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LA LUCE SI LEVA SULLA SERA

 

L'antica « capitale » dei duchi d'Alba flammeggia nel tramon­to autunnale. Certo, Alba de Tormes è molto decaduta dal suo passato splendore. Solo una torre e alcuni edifici, scampati ai furori degli eserciti di Napoleone, s'innalzano sullo sfondo del cielo rosso violaceo. Le facciate bianche e i tetti scuri si arrampi­cano sulla altura dove si elevano i resti della fortezza.

Ma non sui fasti del passato indugia lo sguardo. Il Tormes dalle sponde pianeggianti trascina le sue acque. Lassù, nella Sierra de Gredos, l'ho visto in estate scorrere con candidi bagliori; qui, non convoglia altro che fuoco. Il fondo della valle, i pioppi fre­menti, le terre arate di recente mescolano le tinte ocra, gialle e porpora ai flutti rapidi del fiume. A strapiombo, il Carmelo riflette dall'una o l'altra delle sue finestre le braci che il vento disperde lontano lontano, al di là dei monti.

Quale gloria prodiga la natura su questo povero villaggio, ogni volta che il 15 ottobre riporta l'anniversario del trapasso della santa Madre! 1

A nostro giudizio, sarebbe dovuta morire a Salamanca, a To­ledo, o in Avila, sua patria.

Ma il ghiribizzo della giovane duchessa d'Alba che non voleva partorire senza la presenza della santa al suo fianco e il misterioso disegno della Provvidenza volevano che la sua ora si compisse qui, su queste terre del Tormes, all'ombra di uno di quei grandi di Spagna che l'avevano talvolta aiutata, spesso contrastata, e per il capriccio dei quali rendeva infine la sua anima a Dio.

Cadeva, con le armi in mano, l'infaticabile fondatrice.

Da quando, il 1° aprile 1579, il nunzio Sega aveva liberato i carmelitani scalzi nominando un vicario provvisorio per la rifor­ma, ella aveva ripreso nuova vita. Le molteplici prove subite non avevano alterato per nulla il suo brio, la sua presenza di spirito, il suo buon senso. La sua santità veniva pubblicamente acclamata.

Sia che bisognasse darsi da fare a Palencia, a Soria, a Burgos, sia che il suo cuore progettasse più che mai un insediamento a Madrid, la sua contagiosa intrepidezza si propagava a quanti le stavano intorno.

Tuttavia, ormai non era più che una « vecchietta ». Il suo braccio sinistro invalido le dava particolarmente fastidio. Ricorre­va in continuazione ad Ana de San Bartolomé, la sua infermiera così discreta ed efficace che « l'assisteva meglio di molte suore corali ». « Forte come una quercia, dolce come un angelo », rac­contano le cronache del tempo, la giovane suora divenne, fino alla sua morte, il sollievo delle sue sofferenze e la testimone del suo coraggio spirituale.

Lucida fino alla fine sulle esigenze della riforma, Teresa lottò contro i compromessi e le debolezze. A San José, per esempio, Juliàn d'Avila, per indulgenza, favoriva la rilassatezza. « Dio ci liberi dai confessori troppo anziani! »: la santa Madre non cedeva in nulla riguardo all'ideale che Cristo le aveva tracciato con il ritorno alla regola primitiva.

Sarebbe eccessivo dire che la cosa andasse a genio ai suoi amici più devoti. Don Alonso de Mendoza, divenuto vescovo di Palencia, dichiarò un giorno in un accesso di collera: « La Madre èterribile. Vuole che noi tutti la serviamo e non vuole dare nessuna soddisfazione ai suoi amici ».

Ostinazione senile? diranno le lingue acide; mancanza di ar­rendevolezza? criticheranno gli altri.

No! fino alla fine, questa donna visitata dalla grazia di Dio restava dolce, paziente, obbediente, ma non voleva rimanere mvi­schiata nelle tergiversazioni della fiacchezza e della trascuratezza.

Così, camminando verso Burgos sotto piogge torrenziali, il gruppo scese di vettura.

- Camminiamo - esclamò la Madre - su questo piccolo sentiero tutto bianco!

Ahimè! non era altro che argilla appiccicosa, fango vischioso e molle come semola, su cui era impossibile avanzare.

- Ahi! che peccatrice sono! La strada mi sembrava buona... Così devono essere le vie di questo mondo!

Nondimeno, arrivava al termine della sua ultima tappa, tranquilla e padrona di se stessa. La meta tanto desiderata, « vedere Dio », era raggiunta. Altri dovevano adesso continuare la sua opera!

Non le restava da acquisire che una scienza: « saper morire », così come aveva saputo vivere.

Tali sono gli ultimi mesi, gli ultimi istanti che vogliamo ora scoprire.

 

1 - Nove poverelle di Dio

 

Quando arrivammo in casa di don Francisco de Salcedo, Juliàn d'Avila ed io lo trovammo a letto.

- Bendito sea Dios! (Dio sia benedetto!) - esclamò nel vederci, mentre si allontanava discretamente Dolòres, una lonta­na parente che si era messa al servizio del « santo gentiluomo »divenuto prete dopo essere rimasto vedovo... - Non potevate venire in un momento migliore. Ho redatto il mio testamento e ho donato, voglio che lo si sappia!, tutti i miei beni al convento di San José... L'inverno passato è stato duro per me e la prossima estate non sarà migliore... Non ne vedrò la fine - concluse, mos­so da un sicuro presentimento. Morì infatti il 12 settembre di quel 1580...

- Ma, por Dios, non è questa la ragione della mia gioia. Ho ricevuto una lettera importante da Ana de San Agustin. So che mi racconta la fondazione di Villanueva de la Jara, nella prima dome­nica di quaresima di quest'anno... Don Juliàn, por favor, ce la potrebbe leggere?

Il cappellano di San José non si fece pregare. Anch'egli era invecchiato e perciò il non poter più partecipare all'epopea della santa Madre gli era molto penoso. Per consolarsi, andava qua e là, sollecitando lettere, apprendendo particolari, fissando avventure nella sua memoria.

Era un vero castigliano quel buon cittadino di Avila. Aveva lasciato la sua città soltanto al servizio della santa, e la sua imma­ginazione viaggiava volentieri con le nuvole e il vento, al di là della Sierra e delle province. In quel tempo in cui le informazioni erano rare e sempre in ritardo sugli avvenimenti, un don Chisciotte si risvegliava anche nel cuore dello spagnolo più misurato, pur se tonsurato, sempre avido di prodezze e difatti straordinari, per dare mordente agli avvenimenti quotidiani. Don Juliàn prese dun­que alcuni fogli e, dopo essersi schiarita la voce, cominciò a legge­re. Ogni tanto s'interrompeva per fare commenti e osservazioni:

maniera assai modesta, ma reale, di prolungare le storie di cui - ahimè! - non era potuto essere protagonista.

Villanueva de la Jara: da tre anni, nove povere giovani donne chiamavano la santa Madre. Invano! Anche il padre Pedro Fer­nàndez aveva consigliato di rifiutare, almeno finché calzati e scalzi non avessero avuto province separate. Un giorno, a Malagòn, al momento di ricevere la comunione, la fondatrice sentì queste pa­role: « Teresa, con poveri pescatori ho fondato la mia Chiesa ». Da quell'istante, la sua volontà fu chiara, poiché il desiderio del Signore appariva evidente e diveniva inutile che il padre Antonio e Fray Gabriel, priore de la Roda, convento situato a tre leghe da quella città, dessero il loro caloroso appoggio.

« Partimmo da Malagon il sabato avanti la quaresima del 13 febbraio 1580. Piacque a Dio di darci un tempo splendido e di farmi sentire così bene che mi sembrava di non essere mai stata ammalata » (Fondazioni XXVIII, 18, p. 248).

- Ah! - sospirava Juliàn - non era come al tempo della partenza per Beas, pressappoco nella stessa stagione, ma con qua­le freddo e in che pessime condizioni!

Questo nuovo viaggio prese subito l'andamento di una marcia trionfale.

In quel paese, i carmelitani scalzi erano conosciuti, apprezzati, amati.

Ma come? La loro fondatrice passava di lì! La santa di Avila, quella « vecchietta » di cui dicevano che, sempre malata, febbrici­tante, tossicolosa, le bastava intraprendere una nuova iniziativa al servizio della Chiesa per guarire come per incanto.

A vederla sulle strade, sui carri, in una casa nuova, ciascuno diceva: si è tolta la sua cattiva salute, così come ci si toglie un indumento bagnato, ed eccola che lavora, che lavora come non mai per servire Dio.

- Anch'io - commentava don Juliàn - quante volte ho visto la Madre guarita all'improvviso, e guarire a sua volta quelli che dovevano assisterla. Mai un male, qualunque fosse, l'ha fer­mata quando era in gioco l'onore dell'Altissimo o quello della sua Chiesa. Nemmeno lei ne dubita, don Francisco.

Il malato annuì, mentre la lettura continuaya con entusiasmo.

A Villarubia, un ricco contadino aveva raccolto i suoi figli e i suoi generi, venuti da ogni parte, intorno a una tavola imbandita per salutare la santa Madre. La fondatrice non volle fermarsi, ma il patriarca non la lasciò partire senza che rivolgesse qualche paro­la a tutti i suoi discendenti e accettasse di benedirli.

A Socùellamos, patria dei conti de Tendilla (uno di loro, don Luis, fu il difensore degli scalzi durante la bufera), l'affluenza apparve tale che la Madre diede l'ordine di porsi in cammino di notte, tre ore prima dell'alba.

Ed ecco che il terzo giorno di viaggio, un avvenimento contri­buì ad accrescere la fama della carovana. Di prima mattina, ci si accorse che si camminava con un asse rotto.

Si gridò al miracolo.

Mentre a Villarrobledo veniva riparato il carro, e la Madre e le sue compagne si riposavano in casa di una pia signora del posto, le voci sparse a proposito della « vettura rotta » si diffusero al punto che bisognò piazzare due alguacils alla porta perché la fondatrice potesse ristorarsi.

Fatica sprecata!

La gente saltava dalla finestra per poterla contemplare lo stesso.

Bisognò mettere due o tre persone in prigione e così si poté avere un po' di pace.

La notte le indusse a fermarsi nella locanda di Santa Marta, a due leghe da la Roda.

Qui, accadde un fatto strano, come racconta Ana de San Agu­stin. « Mi trovavo con Ana de San Bartolomé nella stessa camera della santa Madre.

«L'infermiera si svegliò all'improvviso: si percepiva una mu­sica dolcissima, quale era impossibile udirne in un luogo simile.

« - Ascolta - mi disse Ana svegliando anche me.

« Con le mie orecchie sentii molto chiaramente quei suoni accompagnati da parole.

« Senza alcun dubbio, questa fondazione era gradita al Si­gnore! ».

- Ah! sì, - commentava don Juliàn, - molte volte Ana de San Bartolomé mi ha raccontato fatti del genere, soprattutto alla fine della vita della santa.

Il cielo la chiamava già a sé.

Sulle rive dello Jucar s'innalzava il convento de la Roda, fon­dato nel 1572 dalla celeberrima dona Catalina de Cardona.

Come a Pastrana, Mariano vi aveva costruito sotterranei e grotte, poiché l'eremita del Tardòn non aveva mai dimenticato sotto la tonaca la sua vocazione d'ingegnere civile.

La fondatrice rievoca con gioia l'accoglienza di tutti quei monaci che, in cappa bianca, uscirono in aperta campagna, per ricevere la loro Madre.

« Io rimasi profondamente commossa - scrive Teresa - pa­rendomi d'essere ai tempi felici dei nostri santi padri. Sembrava­no, in quel campo, bianchi e profumati fiori...

