotte...
Risalivamo verso le mura. E lui continuava, come parlando a se stesso:
- Non passo mai questa vigilia di Natale senza pensare a quel caro don Alonso. Morì proprio in questo giorno, nel 1543... Mi ricordo che fui il primo ad avvertire dona Teresa, all'Incarnazione: « Suo padre sta male, molto male... Poco fa è sceso nel salone per pagare i tosatori di pecore. Ha preso freddo... (Ah! Senor, lei non conosce l'autunno ad Avila...). La febbre non gli dà pace, mentre tossisce da spaccare i muri ».
Appena il tempo di chiedere il permesso di uscire ed ecco Teresa tornata nella vasta casa paterna, vuota come un nido abbandonato. In un batter d'occhio, ha accelerato il servizio, trovato la biancheria pulita negli armadi, chiamato i medici.
.... Soffrii molta pena durante la malattia di mio padre e credo di averlo in parte ripagato di ciò che egli aveva sofferto nel corso delle mie infermità. Nonostante che io stessi molto male, mi sforzavo di servirlo, e sebbene, mancandomi lui, mi venisse a mancare ogni bene e diletto, di cui egli mi faceva godere sempre e compiutamente, mi feci coraggio per non dimostrargli dolore e comportarmi, finché morì, come se non sentissi alcuna pena, anche se mi parve che mi strappassero l'anima, quando vidi estinguersi la sua vita, ché molto l'amavo » (Vita VII, 14, p. 78).
Il malato, affetto probabilmente da broncopolmonite, soffocava. Teresa non lo lasciava neppure un secondo, certa dell'esito finale. Malato, don Alonso non pensava che alla morte. Quindici giorni prima, forse per l'8 dicembre 1543, il vecchio de Cepeda aveva ricevuto un avvertimento. « Dopo, pur essendo molto migliorato, come riconoscevano i medici, non faceva alcun caso di ciò, ma era tutto inteso a preparare la sua anima al trapasso » (Vita VII, 15, p. 78).
Nella camera del moribondo si accalcavano molte persone: la figlia dona Maria e il genero, don Martin de Guzmàn, il fratello Lorenzo de Cepeda, parroco di Villanueva del Aceral, il suo confessore domenicano, il padre Vicente Barr6n.
« Fu cosa da lodare il Signore la morte che egli fece, il desiderio che aveva di morire, i consigli che ci diede dopo aver ricevuto l'estrema unzione, la preghiera di raccomandarlo a Dio e di chiedere misericordia per lui, le esortazioni a servir sempre il Signore e a considerare che tutto finisce quaggiù » (Vita VII, 15, p. 78).
Don Francisco mi ricordava, camminando, le parole stesse di sua figlia. Eravamo arrivati al termine di una viuzza in salita che mette capo alla casa di don Alonso, l'antica casa della Moneta, di fronte alla porta di Montenegro. Allora Salcedo riprese:
- Lei è straniero in Avila, senor, non può sapere tutto. Don Alonso fu un degno uomo, venerato in tutta la città dei Cavalieri, ma lei non ha conosciuto suo padre, don Juan Sànchez. Nessuno ignora, qui da noi, che era di Toledo ed ebreo di origine. Si era arricchito nel commercio grazie a uno straordinario dinamismo. In rapporti d'affari con i vescovi di Palencia, Salamanca, Toledo e Santiago, si vantava di aver servito alla corte del re Enrico IV di Castiglia. Felicemente sposato con dona Inés de Cepeda, originaria di Tordesillas, nulla mancava al suo fasto e alla sua gioia, quando cominciò la reazione antisemita provocata dai re cattolici. Senor, poche persone sanno in Avila che don Juan e i suoi figli praticavano la religione giudaica senza vergogna. Toccato dalla grazia, il 22 giugno 1485, fece confessione davanti alla santa Inquisizione e fu condannato a una pubblica penitenza. Immagini quale fango venne a offuscare il suo blasone quando lo si vide, in piena Toledo, per sette venerdì di seguito, andare di chiesa in chiesa coperto del san benito. Finito il suo commercio, infranto lo slancio della sua prosperità! Ma il nonno di Teresa era di una razza diversa da quella dei codardi e degli sconfitti. La città imperiale lo respingeva? Ebbene, si sarebbe stabilito in Avila!