« Entrarono in chiesa cantando il Te Deum. L'ingresso della chiesa è sottoterra, e sembra una grotta, che ci facevà pensare a quella del nostro padre Elia... Ebbi, però, gran dolore che fosse già morta la santa, dona Catalina, di cui nostro Signore si era servito per fondare quella casa... Un giorno, dopo essermi comunicata in quella santa chiesa... mi apparve questa santa donna in visione intellettuale..., circondata da angeli. Mi disse di non stancarmi di quanto facevo, ma di proseguire nella fondazione di questi mona­steri... » (Fondazioni XXVIII, 20.36, pp. 249.257).

Quattro giorni di riposo a la Roda, il tempo di avvertire Villa­nueva de la Jara. I frati carmelitani ne approfittarono per parlare alla riformatrice.

Rievocarono vari atti di Fray Juan de la Cruz e le mostrarono alcuni suoi scritti, che la santa apprezzò molto.

Esultante, dichiarava:

- Un giorno, le ossa di questo piccolo uomo faranno mi­racoli.

Ora, non restava che da procedere all'ingresso solenne.

Domenica 21 febbraio, le campane di Nuestra Seflora Santa Marfa suonavano a festa all'ora della messa grande.

A partire da la Roda, tutta la contrada, più variata che le pianure della Mancia, faceva festa alle monache. Lì la terra si stende in lontananza, rossa, color rosso sangue. Grano e avena spuntavano; basse sul suolo, germogliavano le viti. Sulla cima di dolci colline, ondeggiavano pini a ombrello, mentre i pendii si coprivano di olivi.

Come il paesaggio, così anche la popolazione della Mancia ègentile e aperta.

Da ogni parte, carrette e vetture convergevano verso Villanue­va e, soprattutto, uno sciame di fanciulli incappucciati - poiché faceva freddo - scorrazzava incontro alle carmelitane.

Alla vista del corteo, si tolsero i cappucci, s'inginocchiarono e formarono una gesticolante scorta fino alla chiesa già gremita di gente.

Te Deum, corale, organo, nulla mancava a quel ricevimento, mai conosciuto altrove.

Appena finita la messa, venne organizzata una processione. Tutte le autorità terrestri e celesti del villaggio si affollavano per accompagnare il Santissimo Sacramento e le monache al convento di Santa Ana dove le attendevano le nove sorelle.

Stendardi, fiaccole, canti, scoppi.

Erano stati eretti altari ove i partecipanti alla processione si fermavano di tanto in tanto. Sembrava il giorno della festa del Corpus Domini a Toledo.

« Eravamo comprese di gran devozione, come anche di veder innalzare da tutti lodi al gran Dio che portavamo con noi, per amore del quale si rendeva tanto onore a sette povere piccole scalze li presenti » (Fondazioni XXVIII, 37, p. 259).

- Ahimè! - ripeteva Julian - perché non partecipavamo anche noi a un simile tripudio? Per quanto mi riguarda, io ho conosciuto soltanto entrate notturne nella città in cui ci stabiliva­mo, prese di possesso clandestine, una ridicola campanella per annunziare la prima messa... Infine, - sospirava - tutto è perfet­to, poiché Sua Maestà ha così permesso.

- Ben detto! - concluse don Francisco con voce stanca - purché Dio sia contento!...

 

Chi erano dunque quelle nove donne, nove « sante sorelle » (Fondazioni XXVIII, 11, p. 245) entrate insieme in un romitorio della città di Villanueva de la Jara dedicato a S. Anna? Le autorità municipali, il parroco, don Agustin Ervias, dottore in teologia della diocesi di Cuenca, avevano insistito presso la fondatrice per­ché accettasse nell'Ordine del Carmelo quelle nove giovani donne consacrate a Dio (Fondazioni XXVIII, 8, p. 243s).

Si sa che Teresa, ella non lo nasconde, aveva rifiutato di acco­gliere quest'offerta di fondazione. Abituate al loro modo di vivere, sarebbe stato possibile per quelle religiose diventare delle vere carmelitane? si sarebbero potute adattare ad un altro sistema di vita? In questo campo, il passato si era mostrato ricco d'insegna­menti e d'inviti alla prudenza. Ma - come sappiamo - il Signore sconvolgeva certe vedute troppo umane; non solo illuminava la fondatrice, ma capovolgeva la sua volontà.

« Il meglio per noi... e soffrire, e, fissi gli occhi all'onore di Dio e alla sua gloria, dimenticarci di noi stessi » (Fondazioni XXVIII, 16.18, p. 247s).

Si! era veramente l'Onnipotente che aveva spinto nove donne analfabete a riunirsi a Villanueva, nell'unico intento di servirlo.

Stavano lì, riunite presso la porta d'ingresso, quella famosa prima domenica di quaresima, 21 febbraio 1580, ad aspettare colei di cui invocavano la venuta con preghiere e digiuni reiterati.

Non portavano ancora un abito particolare, sperando di rice­vere quello del Carmelo.

« Malconce » - che impressione per Teresa, sempre così ac­curata nella pulizia! - « emaciate » per « la vita di dura penitenza da esse condotta » (Fondazioni XXVIII, 40, p. 260).

Una dopo l'altra si presentarono alla santa Madre. All'inizio, erano cinque, nobili, ma povere: Maria Sanz, Lucia Sanz, Catalina de la Panila e Elvira Garcia. Desiderando dedicarsi a Dio, avevano preso possesso di una casetta vicino al romitorio di Sant'Anna. Avevano un'unica ambizione: la speranza di vedervi fiorire una casa consacrata alla Vergine.

Si unirono a loro un'amica, Ana Denya, venuta con le sue quattro figlie, poi una beghina di cinquantasei anni, Maria de Jesùs. Quest'ultima era esperta nel filare il lino e iniziò le sue compagne a tale arte. Potevano così guadagnarsi la vita senza chiedere l'elemosina.

Infine, un'assidua visitatrice, Angela de Alcanavate, promette­va di entrare se la santa Madre venisse a fondare un monastero.

La vedova morì. Rimasero soltanto due delle sue figlie: Ana e Catalina Denya.

All'arrivo della santa di Avila, erano in tutto nove, nove pove­relle di Dio.

La loro vita ci sembra sconcertante. Non avendo alcuna cultu­ra spirituale, servivano il Signore a modo loro. Quelle che ne erano capaci leggevano alle altre gli scritti di Fray Luis de Granada e di Fray Pedro d'Alcàntara. In quanto ai breviari, li avevano ricevuti in dono da certi preti dei dintorni che si erano sbarazzati dei loro vecchi libri. Se la cavavano così male, impegnando molte ore a leggerli stentatamente, che Fray Antonio de Jesùs, quando le conobbe, le iniziò all'ufficio di nostra Signora (Fondazioni XXVIII, 42, p. 261).

Si potrebbero fare commenti senza fine su quelle povere don­ne, sperdute nella campagna della Mancia e nella loro maldestra buona volontà.

Digiunare sette mesi all'anno, il resto del tempo cuocere il pane, nutrirsi di frutti del giardino, lavorare con le loro mani, impiegare il poco denaro che guadagnavano a pagare i messi che mandavano alla santa Madre affinché acconsentisse infine a fon­dare un monastero presso di loro, pregare senza posa: la domeni­ca e le feste, tutto il giorno; ecco l'essenziale delle loro attività.

La fondatrice temeva di certo quelle autodidatte della vita monastica, senza alcun dubbio traumatizzate dalle prodezze peni­tenziali della loro troppo chiassosa vicina, Cat~ina de Cardona... Con suo grande stupore, Teresa trovò una docilità illimitata, poi­ché la loro santità e la loro virtù non avevano ùulla di posticcio. « Mi è sembrato ben più gran tesoro la presenza nell'ordine ditali anime che non ricche rendite, e spero che questo monastero abbia vita prospera » (Fondazioni XXVIII, 39, p. 260).Tutte presero l'abito del Carmelo come al tempo della fonda­zione di Beas, il giorno di San Matias, il 25 febbraio 1580.

Con la testa in cielo e i piedi sulla terra, la Madre passò subito all'organizzazione di quella dimora angusta, mal disposta e sporca.

Tutte le suore non avevano per dormire che due casette. Come praticare la solitudine così cara al Carmelo? Per l'estate, le novizie si costruirono celle di frasche coperte di paglia. Solo la luce entra­va dalla porta perché ciascuna potesse attendere al suo lavoro. Durante l'inverno, una grande stanza venne divisa con delle co­perte.

La fondatrice pagava di persona. La sporcizia sembrava essere l'alto privilegio di quelle sante religiose. Benché non potesse ser­virsi che di un solo braccio, Teresa si armava di una scopa, toglie­va immondizie e polvere, oppure si affaccendava attorno alle pen­tole e serviva in refettorio.

Quelle povere donne avevano paura che la Madre se ne ripar­tisse « alla vista della loro povertà e della ristrettezza di quella casa », ma, con il suo senso acuto dei veri valori, Teresa rispon­deva:

- Non sono venuta a cercare ricchezze, ma virtù: di questa dobbiamo vivere.

Le anime semplici hanno sempre ricevuto i favori del cielo; per loro Dio moltiplicava i miracoli.

- Quanta farina rimane? - chiese la priora alla fine della quaresima.

- Madre - rispose una suora - non ci capisco niente. Nella cassa c'erano sei fanegas di farina. Ogni giorno, vi abbiamo attinto per la comunità e i frati carmelitani di passaggio. E ne resta altrettanta!

Mai il frutteto diede tante pere e mele come in quell'anno. Le mangiavano crude, cotte. Bisognò ricorrere ad alcuni uomini che, entrando nella clausura, aiutassero a coglierle.

In questa atmosfera da fioretti, la vita a Villanueva si svolgeva fervente e gioiosa.

In paese correva voce che a Santa Ana c'era una « santa ».

Da ogni parte, venivano a pregare la Madre, come fece una certa Ana Lòpez, che metteva al mondo bambini nati morti.

Un giorno, arrivò nel bel mezzo della ricreazione. Le suore protestarono: la Madre stava per lasciarle. Accidenti ai seccatori!

- La mia ricreazione - disse Teresa - è consolare gli af­flitti.

Ed ecco che dà alla suora portinaia la sua cintura di cuoio:

quella povera donna la metta, abbia fiducia in Dio e Dio la esau­dirà!

Evidentemente la famosa cintura fece il giro del paese, semi­nando guarigioni.

Era urgente tornare a Toledo. La Madre ebbe appena il tempo d'indicare il modo di sistemare il convento. Si sarebbero seguiti i piani osservati a Malagon; Ana de San Agustin arrivava da lì e si sarebbe occupata di sorvegliare il cantiere.

Ritornando in mezzo alle vigne, su quelle strade di terra rossa dove la pioggia getta qua e là distese di cielo, la santa di Avila poteva scrivere: « Quelle sorelle vanno molto bene, e spero che nostro Signore vi sarà servito fedelmente » (Lettere 3.4.1580, p. 927).

A Toledo l'aspettava un colloquio importante. Non avrebbe lasciato la città imperiale senza aver incontrato il primate di Spa­gna, il grande inquisitore, nientedimeno che il cardinale Quiroga in persona.

La Madre non nascose che lo scopo di questa visita era il permesso di fondare un monastero carmelitano a Madrid. Ma una felice sorpresa commosse la riformatrice, a detta del padre Gra­ciàn come del padre Ribera.

- Sono molto felice di conoscerla - dichiarò il primate alla Madre in presenza di Graciàn. - Lo desideravo da molto tempo. Troverà in me un sacerdote sempre pronto a favorirla. Alcuni anni fa, venne presentato all'Inquisizione uno dei suoi libri (il Libro della mia vita). E stato sottoposto a un severo esame. Io l'ho letto per intero: contiene una dottrina sicura, vera e di grande vantag­gio. Può riaverlo quando vuole... Le accordo il permesso di fonda­re un monastero a Madrid e la prego di raccomandarmi sempre al Signore.

Quale gioia profonda per questa figlia della Chiesa il sapere che non vi era in lei traccia di eresia né d'illuminismo! E questa gioia le veniva data in quella stessa città di Toledo dove suo nonno aveva fatto pubblica penitenza, proprio davanti agli inquisitori.

Giorno memorabile quel 6 giugno 1580 in cui ricevette sì alta approvazione.

Villanueva, le sue beghine, e soprattutto, a tre leghe, la grande ombra inquietante della Cardona e le sue mortificazioni spetta­colari.

La città del Tago, il grande inquisitore, supremo guardiano della fede in quei reami.

La Madre si è sempre mossa in mezzo agli abissi.

Questo ci fa amare ancora di più l'umile grido che leggiamo nel capitolo XXVIII, in cui Teresa racconta questa tredicesima fondazione, la fondazione delle nove poverelle di Dio.

« Non vi è nessun paragone possibile tra noi due, Catalina de Cardona e me... tutta la mia vita se n'è andata in desideri, cui non sono seguite le opere. Mi sia d'aiuto la misericordia di Dio, in cui ho sempre confidato per i meriti del suo santissimo Figlio e della Vergine nostra Signora, di cui porto l'abito per la bontà del Signo­re » (Fondazioni XXVIII, 35, p. 257).

 

 

2 - « Non sono più utile in questo mondo »

 

In piedi, nel chiostro della cattedrale, in compagnia del padre Bànez, guardavamo le cicogne che volando descrivevano larghi cerchi sul cielo di giugno. La loro agilità, la loro grazia, le loro ali candide come neve ci affascinavano.

- Dio sembra averle liberate dalla loro pesantezza in questo azzurro in cui l'estate castigliana fa sfoggio di tutto il suo splendo­re, - disse...

Palencia! « La gente è della migliore indole e della più grande elevatezza di sentimenti ch'io abbia mai visto », scrive la santa Madre (Fondazioni XXIX, 11, p. 269).

E tuttavia, in quel giorno della festa dei santi Innocenti del 1580, Teresa arrivava li con un corpo logoro, stremato dalla vec­chiaia. A Valladolid, si era creduto che stesse per morire (Fonda­zioni XXIX, 1, p. 264).

- Ormai - continuava Graciàn - dimostrava tutta la sua età, mentre fino ad allora, malgrado le sue infermità, aveva con­servato un aspetto ancora giovanile.

- Tuttavia, - dissi - a otto leghe da Valladolid, questa fondazione non rappresentava un'impresa difficile.

- Senza dubbio - replicò Bànez - la strada non era lunga; nondimeno Palencia si trovava in condizioni molto difficili. In un documento di quel periodo si legge: « Questa città è una delle più povere di tutto il regno. Da ogni parte, a centinaia, gli infelici accorrono qui a mendicare elemosine, chi al vescovo, chi alle chiese. Cinque monasteri di monache vi soffrono la fame ». I ve­scovi, compreso quello che chiamò la santa Madre a fondare un monastero, Alvaro de Mendoza, fuggivano quella miseria cronica.

A Palencia, preferivano di certo Valladolid, dove la corte si trasfe­riva di tanto in tanto. Per quarant'anni, non risiedettero più di quindici giorni di seguito in quella disgraziata città. Si capisce quindi la reazione del corregidor don Francisco de Ocio, all'an­nunzio di un nuovo insediamento monastico. Infuriato, davanti al padre Graciàn esclamò: « Suvvia, padre, faccia quello che chiedo­no i fondatori, don Suero e compagnia: la Madre Teresa de Jesùs deve essere proprio munita di una provvisione di consiglio reale di Dio poiché, contrariamente alle nostre decisioni, dobbiamo fare ciò che le pare e piace ». In realtà, adesso, né la povertà né le autorità municipali fermavano la Madre, ma le era d'ostacolo la sua salute logorata. Si sentiva così debole, così prostrata, che « tutto le sembrava impossibile » (Fondazioni XXIX, 3, p. 265).

« Per incoraggiarla, il padre Ripalda, gesuita, passando per Valladolid, le disse: "Madre, questa pusillanimità è un effetto della vecchiaia!". Spiritosamente, Teresa replicò: "Ora sono più vecchia, eppure l'alacrità non mi è mancata!".

« Tutti la spingevano a partire per Palencia: il padre Baltasar Alvarez, provinciale di Toledo, suo antico confessore, la priora di Valladolid, e soprattutto il suo vecchio amico don Alvaro de Men­doza che, da Avila, era divenuto vescovo di Palencia.

« Ma Teresa osservava: "Ero inceppata o dal demonio o - come ho detto - dalla malattia" (Fondazioni XXIX, 5, p. 266).

« Chi, se non il Maestro di tutto, spezzò questi ceppi?

« Un giorno, dopo la comunione, nostro Signore le disse: "Di che temi? Quand'è ch'io ti sono mancato? Io sono oggi quello che sono sempre stato; non lasciar di fare queste due fondazioni" (Palencia e Burgos) (Fondazioni XXIX, 6, p. 267).

« Ancora una volta, l'ispirazione divina si riconosce dai suoi effetti. Per Teresa, ogni intervento dall'Alto si traduce in un ritor­no di forza e di combattività. Spesso, questa trasformazione av­viene dopo la comunione ».

- A tale proposito, mi sembra di ricordare, padre, ciò che raccontava in quel tempo Fray Diego de Yepes.

- Certo - riprese Bànez - la storia è sulle labbra di tutti. Ecco le parole di Yepes: « Mi è capitato di somministrarle due volte la comunione, quando aveva il viso scoperto. Mentre si avvi­cinava, con i tratti terrei, per ricevere il Santissimo Sacramento, vidi il suo volto divenire bellissimo e traslucido. Mi apparve in una così grande maestà che fui preso da rispetto. La seconda volta, malgrado i denti guasti, neri e marci, il suo alito odorava di mu­schio ». Nel 1603, Fray de Yepes scrisse queste cose al papa Cle­mente VII sollecitando la sua beatificazione.

- Questi fatti straordinari - dissi - si possono ammettere o contestare, ma, in conclusione, siamo costretti ad accettare l'af­fermazione della santa: « Si vedrà così che spesso non sono io ad agire in queste fondazioni, ma colui che può tutto » (Fondazioni XXIX, 5, p. 266).

Tanto la prima fondazione, in Avila, era passata sotto silenzio, altrettanto, per le insistenti sollecitazioni dello stesso vescovo, amico della Madre, l'inaugurazione della nuova casa di Palencia fu simile a una solenne intronizzazione.

Don Alvaro arrivò il 24 maggio 1581, la vigilia della festa del Corpus Domini e « stette da noi tutto il pomeriggio » (Lettere 25.5.1581, p. 1066).

Venerdì 26 maggio, le parrocchie della città, il capitolo, tutti gli ordini religiosi e la folla accompagnarono le carmelitane al loro nuovo monastero. Ministri, cantori, orifiamme, stendardi e croci, che avvenimento e che corteo!

Il vescovo in persona prese il Santissimo Sacramento nella chiesa di San Làzaro per portarlo all'altare maggiore di Nuestra Senora de la Calle. « Credo che il Signore, quel giorno, in tale città fu molto lodato » (Fondazioni XXIX, 29, p. 278).

In realtà, non fu facile per la fondatrice trovare la volontà di Dio, anche in quel paese pieno di così brava gente che, a parer suo, « di fronte a una simile carità sembrava di essere ai tempi della Chiesa primitiva » (Fondazioni XXIX, 27, p. 277).

La sera dei santi Innocenti, le nuove venute si erano sistemate in un locale provvisorio della via de Mezorqueros. Secondo la tattica teresiana, il padre Porras aveva celebrato la messa prestis­simo e in gran segreto, il 27 dicembre, festa di san Davide.

Precauzioni inutili!

Non solo vi andava subito il buon vescovo Alvaro, ma anche il capitolo dei canonici. Tutta quanta la popolazione si rallegrava dell'arrivo delle carmelitane (Lettere 4.1.1581, p. 1066).

I fondatori, i coniugi Suero de Vega ed Elvira Manrique, ottimi cristiani, andavano a far visita alla Madre e parlavano di preghie­ra. Portavano con sé i loro figli di tre e quattro anni. Mentre i genitori conversavano di argomenti spirituali, i bambini, impa­zienti, giocavano a nascondino con lo scapolare della santa.

- Mamma, - gridava uno di loro - questa « signora suora »ha un buon odore, non voglio uscire da sotto questa stoffa.

La cronaca aggiunge che, rivolgendosi alla madre del piccolo Giovanni, Teresa profetizzò:

- Signora, questo bambino, lo voglio per il mio ordine.

In effetti, egli divenne Fray Juan de la Madre de Dios.

Ma lasciamo questi « Fioretti »!...

Bisognava trovare ad ogni costo una casa da comprare.

Prima proposta: prendere alloggio vicino al romitorio di No­stra Signora della Strada, al centro della città. I canonici amici, Reinoso e de Salinas - mai, nel corso di una fondazione la Madre ebbe rapporti così cordiali con il capitolo! - auspicavano questa sistemazione. Ma il prezzo delle due case contigue alla cappella venne elevato di botto ad una cifra tale che bisognò rinunciarvi.

Nel mese di febbraio, Teresa scrive: « Preghino il Signore a fàrci trovare una buona casa, perché il romitorio non ci piace » (Lettere febbraio 1581, p. 1017).

Seconda proposta: la casa appartenente a un certo Tamayo, in via Don Pedro, vicina a quella dei suoi benefattori Suero de Vega. I canonici insistettero perché la Madre uscisse e andasse a vi­sitarla.

« Benché questa costruzione non mancasse di grandi inconve­nienti, ci passammo sopra, decise a prenderla. Scrivemmo quindi, per il contratto, al proprietario assente (Fondazioni XXIX, 15-16, p. 271s).

Tuttavia, la Madre spiega: « Il giorno dopo, durante la messa, mi venne un gran timore di sbagliare... Appena fatta la comunio­ne, udii le seguenti parole, che mi fecero decidere fermamente a lasciare la casa che avevo in vista e a prendere quella di nostra Signora: Questa ti conviene... Essi non sanno quanto io sia ofleso in quel luogo. Il monastero vi porrà efficace rimedio. Mi venne in mente che potesse essere un inganno, sebbene non ci fosse ragione di crederlo, riconoscendo io bene dagli effetti operati in me che si trattava dello spirito di Dio. Aggiunse allora subito: Sono io »(Fondazioni XXIX, 18, p. 272).

- Come vede - faceva notare il padre Bàfiez con il quale rievocavamo quelle tergiversazioni - la santa Madre, da donna assennata, impiegava tutta la sua intelligenza a ricercare la volon­tà di Dio attraverso i grovigli umani. Dobbiamo riconoscere che era portata a cavillare. - Poi, sorridendo, aggiunse: - Era, sì o no, figlia di converso?

Ma soprattutto sensibile alle pressioni dello Spirito, appena esso interviene, Teresa si sottomette, da vera discepola, conoscen­do per esperienza i suoi frutti di pace, di luce e di decisione. Sano comportamento di una cristiana che sa bene, nell'assetto del Re­gno, a quale Signore deve sempre fare riferimento.

Si osservi tuttavia la sua prudenza.

Dopo essersi comunicata, Cristo le parla... Non si tratta forse di un inganno?

Fa chiamare il suo confessore, il canonico Reinoso; « molto saggio, oltre ad essere un gran santo, e, benché giovane, capace di consigliare bene in qualunque circostanza ». Teresa si spiega, gli spiega tutto. Il sacerdote rimane perplesso. Che cosa diranno in città, poiché l'affare era già concluso?

La Madre suggerisce di aspettare il ritorno del messo inviato al proprietario Tamayo; poi si vedrà.

« Da parte mia speravo che Dio avrebbe rimosso ogni difficol­tà ». Era già stato pattuito un prezzo alto. Adesso, Tamayo, volendo ricavare il massimo guadagno, esigeva altri trecento ducati: era davvero troppo. Per la Madre e il suo confessore, la scelta era chiara: a qualunque costo, si doveva comprare la casa vicina al romitorio di Nostra Signora. Dio e gli uomini avevano deciso così.