- Mia madre - continuava Salcedo - mi ha parlato spesso del successo della sua bottega e della buona educazione che dava ai suoi figli. Quando i re cattolici proibirono l'uso della seta e le spese d'abbigliamento voluttuarie, egli ebbe l'abilità di farsi con-cedere dei fitti di fondi rustici e di riuscire a mantenere un rango onorevole. Tutta Avila conosceva adesso la sua apostasia, ma anche la sua penitenza. Nessuno metteva in dubbio la sua fede, i suoi figli l'imitavano: Lorenzo entrava nella carriera ecclesiastica, Francisco era al servizio del vescovo di Plasencia. Ma il successo del vecchio don Juan raggiunse l'apice quando riuscì a far sposare don Monso, il padre della nostra Teresa, con dona Catalina del Peso. Anche a questo proposito mia madre rievocava gli sfarzosi doni offerti da don Alonso alla sua fidanzata, secondo i suggerimenti dell'ex-commerciante di Toledo.
Don Francisco continuò:
- Tutto era pronto per le nozze, il 14 novembre 1504, ma il matrimonio fu ritardato dal lutto nazionale. La regina Isabella la Cattolica decedeva a Medina del Campo. Il corteo funebre che trasferiva le spoglie regali a Granata passava per le porte di Avila. Nel fango, sotto piogge torrenziali, la Spagna piangeva la giovane sovrana di 53 anni il cui genio aveva fatto la sua unità. « Era proprio il momento di pensare alle nozze! » concludeva mia madre con un sospiro... Ma per non aver l'aria di sminuire la famiglia Cepeda, aggiungeva subito: questo rinvio non rovinò in nessun modo la festa, poiché l'avo si mostrò generoso e permise ai giovani sposi di comprare la grande casa in cui siamo: « la casa de la Moneda », « la casa della Moneta ».
- Davvero! - dissi - suppongo che una tale origine, intendo la sua ascendenza ebraica, abbia dovuto pesare su Teresa; infatti, venire da Toledo, la città imperiale, la città del buon gusto, non era piuttosto una promozione?
- Hombre! - replicò Salcedo - lei non si può sbagliare. Isabella la Cattolica era solita dire: « In nessun posto mi trovo sciocca se non a Toledo! »... Ma io direi, sen or, che l'appartenenza alla città più gloriosa di tutta la Spagna faceva dimenticare il sangue che scorreva nelle vene della Madre. Don Juan decedette quasi contemporaneamente a dona Catalina, la prima moglie di don Alonso. Una terribile peste fece morire tanta gente in quell'anno 1507! Scomparso il Toledano, il figlio ne risentì molto la mancanza. Finché era stato in vita, gli affari andavano bene, ma lei sa che quando il padre di Teresa fu morto a sua volta, l'apertura del testamento rivelò la sua rovina e i suoi debiti... Che vuole! don Alonso aveva ereditato dal commerciante di Toledo soltanto una fede invincibile... Per il resto, era quello che era.
- A sentire le sue parole, don Francisco, si direbbe che il carattere deciso, intraprendente del nonno, addormentato nelle vene dei figli, si sia risvegliato soltanto in quelle della nipote!
- Ma certo, senor, e io non sono il solo a pensarlo. Dinamismo, sagacia, intuizione, nobiltà d'animo e generosità, saltando in certo qual modo una generazione, tutti questi talenti e queste virtù si sarebbero presto sviluppati nell'anima di questa donna di cui la Chiesa ha fatto una santa.
Il nonno penitente, che se ne andava ogni venerdì, di santuario in santuario, nelle faticose viuzze di Toledo, preparava, a sua insaputa, la sfolgorante conversione di Teresa.
Dopo la morte di suo padre, ella non avrebbe tardato molto a convertirsi davanti al « Cristo tutto coperto di piaghe ».
5 - Libera con gran pena
Dalla sua guarigione miracolosa alla sua conversione davanti al « Cristo tutto coperto di piaghe » si estende un periodo singolare, cosparso di tormenti e di grazie per Teresa (1542-1554). Per non rischiare di perdervisi, bisogna considerarne le fasi essenziali. Tra i ventisette e i trentanove anni, la giovane suora attraversa « un mare procelloso » (Vita VIII, 2, p. 83). Non praticando più l'orazione, secondo le sue stesse parole, corre il rischio di « perdersi » (Vita VII, 11, p. 76).