E la riformatrice esulta per ragioni del tutto soprannaturali:

« Il fatto principale è che in essa si serve nostro Signore e la sua gloriosa Madre » (Fondazioni XXIX, 23, p. 275).

Palencia era una città di transazioni, come Medina del campo. Di lì passavano i commercianti in viaggio verso il Portogallo o verso le Fiandre. Ogni giovedì accorreva gente da tutta la provin­cia per un mercato molto ben fornito. Nostra Signora della Strada, al centro della città, attirava devoti, ma anche furfanti di ogni risma, e i pellegrinaggi, come le feste del Dio d'Israele al tempo dei profeti, divenivano divertimenti del diavolo. In quel luogo, il Carmelo avrebbe assunto tutto il suo significato: alto punto di vedetta di Dio sul tumulto umano e il suo peccato. « Ci rallegria­mo di poter rendere qualche servigio alla Vergine nostra Madre, Signora e Padrona » (Fondazioni XXIX, 23, p. 275).

« Sia benedetto per sempre colui che mi ha dato luce a questo riguardo, come me la dà ogni volta che riesco a fare qualcosa di buono, perché io sono stupita ogni giorno di più della mia inetti­tudine in tutto. E non si deve pensare che questa sia umiltà, ma una costatazione che ogni giorno diventa più chiara. Sembra vo­lontà del Signore ch'io e tutti riconosciamo ch'è solo lui a compie­re queste opere » (Fondazioni XXIX, 24, p. 275s).

 

Palencia, oltre alla sua accoglienza, alla sua cordialità, alla sua popolazione generosa, preparava una gioia grandissima alla fon­datrice. « Mentre ero a Palencia, Dio volle che si facesse la separa­zione dai calzati degli scalzi, i quali venivano a formare una pro­vincia a parte, ch'era quanto desideravamo per la nostra pace e tranquillità » (Fondazioni XXIX, 30, p. 278).

Era questione di buon senso: due ritmi, due stili di vita, due ispirazioni! Certo, la riforma carmelitana, da parte dei monaci, aveva dato adito ad alcuni errori. Era vivo il ricordo di Pastrana e delle sue eccentricità. Ma, come conservare il vino nuovo in otri vecchi? E l'opera della santa di Avila spumeggiava come un vino di primissima qualità; sottometterla all'antica osservanza, signifi­cava annacquare un vino ottimo e trasformarlo in vinello.

Ventidue monasteri della riforma, trecento frati, duecento monache. Perché i monaci calzati tenevano tanto a mantenere sotto la giurisdizione di un unico provinciale uomini e donne, in apparenza simili, ma fondamentalmente diversi, sui quali avevano lasciato un'impronta indelebile personalità originali quanto la Madre Teresa e Fray Juan? Gelosia? desiderio di dominio? paura che un giorno, il ramo riformato più forte, più numeroso, fosse preso da capricci riformistici? Non cerchiamo di sapere...

Una cosa è chiara: il 22 giugno 1581, il papa firmava un breve che poneva calzati e scalzi sotto la giurisdizione di provinciali diversi.

A chi era dovuta questa decisione di Roma, se non al « nostro santo re, don Filippo », come scrive la Madre? « Per mezzo di lui nostro Signore ha condotto le cose a tanto buon fine. Se non fosse stato per lui, il demonio era ricorso a tali artifizi, che ormai la nostra opera sarebbe crollata » (Fondazioni XXIX, 31, p. 279).

Gli esperti della storia spagnola possono storcere il naso. Fino alla fine dei secoli, si cercherà di capire il figlio di Carlo V, l'enig­matico signore dell'Escorial, sua maestà il re cattolico Filippo 11.11 suo carattere chiuso, il suo gusto dell'intrigo, la passione di gover­nare ogni cosa da sé, una fede sicura, ma un temperamento da inquisitore, tutto è stato detto su di lui. E tuttavia il personaggio sfugge, senza lasciarsi afferrare da noi, sperduto in fondo alle gallerie e ai corridoi del suo palazzo-monastero.

Qualunque cosa si possa dire della sua persona, Filippo Il sostenne la riforma. Non ha mai incontrato la santa di Avila. Nel 1569, tornando dalla fondazione di Toledo e passando per Ma­drid, ella gli aveva rivolto, tramite la propria sorella, la principessa dona Juana, un monito misterioso: « Di' al re che si ricordi del re Saul ». Sua Maestà aveva manifestato il desiderio di fare la sua conoscenza: « Non potrò dunque vedere questa donna? »... Ma la Madre si era eclissata.

Dopo tutte le persecuzioni subite, era chiaro che il padre To­stado, visitatore della Spagna, e il nunzio Sega, parente del papa, desideravano l'estinzione degli scalzi.

Filippo Il redasse dunque una lunga nota che comunicò alla Santa Sede. Da parte sua, auspicava la separazione delle province. Il suo desiderio era un ordine.

Dal suo canto, la riformatrice non rimaneva inoperosa. Invia­va a Roma il priore di Mancera, Juan de Jesùs Roca, e quello di Pastrana, Diego de la Trinidad. Sotto diversi travestimenti, essi giunsero alla sede della cristianità e si procurarono grandi amici fra i cardinali.

Frattanto si teneva il capitolo generale dei carmelitani, il 6 maggio 1581. Con il nuovo superiore generale, appoggiato dal nunzio Sega, veniva fatta pressione sul santo padre perché si op­ponesse al parere di sua maestà il re cattolico. Ma i due scalzi manovrarono abilmente, mentre le preghiere della Madre e delle sue figlie facevano il resto. Senza avventurarci in complicazioni che non sono per noi molto interessanti, ricordiamo che giungeva da Roma il breve, un breve « molto ampio » di separazione, ad Alcalà si teneva un capitolo di scalzi e il padre Graciàn veniva nominato provinciale (Fondazioni XXIX, 30, p. 278s).

Esultante, la Madre trae insegnamento da questi avvenimenti:

« Chi verrà dopo di noi, trovando tutto sistemato, non lasci mai indebolire in nessuna casa la perfezione, per amore di nostro Signore. Non si dica di essi ciò che si dice di certi ordini, cioè che gli inizi sono stati lodevoli. Noi cominciamo ora. Procuriamo di cominciare sempre e d'andare innanzi di bene in meglio. Badate che, servendosi di ben piccole cose, il demonio apre la breccia attraverso cui passano quelle assai grandi. Non ci accada mai di dire: "Questo non ha alcuna importanza; sono tutte esagerazio­ni". Oh, come tutto è grave, figlie mie, quando si cessa di andare avanti! » (Fondazioni XXIX, 32, p. 279s).

A Palencia, durante la settimana santa del 1581, la fondatrice si fece tradurre il breve, che era molto lungo, e lì, in quella città dove aveva ricevuto in parlatorio innumerevoli visitatori, - (« Io non c'entro per nulla, se non per lo scalpore che desta Teresa de Jesùs ») - lì ella lanciò quel grido, segno che la notte stava ormai per cadere:

- Si, Signore, non sono più utile in questo mondo; potete prendermi quando vorrete.

 

3 - Sotto il diluvio: ultima fondazione

 

« Entrammo a Burgos in mezzo alle acque - dichiara Ana de San Bartolomé - le strade sembravano dei ruscelli ».

Era un venerdì, l'indomani della conversione di s. Paolo, il 26 gennaio 1582.

Il provinciale, il padre Graciàn, volle che le fondatrici andasse­ro alla cattedrale a venerare il « santo Crocifisso ». Tutta Burgos sfilava, proprio il venerdì, davanti alla singolare scultura. Quella testa che ricadeva sul petto, con il collo su cui si delineavano i nervi e le vene, i suoi capelli, la sua bocca... Si raccontavano cento leggende su quel sacro legno, sulla flessibilità della sua carne, la naturalezza della sua capigliatura e delle sue unghie che sembra­vano crescere sull'immagine stessa dell'« uomo dei dolori ».

Malata, febbricitante, con un ascesso alla gola, la santa Madre poteva contemplare quella santa effigie, simile a quella della sua vita che si stava spegnendo.

Ogni uomo, ogni donna, vedendo il suo viso livido, il suo corpo incurvato, poteva capire che quella quindicesima fondazio­ne era la sua ultima impresa.

In effetti, Teresa dedicò ad essa un lunghissimo capitolo, dopo di che non dovrà far altro che chiudere il suo libro e aspettare la morte (ne era stata misteriosamente avvertita a Toledo nel 1569 (Relazioni VII, p. 4721), prima della fine di quell'anno 1582, iniziato nelle sofferenze.

Al tramontar del giorno, le suore furono accompagnate in casa di dona Catalina de Tolosa, all'altro capo della città, vici­no ai contrafforti del castello e non lontano dalla parrocchia di San Gil.

Nel vasto camino era acceso un gran fuoco. La Madre e le sue figlie, inzuppate fino alle ossa, si misero lì davanti ad asciugarsi. Attraverso le fiamme danzanti, Teresa rivedeva gli ultimi avveni­menti come una fantasmagoria.

Certo, non era venuta a Burgos, capitale della Vecchia Casti­glia, per un colpo di testa. Era stata chiamata da una santa vedova, Catalina de Tolosa, la quale, per quattordici anni, aveva accolto sotto il suo tetto la prima fondazione dei gesuiti. Quattro delle sue figlie erano entrate al Carmelo: due a Valladolid, altre due a Pa­lencia. L'arcivescovo don Cristòbal Vela, nativo di Avila, era il nipote del padrino di Teresa e, su richiesta del suo amico don Alonso de Mendoza, vescovo di Palencia, aveva promesso di ac­cogliere con benevolenza le carmelitane.

Tutto si annunciava sotto buoni auspici: un vescovo favorevo­le, una donatrice generosa, conoscenze nel consiglio della città.

Tuttavia, Teresa si era mostrata ricalcitrante. Burgos, nel nord della Spagna, appariva favolosamente lontana. La Madre se ne era già accorta e aveva sottolineato questa sensazione quando, appena sei mesi prima, aveva fondato nella stessa regione il convento di Soria.

A Burgos si trovano due cose: la cattedrale e il freddo. Quel « freddo » - la parola è ripetuta più volte nel capitolo XXXI de Le fondazioni - la Madre lo temeva... Aveva dunque deciso di mandare in sua vece la priora di Palencia, quando il Signore le dichiarò: « Non badare al freddo, ché io sono il vero calore. Il demonio impiega tutte le sue forze per impedire quella fondazio­ne: impiega tu le tue, da parte mia, per farla, e non mancare di andar lì di persona, perché la tua presenza sarà molto utile » (Fondazioni XXXI, 11, p. 296).

Non ebbe freddo; « a dire il vero, non ne ho sofferto più di

quando stavo a Toledo », ma tutte le cateratte del cielo si aprirono sulla spedizione.

Il suo abito di grossolano bigello fumava davanti al fuoco, mentre si consumavano enormi tronchi di querce. Le suore, an­ch'esse sfinite, tacevano, e intanto davanti ai suoi occhi danzavano immagini di grazia e di spavento.

Erano partiti martedì 24 gennaio. Suero de Vega e sua moglie, i loro benefattori di Palencia, li avevano scortati per una mezz'ora circa.

- Avrei voluto tanto vedere il viso della santa! - disse Suero al padre Gracian.

Ed egli ordinò alla Madre di togliere il velo che le celava il volto. Il brav'uomo si avvicinò allo sportello; la Madre gli parlò gentilmente e lo abbracciò, mentre il buon caballero piangeva di gioia come un bambino.

Primo ostacolo: i carri affondavano nel fango. Bisognò scen­dere, staccare i cavalli. Le monache sguazzavano, con le alparga­tas che restavano appiccicate alla terra argillosa.

Seconda avventura: nel seguire uno stagno, la mula del padre Gracian si chinò per bere.