Per dirla in breve, Teresa intraprende la conquista della sua libertà. Con gran pena.
La morte di don Alonso, anche se risale all'inizio di questo periodo, ne costituisce un episodio importante. Questo lutto – è evidente - scatena di per sé uno choc; ma provoca anche l'intervento di un vero maestro spirituale: il padre Vicente Barron, domenicano... Ma non andiamo troppo avanti e riprendiamo i fatti per filo e per segno.
Primo periodo: l'indomani della guarigione. Tutti accorrono all'infermeria per ascoltare il racconto dalle labbra della miracolata. Teresa narra come S. Giuseppe l'ha assistita e ne approfitta per parlare di vita spirituale. Spiega, insegna; Osuna è il suo maestro. Il primo allievo di questa ragazza poco comune diviene il suo stesso padre. « Non ritenevo che in questa vita potesse esserci alcun bene maggiore dell'orazione » (Vita VII, 10, p. 75).
All'interno dell'Incarnazione si raggruppa un piccolo numero di amiche. Ricordiamo i loro nomi; li ritroveremo nel corso di questa storia: Maria de san Pablo, Ana de los Angeles, Maria Isabel, Inés de Cepeda e Juana Suàrez. Teresa le chiama « amiche »; in realtà sono le sue « discepole ». A sua insaputa, molto tempo prima di redigerle, inculca in loro alcune pagine del Cammino di perfezione.
Ma andate a nascondere queste cose in Avila dove la maggior parte delle buone famiglie della città alta raggruppa le sue figlie nel convento della città bassa. Devoti e religiose scendono dalle mura fino al quartiere di Ajates dove si stende il monastero. Senza volerlo, le trenta primavere di Teresa, il suo viso pallido, la sua seduzione naturale, il fascino della sua conversazione - e Dio sa se la Spagna ama parlare! - riempiono i parlatori e soprattutto procurano elemosine. Il monastero infatti è sovraffollato: centottanta monache, più le ragazze raccolte dalle loro parenti, il pensionato, gli ospiti, c'è da morire di fame! In mancanza di osservanza, si vive almeno sotto la legge implacabile della carestia.
Teresa ama suo stato. Per misericordia di Dio, non era fra le più rilassate né fra le più mondane in quella « Babilonia », come chiamerà più tardi l'Incarnazione.
« Oh, che enorme disgrazia, che enorme disgrazia è quella degli ordini religiosi dove non si osserva la Regola! » (Vita III, 5, p. 73).
In quanto a Teresa, senza alcun dubbio osservante, un appello più imperioso l'invitava al raccoglimento, alla solitudine. Ma quella maledetta campanella della portineria, instancabilmente, la richiamava in parlatorio...
« Oh, grandezza di Dio, con quanta sollecitudine e con quanta bontà cercavate di avvisarmi in tutti i modi, e quanto poco seppi approfittarne! » (Vita VII, 8, p. 74). Il Cielo si adirava: non mancavano i segni.
« Vi era in convento una monaca, mia parente, anziana, gran serva di Dio e di molta pietà. Anche lei talvolta mi ammoniva, e io non solo non l'ascoltavo, ma m'inquietavo con lei che mi sembrava scandalizzarsi senza ragione » (Vita VII, 9, p. 75).
Si manifestano altri interventi, più misteriosi. Un giorno, mentre stava conversando con una persona « alla quale era molto attaccata », viene verso di loro un grosso rospo. Anche gli altri vedono questo disgustoso animale. In pieno giorno in quel luogo non se n'erano mai visti. L'impressione suscitata è profonda, pur se viene percepita soltanto da colei che sa percepire. Anche Ezechiele contemplava il santuario ingombro di animali impuri.
Chi occupava in quel tempo l'anima della carmelitana?...
Un altro giorno, « mi si presentò davanti Cristo con aspetto molto severo... lo vidi con gli occhi dell'anima più chiaramente di come potrei vederlo con quelli del corpo » (Vita VII, 6, p. 74).
Pura immaginazione, pensa Teresa che rifiuta di crederci come pure di confidarsi. Le è troppo cara quell'amicizia, quella « ricreazione pestilenziale ». Nel suo intimo, rimane turbata. « In fondo, mi restava l'impressione che fosse opera di Dio e non un inganno » (Vita VII, 7, p. 74).
L'impressione rimaneva profonda. Cristo era attaccato alla colonna, con un brandello di carne strappato al gomito. Secondo la testimonianza del padre Jerénimo, Teresa farà dipingere questa immagine in un eremitaggio di San José.
Perché quei segni dall'Alto? Perché quella lacerazione nell'anima? Anche se questa « amicizia » non era, come si suppone, un caballero, ma una pia dama, elemosiniera della casa, prodiga di quattrini e di mondanità, Gesù Cristo manifestava la sua riprovazione giacché, come dice una frase celebre: « Di passatempo in passatempo, di vanità in vanità, di occasione in occasione, cominciai a espormi a tali tentazioni e ad avere l'anima così guasta da tante vanità, che mi vergognavo di tornare ad avvicinarmi a Dio con quella particolare amicizia, che è data dall'orazione » (Vita VII, 1, p. 70).
Il suo migliore discepolo, suo padre, se ne rendeva conto? In cinque o sei anni, lui aveva fatto progressi, mentre lei si era sviata. « Da oltre un anno non faceva più orazione: fu la più grande tentazione che ebbe a sostenere ». Il sant'uomo avrebbe capito?... Egli conosceva le sue malattie, i suoi vomiti quotidiani. Era già molto se riusciva ad attendere al coro... (Vita VII, 11-12, p. 75s).
« Mio padre, per la stima che aveva di me e l'amore che mi portava, mi credette in pieno, anzi mi compassionò ». Le sue visite all'Incarnazione divenivano brevi; già lo avvolgeva la luce della morte; le altre luci non erano che barlumi.
Della sua fine abbiamo già parlato, ma non abbiamo ancora parlato del religioso che stava al capezzale del morente. Teresa ha riportato il suo nome: padre Vicente Barron, domenicano del convento Santo Tomàs. « Assai dotto », confessò la figlia angosciata così come aveva aiutato il padre (Vita V, 3, p. 58). Era un uomo calmo e fervente; apparteneva alla tendenza riformatrice del padre Juan Hurtado. La sua integrità aveva pienamente soddisfatto le esigenze di don Alonso; ora egli avrebbe aiutato Teresa a diventare se stessa.
Non era facile per il domenicano recarsi all'Incarnazione. I padri carmelitani, confessori ordinari del convento, consideravano il monastero come loro proprietà riservata.
Un giorno Teresa uscì e scese a Santo Tomàs. Confessò che aveva tralasciato la preghiera mentale. « Mi disse di non abbandonarla mai, che assolutamente non poteva farmi altro che bene ».
« Cominciai a tornare ad essa, anche se non evitavo le cattive occasioni, e non l'abbandonai più » (Vita VII, 17, p. 79).
Era senza dubbio un punto acquisito che avrebbe reso presto possibile il suo completo sviluppo spirituale. Per il momento, i vincoli non erano ancora del tutto sciolti: ci mancava parecchio!
« Vivevo una vita piena di travagli, perché, mediante l'orazione, vedevo meglio le mie colpe: da una parte mi chiamava Dio, dall'altra io seguivo il mondo; le cose di Dio mi davano una gran gioia, quelle del mondo mi tenevano legata ad esse. Sembrava che volessi conciliare questi due opposti - così nemici l'uno dell'altro - come sono la vita e le gioie spirituali, e i piaceri e i passatempi dei sensi » (Vita VII, 17, p. 79).
L'essenziale, tuttavia, Teresa lo aveva ormai scoperto, e in modo definitivo. L'occasione si era presentata in seguito alla morte di suo padre e, senza dubbio, grazie alla sua preghiera. Finalmente un confessore serio e santo la confermava su una strada che non avrebbe potuto mai più abbandonare. « Certo, lasciare l'orazione non era più in mio potere, perché mi teneva con le sue mani colui che così voleva darmi maggiori grazie » (Vita VII, 17, p. 79s).
Senza dubbio, bisognava aspettare un intervento dall'Alto; sarebbe presto arrivato. Per il momento, Teresa poteva soltanto deplorare la sua « immensa solitudine ». « Per cadere avevo molti amici pronti ad aiutarmi, ma per rialzarmi mi ritrovavo così sola, da stupirmi ora di non esser rimasta sempre a terra » (Vita VII, 22, p. 82s).