Grida di donne: dove è andato a finire il nostro padre? non lo si vedeva più... è scivolato... è annegato...

La Madre si rassicurò soltanto quando, attraverso il telone, intravvide il provinciale, placido, tranquillo, passare vicino a lei per superarla.

Pioveva, pioveva sempre quando, venuta la sera, la comitiva varcò la porta di una locanda. Bella dimora! nemmeno un letto da offrire alla Madre che batteva i denti per la febbre.

- Piove e continuerà a piovere per un bel pezzo. La luna nuova - commentavano i pastori, i bovari, i passeggeri... - Se continua così, non avremo bisogno di scendere a Santander per navigare sul mare Cantabrico!

A quei ricordi, il viso di Teresa si contraeva. Davanti ai viag­giatori, nel luogo chiamato i pontones si era aperta « un'enorme quantità d'acqua senza strada né imbarcazione » (Fondazioni

XXXI, 17, p. 299).

In effetti, alla confluenza dell'Hormazas e dell'Arlanzon, il ponte di legno era sommerso e si poteva avanzare soltanto ritro­vando la strada con un bastone, sotto le acque. « Bastava il mini­mo scarto perché andassero perduti nel diluvio mule, carri, mona­che, provinciale e fondatrice ».

Ma il Signore aveva raccomandato di non avere paura.

La Madre, ad occhi chiusi, rivedeva quei flutti giallastri che trascinavano tronchi d'alberi. Sentiva fischiare un vento d'inferno che scuoteva le cime spoglie dei pioppi e ricacciava indietro, sotto una raffica più violenta, un volo di corvi sinistri che gracchiavano in modo lugubre.

Nella locanda fervevano i commenti:

- Quelle donne erano pazze!... E un bel pezzo che le autorità comunali di Burgos hanno denunciato la pericolosità del passag­gio dei pontones: taglia la strada reale proveniente da Valladolid, e mette in pericolo carri, equipaggi e cavalli... ma nessuno vi ha posto rimedio.

Per giunta, erano capitati loro « carrettieri giovani e poco at­tenti » (Fondazioni XXXI, 17, p. 299).

E Teresa si ricordava.

Come aveva potuto lei, così vecchia, così malata, esclamare:

« Coraggio, figlie mie! Qual sorte più bella che morire per Gesù Cristo ed essere martiri per suo amore? ».

Chi le avrebbe guidate in quella via torrenziale? Tutti avevano rifiutato... A forza di ducati, riuscirono a convincere il locandiere:

avrebbe aperto lui la marcia.

Le carmelitane si confessarono e chiesero la benedizione della santa Madre.

Aveva fatto bene? in ogni caso, era stata la prima ad avanzare. Per i testimoni, che impressione faceva quella vettura che bec­cheggiava sulla rapida corrente? se la mula di testa si fosse impau­rita, se una ruota del carro fosse slittata a destra o a sinistra...

Sì, ma la Madre sapeva in chi aveva riposto la sua fiducia. Come l'arca di Noè, tutte le vetture erano passate...

Adesso, il fuoco si stava smorzando. Tuttavia, Teresa si senti­va male, così male... Invece di darle sollievo, quel braciere aveva aumentato le sue sofferenze.

L'indomani - immobilizzata, anchilosata, distrutta - non riusciva ad alzarsi dal letto.

Quel giorno, tut~a Burgos - amici, ufficiali municipali, cano­ nici avvertiti dai loro parenti o conoscenti di Palencia - cominciò a sfilare davanti a una finestra con grata vicino al suo giaciglio (Fondazioni XXXI, 20, p. 301).

Don Pedro Manso de Zùniga, commosso di « potersi intratte­nere con una santa e amica del Signore », si sentiva « venire meno per il rispetto ». Non avrebbe mai dimenticato la convinzione che aveva acquisito: senza alcun dubbio, « la Madre Teresa de Jesùs era una grande colonna nella Chiesa di Dio ».

 

Se tale era l'opinione dei suoi visitatori, la stessa cosa non poteva dirsi dell'arcivescovo! Dopo i torrenti del viaggio, una sottile pioggia di collera, di diffidenza, di sospetti, di persecuzioni sarebbe caduta, per lunghe settimane, sulle nuove venute, da parte di un uomo da cui nessuno se l'aspettava: sua signoria don Cri­st6bal Vela, arcivescovo illustre dell'illustrissima città del Cid.

Benché dovesse soffrire molto a causa di sua signoria, Teresa racconta i suoi scontri con un certo umorismo, un sorriso che vorremmo far nostro.

Nativo di Avila, colmato di titoli, diplomato a Salamanca, titolare di una cattedra a Escoto, decano del capitolo di Avila, quel brillante ecclesiastico, prima vescovo delle Canarie, era stato promosso nel 1580 alla sede di Burgos. Aveva ricevuto il pallio dalle mani di don Alonso de Mendoza che, su richiesta della Ma­dre, gli domandò il permesso di fondare a Burgos un carmelo riformato.

Nell'euforia di un buon pasto, sua grandezza glielo concesse molto volentieri. Ma quando il 27 gennaio, di buon mattino, il padre Graciàn, ancora sfinito e infangato dal viaggio, si presentò a chiedere una benédizione per il nuovo convento, don Cristobal fu preso da un terribile accesso d'ira.

- Ma come! la Madre era venuta a Burgos, e, per giunta, con un gruppo di monache!

Mai, mai egli aveva voluto una cosa simile!

Del resto, la città non sapeva che farsi di tanti monaci, fraticel­li e suore. Non ne aveva forse già abbastanza? Il monastero de las Huelgas attirava le migliori ragazze della nobiltà spagnola. Non si ingannava il popolo che diceva scherzando: « Se il papa dovesse prendere moglie, non potrebbe sposare che una badessa de las Huelgas ».

E poi, c'era « Miraflores, la più fiorente e la più ricca certosa del regno ».

- Eppure, - replicava Gracian - don Alonso de Mendoza ci ha dichiarato che vostra signoria voleva un carmelo riformato nella sua diocesi.

- Sia pure! - rispose don Cristòbal, imbarazzato che gli venissero ricordate le sue promesse... - ma non subito.

La Madre sarebbe dovuta venire sola per negoziare. Non ci si impone, si propone. E Dio decide... Vale a dire: « Io decido, poi­ché io lo rappresento... ».

Poi, battendo sul tavolo:

- Non hanno una casa propria, non hanno rendite?... Ebbe­ne, non darò mai l'autorizzazione... Se ne tornino indietro!...

Le gocce di pioggia tambureggiavano a gara sui vetri del pa­lazzo episcopale. « Con quelle strade così buone e con quel tempo così bello! » commenta ironicamente Teresa (Fondazioni XXXI, 21, p. 302).

Ecco le nostre suore chiuse in casa di dofla Catalina, condan­nate a uscire la domenica e i giorni di festa per ascoltare la messa. Bisognava poi trovare cappe e scarpe, poiché il diluvio continuava sempre. Nel vedere quelle monache agghindate come è facile immaginare, alcuni si ribellavano contro l'arcivescovo, conoscen­do la sua animosità; i più ridevano e motteggiavano. Un giorno che la Madre evitava una pozzanghera, una comare ce la spinse dentro gridando:

- Lasciate passare la santa!

Gli amici della fondatrice soffrivano di fronte a tanta ostina­zione.

- Monsignore, - dicevano a don Crist6bal - in casa di dona Catalina c'è una grande sala in cui per quattordici anni i padri della Compagnia di Gesù hanno celebrato la messa all'inizio della loro fondazione. Permetta che venga ripresa questa santa tradizione.

- Storie! - ripeteva l'arcivescovo. - Le carmelitane vanno in parrocchia e dànno di certo un buon esempio alla gente.

Inutile dire che per tutto il sànto giorno tali malignità veniva­no riferite alla Madre.

Al padre Pedro della Purificaciòn ella rispondeva:

- Ah! no! sua signoria non mi vuole male. E ministro di Dio e lo Spirito Santo si serve di lui per il mio bene e la mia salvezza. Mi creda, padre, la migliore battaglia per guadagnare il cielo è la pazienza nelle prove.

Ma era spiacente di far perdere un tempo prezioso al padre provinciale e di essere a carico dei suoi amici.

La Madre stava un po' meglio. L'ascesso alla gola era scoppia­to, e così poteva ingerire cibi triturati. Decise dunque di recarsi dall'arcivescovo. Nel frattempo, le suore avrebbero pregato e si sarebbero date la disciplina.

Sua grandezza sorrise lievemente vedendo una sua concittadi­na... Teresa de Ahumada, sua parente. Ricordi, gioie, lutti... Dap­prima parlarono di vari argomenti, ma s'imbronciò appena la povera donna sollecitò il permesso di celebrare la messa e di fondare il Carmelo.

- No, no e poi no!

Era proprio duro come i sassi della sua città natale!

- Monsignore, le mie consorelle non smettono di pregare e darsi la disciplina durante tutto il nostro colloquio, perché sia volto alla gloria di Dio e al bene delle anime.

- Ne sono molto lieto, - replicò il prelato. - Fanno opera santa... Ma mai, lo ripeto ancora una volta, mai darò questa auto­rizzazione.

Alla fine, la Madre riuscì ad ottenere una lieve speranza:

- Se un giorno fosse riuscita a mettere insieme 40.000 duca-ti, vale a dire quindici milioni di maravedi, per comprare una casa, allora egli avrebbe dato il suo consenso!

Sua grandezza pensava di mettere le suore davanti ad un osta­colo insormontabile, ma gli amici del canonico Salinas « si offri­rono a far da mallevadori e Catalina de Tolosa, da parte sua, ad assicurare la rendita della fondazione » (Fondazioni XXXI, 23, p. 303).

Tutto andava dunque per il meglio.

Monsignore fece sapere che bisognava demandare la questione al vicario che avrebbe sbrigato subito la pratica.

Dopo un mese arrivò la risposta: negativa. Sua grandezza ave­va compassione di noi. La casa dove stavamo e di cui facevano dono era troppo umida; ci saremmo buscate una malattia mortale.

Inoltre, la strada era troppo rumorosa. C'erano poi altre difficoltà per la sicurezza della rendita. In poche parole, ci ritrovavamo al punto di partenza (Fondazioni XXXI, 25, p. 304).

C'era aria di disperazione. Le suore piangevano. Il padre pro­vinciale si scoraggiava. Inoltre, i confessori gesuiti di dona Catali­na la rimproveravano: aveva destinato i suoi beni alla Compagnia dopo la sua morte. Come osava dunque favorire quelle carmelita­ne avventuriere? La povera vedova usciva dal confessionale pro­strata.

« Mentre eravamo in questa afflizione, - continua la Madre - nostro Signore mi disse queste parole: "Ora, Teresa, tieni duro!" ». - Riparta! - suggeri la fondatrice al padre provinciale -Vada a predicare la quaresima a Valladolid. Dio ci aiuterà (Fon­dazioni XXXI, 26, p. 305). Senza dubbio quella gran dama si sentiva più a suo agio da sola: tanta gente scalpitante, schiamazzante intorno a lei le toglie­va la sua libertà d'azione. Acuta, perspicace, accorta, aiutata dalla grazia, capace di mandare giù tutti i soprusi, avrebbe condotto a buon fine quella fondazione, poiché Dio lo voleva.

Il provinciale e i suoi amici rifiutarono di lasciare le infelici monache in una casa privata. Esse si trasferirono dunque nell'o­spedale della Concezione: lì, avrebbero potuto assistere ogni gior­no alla messa senza dover girare per le strade.

Alloggiate sotto il tetto, le carmelitane divennero presto causa d'inquietudine per un'inquilina vicina di piano, una vedova che vi abitava soltanto sei mesi all'anno. Furiosa per quella vicinanza monastica, non solo chiuse la porta a chiave, ma, per giunta, la fece inchiodare all'interno. Infine andò raccontando a destra e a manca che quelle intruse, a lasciarle fare, avrebbero finito con l'« appropriarsi dell'ospedale » (Fondazioni XXXI, 27, p. 305).

Bisognò dunque promettere, davanti a un notaio, che le suore sarebbero rimaste soltanto fino a Pasqua, dopo di che, con le loro povere masserizie, avrebbero sgombrato.

Il giorno della festa di s. Mattia, il 23 febbraio 1582, le nuove venute occupavano dunque due stanze e una cucina sotto il tetto, con una tribuna della chiesa, dall'alto della quale seguivano la messa.

Dofla Catalina accorreva quasi ogni giorno dall'altro capo della città, carica di provviste, bersagliata anch'ella da frizzi e da critiche: « Eccola che dà da mangiare alle monache, ma rovina i propri figli » (Fondazioni XXXI, 30, p. 307).

Frattanto, Teresa non restava immersa nelle sue preoccupa­zioni o rapita in preghiera. La tribuna dava sulla sala in cui veni­vano ricoverati gli uomini, nella parte settentrionale dell'edificio. Gemiti e fetore riempivano i locali troppo angusti nei quali -come avveniva quasi sempre in quel tempo - mancavano le cure, l'igiene, le visite.

La Madre, sempre malata, scendeva, assistita dalla sua infer­miera. Ogni volta portava qualcosa: un giorno, alcune arance che le avevano offerto e che aveva nascosto nelle sue maniche, un altro giorno, un po' di limoni. La sua figura diventava popolare. Gli infermi l'aspettavano, la reclamavano: « Dove è la santa? ». Quando se ne andava, si alzava un coro di lamenti.

L'ospedale dava asilo ad altri ospiti molto inquietanti: topi e insetti parassiti di ogni specie infestavano quei luoghi. Malgrado la sua estrema povertà, la Madre amava più di chiunque altra la pulizia. Quale dovette essere dunque la sua repulsione nel vedere pullulare i pidocchi!

Frattanto, la casa, la famosa introvabile casa fu finalmente trovata da un amico di Graciàn, il licenziato Aguiar, e comprata a buon prezzo, la vigilia della festa di s. Giuseppe. Era un ottimo affare, all'uscita settentrionale della città, sulla strada che porta alla certosa di Miraflores, un luogo di delizie, « così per il giardi­no, come per il panorama e le acque » (Fondazioni XXXI, 39, p. 312).

Avvertito, l'arcivescovo si rallegrò molto e, volgendo a proprio profitto le difficoltà che aveva accumulato da diverse settimane, 5 'inorgoglì: « Vedete bene che avevo ragione a non darvi l'auto­rizzazione! » (Fondazioni XXXI, 40, p. 312).

Tuttavia, continuava a rifiutarla: che? le suore avevano messo fuori un inquilino!... Come? la Madre aveva fatto mettere una grata senza parlargliene!...

Nuove tergiversazioni di sua grandezza. Bisognava fare ancora alcune scritture con Catalina de Tolosa. Nonostante in quella casa vi fosse una cappella in cui gli antichi proprietari facevano cele­brare, la messa, don Cristòbal rifiutava il suo permesso alle carme­litane.

Che cosa lo tratteneva?... Che cosa lo irritava?...

Andava spesso al nuovo convento. Un giorno, chiese alle suore una giara d'acqua fresca, racconta Ana de San Bartolomé. Teresa gliela offrì con un regalino che aveva ricevuto:

- Madre, mi ha fatto un bel dono. In tutta Burgos non ne ho ricevuto mai uno così gradito, poiché viene dalle sue mani.

La Madre replicò: Anch'io vorrei ottenere un permesso da vostra signoria... Ma sua grandezza era davvero irremovibile quanto le mura di Avila, la sua città natale. Allora la fondatrice, non sapendo più a che santo votarsi, si rivolse a don Alvaro de Mendoza. Intervenisse lui, poiché i due vescovi erano così amici...

Dopo una mossa falsa, la lettera decisiva arrivò, e don Cristò­bal Vela cedette. A dir vero, per le funzioni della settimana santa del 1582, le povere donne dovettero ancora uscire e andare in parrocchia. Il giovedì santo, la Madre, poco svelta nel cedere il posto, fu urtata da una megera e cadde. Si rialzò ridendo, e le suore si rasserenarono insieme a lei.

Domenica di pasqua, lunedì, martedì... l'autorizzazione, attesa da due mesi e finalmente promessa, non arrivava ancora.

Le figlie di Teresa erano al colmo dello scoraggiamento e Cata­lina de Tolosa se ne andava, inconsolabile, ripetendo che sarebbe tornata soltanto quando la fondazione sarebbe stata fatta...

Proprio in quel momento entrò un caballero, Hernando de Matanzas. Prima di aprire bocca, si mise a scampanellare a più non posso. Le monache, piangendo di gioia, capirono che la messa poteva essere finalmente celebrata e che il monastero di San José e di Santa Ana de Burgos, per la grazia di Dio e per la benevolenza di sua grandezza l'arcivescovo di Burgos, era fondato!

 

Quest'ultima fondazione sotto il diluvio, nel cuore di una delle più famose città della Spagna, rimane un simbolo. Tutta una città si agita: dai fruttivendoli ambulanti fino al padrone di casa, l'arci­vescovo, il vicario generale, il consiglio della città, la polizia. La vecchia fondatrice dedica le sue ultime ore di vita a descrivere questo mondo eterogeneo con grande vivacità di stile e in questo, anziché sembrare un'agonizzante, può rivaleggiare con Cervante~. Ma soprattutto, ella domina dall'alto la mischia con il suo umore costante, il suo senso dell'umorismo, il suo cuore traboccante di delicatezza, la sua inalterabile fiducia in Dio. Così i cinque campa­nili della cattedrale di Burgos s'innalzano svelti nell'azzurro, al di sopra dei tetti, dei palazzi, delle vie accalcate vicino all'Arlanzòn.

La cosa più sorprendente rimane la sua serenità, la sua arte di scusare, in modo particolare quel prelato enigmatico la cui ostina­zione non cessava di farla soffrire. Più tardi, egli confesserà che temeva di discorrere a quattr'occhi con la fondatrice. Aveva paura di sentirla parlare delle sue esperienze mistiche: chi poteva assicu­rare che non provenissero dallo spirito maligno? Teresa gli parlò della sua vita di preghiera, della sua esperienza di Dio. D'allora in poi, don Cristòbal si mise a venerarla.

Così, di fronte a quella monaca il cui viso livido e l'andatura vacillante lasciavano presagire una prossima fine, nessuno poteva restare indifferente. In certo qual modo, molto modestamente, si poteva dire di lei ciò che si dice del Signore che ella serviva.

Mentre il vescovo di Palencia, don Alvaro, il suo amico di un tempo, interveniva presso don Crist6bal, con il rischio di mettersi per sempre in urto con lui, il dottor Manso faceva notare alla Madre « che se la morte di nostro Signore aveva reso amici quelli che prima non lo erano, lei, invece, aveva reso nemici loro due » (Fondazioni XXXI, 43, p. 315).

Non tardarono a sorgere altre difficoltà che non staremo qui a raccontare.

Mentre un giorno la Madre se ne preoccupava, dopo la comu­nione, il Signore le disse: « Di che temi? E cosa ormai finita; puoi ben andartene » (Fondazioni XXXI, 49, p. 319).

Ormai, sarebbe stata breve la tappa, dalle rive dell'Arlanz6n alle sponde del Tormes, lo spazio di una breve estate e poi sareb­bero giunte la morte, la vita, la gloria.

 

4 - Ultime pene

 

Staccarsi da Burgos non era stato facile. Colei che vi era entra­ta sotto le trombe d'acqua, all'inizio dell'anno 1582, se ne andava quel 26 luglio sotto un sole splendente. Dovunque i mietitori lavoravano alacremente. La vettura della Madre scendeva le rive dell'Arlanzòn dove volava qua e là, come una freccia azzurra e rossa, un airone. L'Arlanzòn! Quante storie aveva provocato! Era stato li lì per sommergerla due volte: prima, alla sua venuta all'e­poca del diluvio d'inverno; poi, la notte del 23 maggio quando, uscendo dal suo letto, aveva devastato e distrutto una parte consi­derevole della città del Cid: il ponte di pietra di Santa Maria, palazzi, conventi. Chi aveva resistito a quell'inondazione di fango, di sassi convogliati, di alberi sradicati? Solo le carmelitane, appol­laiate nella stanza più alta del monastero, prosternate davanti al Santissimo Sacramento dalle 6 della mattina fino alla metà della notte seguente. - Uscite! veniamo a prendervi! - avevano gridato loro da una barca. Ma la Madre aveva rifiutato.

Corsero all'arcivescovado a spiegare il pericolo al quale si esponevano quelle monache per la loro ostinazione.

- Lasciate Teresa de Jesùs... Ha un salvacondotto speciale. Uscirà quando vorrà - aveva risposto l'arcivescovo.

A mezzanotte, le acque cominciarono a calare. Il carmelo, con le mura crollate, l'interno devastato, le porte infrante, presentava uno spettacolo da fine del mondo. Ma il prestigio della fondatrice risplendeva per tutta la città. Dall'arcivescovo all'ultimo dei bot­tegai, andavano raccontando che se Burgos non era stata sommer­sa sotto le acque, lo si doveva al fatto che la santa aveva « legato le mani di Dio ».

Ricostruire, organizzare... e già la preoccupazione di fondare un monastero a Madrid la spingeva ad abbandonare questa città (Lettere 6.7.1582, p. 1211).

Partendo, lasciava amici laici, monaci e preti inconsolabili, e - come sempre accade all'avvicinarsi della morte - parole che si imprimevano nel ricordo tanto più fortemente in quanto la sua scomparsa le rendeva immortali.

Prese congedo dal suo confessore, il dottor Manso, dicendo « che se ne andava per morire ».

Fray Pedro de la Purificaciòn, nominato priore del collegio carmelitano di Alcalà, riferiva a quanti volevano ascoltarlo una riflessione di quella donna della quale sempre più si dichiarava « figlio ».

In parlatorio si era presentata una signora adorna di sontuosi gioielli:

« Credimi, padre, - bisbigliò Teresa sorridendo - da quando nostro Signore Gesù Cristo mi ha concesso il favore di visitarmi e di mostrarsi a me con il Padre Eterno e lo Spirito Santo in una bellezza e in uno splendore così grandi, l'ho talmente presente agli occhi della mia anima, che nulla di terrestre può appagarmi: tutto mi sembra sgraziato e brutto. Nulla mi soddisfa, se non il vedere con lo sguardo interiore le anime rivestite dei doni di Cristo ».

Il giorno della sua partenza, Aguiar l'accompagnò per un trat­to fino al monastero di Santa Clara. Perdeva molto quel dotto caballero, che si era dato anima e corpo all'opera della riforma. Arrogante, autoritario, mordace, egli si era improvvisamente tra­sformato. Quelli che lo frequentavano attribuivano tale trasfor­mazione al contatto della santa Madre. Stava ad ascoltarla per lunghe ore, ammirando la sua dolcezza, il distacco da se stessa con il quale rievocava le sue fondazioni, le sue sofferenze e le sue continue malattie. Più tardi, riconosceva che « le ore del giorno in cui s'intratteneva con lei passavano senza che se ne accorgesse; quelle della notte, nella speranza di rivederla ».

Così sballottata nella sua vettura, la fondatrice, accompagnata da Ana de San Bartolomé e dalla nipote Teresita, si allontanava sulla strada reale, verso sud.

Lasciava ricostruita e senza problemi di avvenire quella casa che l'Arlanz6n aveva quasi demolito. « Nulla le mancava », aveva profetato. E la città, gentilmente loquace e dotata di senso umori­stico, scherzava: « Una carmelitana scalza gode di una vita assai migliore dell'infanta dofla Isabel, la figlia di sua maestà il re catto­lico! ». Ma la priora Tomasina Bautista replicava: « Sarebbe bene pensare che l'infanta conduce una vita santa quanto quella di una carmelitana scalza! ».

 

Sulla strada di Palencia, Teresita, la nipote della Madre, tàce­va, e il suo silenzio era motivo di preoccupazione per la zia.

Bisognava tornare presto ad Avila per farle pronunciare i voti. Orfana di padre e di madre, entrata giovanissima nel Carmelo di Siviglia, quella ragazza di sedici anni era ancora molto infantile e Teresa, in una delle sue lettere, scrive: « Quantunque assai buona, è sempre una bambina » (Lettere 14.7.1582, p. 1214). Passava attraverso varie alternative. A Burgos, per gelosia, aveva creduto che venisse preferita a lei Elenita, la figlia di Catalina. Per dispetto, avrebbe scelto un ordine più « aperto ». Nei confronti della Madre era talvolta aggressiva. Il suo carattere, formatosi sotto i tropici, ne conservava al tempo stesso la fiamma e l'estrema fragilità. Fino all'ultimo respiro, la santa sarebbe stata in pensiero per quella figlia di Lorenzo, il fratello prediletto.

A Palencia, in parlatorio, l'aspettava un monaco biancovesti­to: Fray Juan de la Cuevas. In nome del re, aveva presieduto ad Alcalà il capitolo di separazione tra calzati e scalzi: la fondatrice doveva fargli una domanda urgente. Si trattava dell'uomo in cui, fin da Beas, ella aveva riposto la sua fiducia: del provinciale, il padre Jer6nimo Graciàn de la Madre de Dios.

Dopo la predicazione della quaresima a Valladolid, si era reca­to a Burgos, dove aveva costatato il pieno successo della fonda­zione e presieduto all'elezione della priora: Tomasina Bautista.

Il 7 maggio 1582, partiva, senza pensare che non avrebbe mai rivisto la riformatrice. Por Dios, in tutta sincerità, che cosa pensa vostra reveren­za del padre Graciàn? - chiese Teresa al frate predicatore. Fray Juan espresse tutta la sua ammirazione, ma anche le sue riserve. Il padre non accettava aiuti né consigli. Gli venivano rim­proverati il suo autoritarismo e i suoi comportamenti arbitrari; si metteva in urto con molte persone. Che cosa era andato a fare in Andalusia? si chiedeva in segreto Teresa. « Non basta a togliere la mia pena la frequenza con cui lei mi scrive » (Lettere 1.9.1582, p. 1233).

Per giunta, pensieri, preoccupazioni di ogni specie piovevano come grandine sulla povera vecchia. Da Alba, da Salamanca, da Toledo, arrivavano brutte notizie. Si sarebbe detto che si stessero fendendo le mura della sua riforma.

Ma condurre sua nipote ad Avila per la fine di settembre le sembrava il dovere più urgente; poi, si sarebbe pensato al resto (Lettere 1.9.1582, p. 1237).

Il 25 agosto 1582, lasciava la sua buona città di Palencia, la cella fresca e piacevole dove, malgrado « il caldo terribile », aveva potuto ripigliar fiato (Lettere 9.8.1582, p. 1224).

Il suo progetto era sempre lo stesso: risalire al più presto sull'altopiano, al suo primo colombaio di cui era priora, in quel­l'eminente città di Avila nella quale aveva consumato la maggior parte della sua vita.

Certo, era assillata dalla professione della nipote, ma forse anche dal misterioso richiamo della morte. Le restava appena poco più di un mese di vita!

Nel piccolo parlatorio di Valladolid, venne assalita da una furia, una donna di quarantaquattro anni, dona Beatriz de Castilla y Mendoza, suocera di suo nipote, don Francisco de Cepeda, il figlio di Lorenzo. « Molto sangue blu nelle sue vene e tutto il furore spagnolo nelle sue collere ».

Don Lorenzo, morendo, aveva concesso nel suo testamento ampi privilegi al convento di San José d'Avila. Dofla Beatriz im­pugnava le disposizioni del defunto. Affrontava la Madre, « vec­chia e stanca », con tutta la foga del suo carattere e le astuzie che le suggeriva l'interesse. Faceva intervenire alcuni avvocati che, a detta di Ana de San Bartolomé, ingiuriarono la fondatrice con parole sgarbate: Lei ha la fama di essere buona... ma molte persone di mondo valgono più di lei e dànno un esempio migliore. La Madre rispose con grande pazienza: - Dio renda a vostra grazia il favore che mi fa! Manca Bautista, la priora di Valladolid, era sua nipote. Dona Beatriz la guadagnò alla sua causa, insieme a Teresita, la futura professa di Avila. Tutto il parentado faceva lega contro Teresa che, da sola, difendeva la volontà del defunto e i diritti del Car­melo.

La partenza da Valladolid fu infiorata di parole particolarmen­te piacevoli!

- Vada via e che Dio la protegga!

E ad Ana de San Bartolomé che varcava la porta d'uscita, la priora dichiarò bruscamente:

- Se ne vada e non ritorni più da queste parti!

Era un sabato, il 15 settembre 1582, « il giorno triste » della Madre Teresa. La mattina, aveva scritto: « Siamo in partenza per Medina... ». Terminava la sua lettera: « Già siamo a Medina. Vi ho trovato tanto da fare che ho appena il tempo di dirle che abbiamo fatto buon viaggio » (Lettere 15.9.1582, p. 1247s).

Tuttavia, nel lasciare quella città dove era stata ricevuta con tanta freddezza, si era mostrata più affettuosa del solito. Non amava le effusioni femminili che si ripetevano al momento delle sue successive partenze, ma quest'ultima volta salutò e baciò amorevolmente ciascuna delle monache. La commozione, però, non le avrebbe fatto di certo dimenticare il significato della sua riforma e i suoi addii risuonano come ordini di combattimento.

« Si guardino dal compiere gli esercizi della religione per abitudine, e cerchino di far atti eroici, ogni giorno più perfetti. Procurino d'aver grandi desideri, ché molti sono i vantaggi che ne derivano, anche se non si possono attuare » (citato in Opere, p. 1765).

Già le torri di Simancas si profilavano all'orizzonte. L'aria di settembre, più fresca, ammassava grosse nuvole simili a mandrie di montoni. Qui, l'inverno accelera il passo, appena l'estate volge alla fine.

La santa Madre si disinteressava del paesaggio, pur così nobile e riposante.

In mezzo a tante angherie, era angustiata da una lettera ricevu­ta di recente, quella di Fray Antonio de Jesùs, vicario provinciale, il sostituto del padre Graciàn partito per l'Andalusia.

Il padre Antonio spiegava che la giovane duchessa d'Alba, dofla Maria de Toledo y Colonna, stava per partorire. Per la vec­chia duchessa, alla quale Antonio era legato da particolari vincoli di amicizia, sarebbe stato di gran conforto che la santa assistesse alla nascita del nipotino. Alla lettura di quest'ordine, la Madre non riusciva a nascondere la sua contrarietà. Alcuni amici inter­vennero per dissuaderla dal recarsi ad Alba. Fra gli altri, la sua cara amica, dofla Maria de Mendoza, sorella del vescovo. Teresita, sua nipote, racconta di averla udita confessare che « mai in vita sua un'obbedienza le era costata tanto ».

Da Tordecillas a Medina, la strada si snodava in mezzo alla meseta, salendo e scendendo lievemente. Incrociavano greggi che rientravano dalle Sierre e pesanti carri di granoturco. Talvolta una vettura rapida, il corriere del re o dame della corte in viaggio verso Madrid le sorpassavano, nascondendo la strada sotto una nuvola di polvere. Già si sentiva il campanone della collegiata; la città delle grandi fiere si avvicinava.

Scendendo dal carro, la fondatrice si ripeteva che, dopo aver rapidamente sistemato le sue faccende, si sarebbe potuta recare direttamente ad Avila, giacché nella sua lettera il padre Antonio spiegava che la futura madre, la duchessa d'Alba, era ancora soltanto all'ottavo mese. Da Avila, poiché così le veniva impo­sto, Teresa sarebbe ritornata per presiedere. a quella nascita principesca.

Ma a via Santiago tutto si metteva male. Un ordine perentorio attendeva la fondatrice: bisognava partire al più presto per Alba de Tormes. Entrando nel suo secondo Carmelo, Teresa fece un'os­servazione alla priora, Alberta Bautista. Di solito molto obbedien­te, questa volta, offesa, ella si ritirò nella sua cella, lasciando le viaggiatrici senza cena.

L'alba del mercoledì 19 settembre si levava su una fredda pioggia. La carrozza ducale si avanzava alla porta del monastero. Fray Antonio de Jesùs e Fray Tomàs de la Asunciòn, montati su mule, si presentavano per accompagnarla.

Quando Teresa uscì, incurvata, con il passo incerto, appesa al braccio della sua infermiera, il vice-provinciale stentò a riconosce­re colei che, quindici anni prima, lo aveva accolto alla grata di quel parlatorio, in quella stessa città di Medina del Campo. Il suo viso era più bianco del velo, gli occhi cerchiati, le rughe profonde, il respiro ansimante. Lui, pur essendo, come diceva Teresa, un « vecchietto », saltellava, grasso e fresco. Il pensiero di servire la casata d'Alba, di ritrovarvi antichi cortigiani, suoi amici, di parte­cipare, in certo qual modo, all'onore di una nascita principesca, lo colmava di vanità.

Ah! non aveva un po' di pietà per quella monaca anziana, colpita da malattia mortale! - Ne abbiamo per un giorno e mezzo di viaggio, - esclamò dottamente il vice-provinciale - ma le mule sono di buona razza e la carrozza è ben molleggiata. Tuttavia!...Riversa su un sedile posteriore, con il viso esangue, le palpebre chiuse, senza dire una parola, la santa Madre era al limite dello sfinimento.

Avevano dimenticato di prendere le provviste: l'ora del pranzo passò senza mangiare nemmeno un boccone. La comitiva, che non aveva cenato la sera precedente, né sgranocchiato una qualsiasi cosa durante la mattinata, era tormentata dalla fame.

Il padre Antonio, avvicinando la sua cavalcatura allo sportello, chiese alla Madre:

- Che cosa c'è? perché non dice nulla?

- Mi perdoni, - gemette la fondatrice con voce esausta -voglio molto bene alla duchessa, ma non ho il coraggio di sentirmi dire che ha le doglie e supplico il Signore che quando arriveremo sia già finito tutto.

Nel mese di settembre la notte cala presto. Si avvicinavano a un minuscolo pueblo, Aldeaseca de la Frontera, non lontano da Peflaranda de Bracamonte, e si accinsero a cercare una locanda.

Frattanto, per la prima volta, la santa Madre si lamentava:

- Trovatemi da mangiare... sento che non ce la faccio più.

« Mi restavano alcuni fichi secchi - continua Ana de San Bartolomé... - Glieli diedi. Chiamai un servitore, gli offrii quat­tro reali perché mi trovasse due uova, a qualunque prezzo.

Egli corse da una casa all'altra, ma il villaggio era così povero, che ritornò a mani vuote.

« Quando vidi che tutto il denaro del mondo non avrebbe potuto procurarmi un po' di cibo per sollevarla; quando guardai quel viso senza vita e le toccai le mani brucianti di febbre, mi sembrò che il cuore mi si spezzasse e mi misi a piangere: la santa Madre stava morendo sotto le mie mani e non potevo portarle aiuto. Dolce come un angelo, mi disse: "Non piangere, figlia mia, poiché Dio vuole che così sia... Non ti preoccupare. Questi fichi sono buonissimi. Quanti poveri vorrebbero poterli gustare! Cre­dimi, sono molto contenta" ».

Mentre soffriva di mortale spossatezza, su un giaciglio di for­tuna, tra le undici e mezzanotte, a cinque leghe da lì, ad Alba, nasceva l'erede dei duchi.

Un messo fu inviato nella notte incontro ai viaggiatori.

Quando la Madre fu informata del lieto evento, con il suo solito senso dell'umorismo, mormorò:

- Bendito sea Dios! Dio sia benedetto! Non avranno più bisogno... della santa!

Non era quindi più necessario recarsi dalla duchessa. Teresa avrebbe diretto i suoi passi verso Avila, verso la sua culla, che sarebbe divenuta la sua tomba.

Ma una voce misteriosa le parlava attraverso gli avvenimenti. Tutti i vincoli di amicizia e di parentela erano spezzati. Graciàn era lontano, sulle rive del Guadaiquivir; Lorenzo, il fratello predi­letto, morto. E gli altri: monache, monaci, per i quali - lo sapeva bene - stava diventando un personaggio incomodo, una vecchia ingombrante, la fondatrice, tutta quella geute non si curava molto della sua presenza.

 

Il richiamo della solitudine

 

Sì, sarebbe andata ad Alba de Tormes. Come una forestiera...

Seguivano adesso il rio Almar, avvolto da un velo di nebbia.

Lì, verso mezzogiorno, la comitiva trovò un gruppo di casolari rifornito meglio di Aldeaseca e poté approvvigionarsi. « Dio del cielo! cavoli cotti, conditi con molta cipolla ».

La Madre ne mangiò lo stesso, racconta la sua infermiera.

Verso le sei di sera, tutte le finestre del castello erano illumi­nate. Mentre la città esultante festeggiava la nascita del piccolo duca, con grande fragore di sonagli la carrozza entrava in Alba de Tormes.

La porta del Carmelo si aprì per lasciar passare un povero corpo che doveva essere sostenuto da ogni parte:

- Dio misericordioso, figlie mie, - esclamò Teresa - non ho più nemmeno un osso sano.

La priora la supplicò di coricarsi. I suoi indumenti erano pieni di sangue. Il medico che era stato chiamato scrollò il capo, senza lasciare alcuna speranza a chi lo interrogava.

Lassù, nella cella dal pavimento chiaro, le suore si prodigava-no a cambiarla, mettendole biancheria pulita. La Madre amava tanto la pulizia! Come mi sento stanca! - mormorava. - E da tanto tem­po che non mi sono coricata così presto! Lei che, ogni sera, non si metteva a letto prima di mezzanotte. Nel corridoio, in ginocchio davanti alla porta della Madre, Ana de San Bartolomé cercava di cogliere un respiro ansimante, irrego­lare, doloroso. Lo sapeva bene, quella figlia di contadini, così dolce, così affettuosa: l'ora era arrivata, la santa Madre si era coricata per morire.

 

5 - « E giunta l'ora di vederci! »

 

Sarebbe dunque morta ad Alba de Tormes, il 4 ottobre 1582, alla stessa ora in cui, nel palazzo ducale, veniva celebrato il batte­simo del neonato.

Dalla piattaforma su cui si erge l'alta torre del palazzo-fortez­za, lo sguardo abbraccia i tetti scuri sparpagliati nel villaggio. Il Carmelo non si distingue in nulla dalle altre case, se non per il muro di clausura su cui dondolano viti vergini e alberi da frutto.

Sarebbe morta, ma non senza lottare. Sfinita dalla stanchezza, svuotata del suo sangue da un cancro all'utero, questa figlia di Dio avrebbe vinto un'ultima battaglia: quella della lucidità al servizio del suo ordine.

Il 21 settembre, il giorno dopo il suo arrivo, si alzava a fatica per andare a ricevere la comunione. Appoggiata sulla sua infer­miera, avanzava con difficoltà, visitando il monastero, rendendosi conto di tutto.

Ricevette la fondatrice Teresa de Laiz, moglie del maggiordo­mo principale dei duchi, Francisco Velàzquez. I due coniugi non avevano avuto figli. Misteriosamente avvertiti da un sogno, ave­vano fondato un Carmelo nel 1571, al tempo del soggiorno della Madre a Salamanca.

In seguito, le cose si erano guastate. Teresa de Laiz, la fonda­trice esigente, spilorcia, parlava molto, e parlava a vanvera. Era molto temuta; tanto che nel suo monastero - come le aveva scritto Teresa (Lettere 6.8.1582, p. 1222) - « temo che nessuna vorrà essere priora: tutte cercano di sottrarsene ».

In quei giorni, per l'appunto, si svolgevano le elezioni priorali. 1~er compiacere la moglie del maggiordomo, fu nominata priora una ragazza del paese, Inés de Jesùs, che andava molto d'accordo con la scomoda patronessa del convento. In quanto a lei, giovane superiora di trent'anni, aveva mal sopportato un tempo i rimpro­veri della Madre. Così, si vendicò isolando la malata in clausura; nessuno la rivide più, se non il medico e i confessori.

Tuttavia, la sera del giovedì 27 settembre, la campana della ruota annunciò il rettore di Salamanca, il carmelitano Fray Agu­stin de los Reyes che, in nome della priora di quella città, veniva a parlare con la santa Madre per l'acquisto di una nuova casa. Co­stava molto cara, più del ragionevole; a detta di tutti era follia pagare tanti maravedi. La priora di Salamanca, Ana de la Encar­naciòn, tergiversava, giocava di astuzia, cercava aiuti.

- È un intrigo del diavolo - esclamò la Madre... - La prio­ra ha tanta voglia di quella tetra casa che le dà alla testa.

La discussione continuò per tre lunghe ore.

Alla fine, contando sulla stanchezza della sua interlocutrice, Fray Agustin voleva strapparle il suo consenso:

- Madre, è già tutto fatto; non si può tornare indietro. Vo­stra reverenza abbia pietà delle sue figlie e non le schiacci!

Teresa si raddrizzò e, ritrovando il suo vigore di un tempo:

- Come! figlio? Affare concluso? mai e poi mai! Non si farà e non si metterà mai piede in quella casa, poiché non è questa la volontà di nostro Signore!

Il giovedì seguente, senza sapere né come né perché, racconta Fray Agustin, il progetto andava in fumo. Eppure, ci stavano lavo­rando da quattro o cinque anni! Nessuno ne parlò più e, di certo, mai si mise piede in quella casa.

 

Che cosa faceva, adesso, ad Alba, la povera vecchia? L'ere­de dei duchi era nato, una priora era stata eletta. Non doveva forse avere cura d'anime in Avila? Il padre provinciale dell'Andalusia le aveva ordinato di ritornare a San José. Teresita doveva presto pronunciare i voti. Mentre rientrava nella sua cella, nella fresca notte di settembre, tutti questi pensieri turbinavano nella mente della Madre...

- Ana, - disse all'infermiera accasciandosi sul suo giaciglio

- fammi questo piacere. Appena vedrai che sto meglio, trovami una vettura qualunque, mettimici dentro e partiamo per Avila!

Una sola volta venne chiamata in parlatorio; vi scese barcol­lando. Era sua sorella Juana, la moglie di don Juan de Ovalle che l'aveva tanto aiutata per la fondazione del primo monastero. Ad Alba, Juana veniva disprezzata perché era povera. « Dio lo per­mette, è un vero martirio », aveva scritto Teresa il 28 marzo 1581.

Adesso, due delle figlie di don Alonso si ritrovavano. La mag­giore, Maria, era morta da molto tempo, vittima di un marito impossibile. Juana e Teresa si guardavano in silenzio, uniche su­perstiti di quella numerosa famiglia.

La storia non ha conservato nùlla del loro ultimo colloquio.

Quando l'infermiera entrò per riaccompagnarla al suo letto di malata, la Madre sussurrò:

- Figlia mia, è arrivata l'ora della mia morte.

Calava la notte. Teresa si mise a pregare.

La mattina del 2 ottobre, il padre Antonio entrò per ascoltarla in confessione, poi si inginocchiò:

- Madre, chieda al Signore di non prenderla ancora e di non toglierla dal mondo così presto.

- Taci, padre. Proprio tu dici queste parole? Io non sono più utile in questo mondo.

Arrivò il medico, don Francisco Ramirez. Sconcertato da quella malata dal viso esultante di felicità, non sapeva che cosa ordinare.

- Mettetele delle ventose. Fatele succhiare un bastoncino di liquirizia!

In ogni modo, il medico prescriveva di trasferire la malata in una camera in basso, esposta a mezzogiorno, riscaldata dal sole di autunno.

La santa era stata appena sistemata al pianterreno, quando fu annunciato l'arrivo della duchessa madre, dofla Maria Enffquez. Le infermiere le avevano somministrato proprio allora un medi­camento nauseabondo. Disastro! il contenuto della fiala si sparse sul letto. La Madre se ne afflisse: era conveniente ricevere in tal modo sua signoria?

- Non si preoccupi, Madre, è profumato con « l'acqua degli angeli », acqua di fiore d' arancio - replicarono le suore.

In effetti, un odore dolcissimo aleggiava nella cella.

La malata rispose:

- Dio sia benedetto, figlia mia! Rimetti, rimetti le coperte. Non ci devono essere cattivi odori che diano fastidio a dofla Ma­ria... avrei preferito che non venisse adesso.

La principessa entrò, sedette, voleva abbracciarla.

- No, eccellenza! - supplicava la morente. - C'è un così cattivo odore!

Ma la visitatrice rispose:

- Ma niente affatto! C'è profumo di acqua di fiore d'arancio, un odore buonissimo!

Il breve colloquio ebbe un intermezzo misterioso, a detta di una nipote della duchessa.

- Vuole molto bene a suo marito? - chiese per tre volte la santa.

Due mesi dopo, l'lì dicembre 1582, il duca d'Alba, don Fer­nando, moriva a Lisbona.

La mattina di mercoledì 3 ottobre, Jerònimo Hernàndez, gio­vane chirurgo di ventotto anni, venne per ordine del medico a salassare la Madre e a metterle delle ventose. A partire da quel momento, Teresa non cessava di recitare i versetti del salmo Mi­serere.

 

« Un cuore affranto e umiliato, tu, o Dio, non disprezzi. Crea in me, o Dio, un cuore puro. Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito ».

 

Alle cinque di sera, chiese il viatico a Juana del Espiritu Santo, sua antica compagna dell'Incarnazione ed ex-priora. Jua­na le rispose di aspettare un altro giorno, ma la malata insisté con forza.

Quelli che le stavano attorno, infatti, non si rendevano conto che la morte si avvicinava a grandi passi.

Mentre Fray Antonio le portava il Signore, Teresa supplicò fra le lacrime: Figlie e signore mie, perdonatemi il mal esempio che vi ho dato e non imparate da me che sono stata la più grande peccatrice del mondo, colei che ha osservato peggio di tutte la regola e le costituzioni. Vi prego per amor di Dio, figliole mie, di osservarle con la maggior possibile perfezione e d'obbedire ai superiori (cita­to in Opere, p. 1766). Nel vedere le suore in ginocchio intorno al suo letto, giungen­do le mani esclamò: - Sia benedetto il Signore che mi ha condotto in mezzo a voi! Alla vista del Santissimo Sacramento, si sollevò dal letto ingi­nocchiandosi con un'agilità stupefacente, visto che ci volevano due suore per girarla sul suo giaciglio. Bisognò impedirle di alzarsi completamente.

Tutti i testimoni raccontavano con parole maldestre il cam­biamento che avveniva in lei: « Un viso bellissimo », « un viso ringiovanito e ardente ».

Juana del Espiritu Santo ed Ana de San Bartolomé sosteneva­no la Madre tra le loro braccia.

 

« Mio Signore e mio Sposo! È giunta l'ora tanto desiderata. Finalmente è giunta l'ora di vederci. Mio amato, mio Signore È giunta l'ora di partire. È giunta l'ora.Sia fatta la vostra volontà! Sì, è giunta l'ora che io lasci quest'esilio e che la mia anima goda di voi, che ho tanto desiderato! ».

 

Il padre Antonio dovette ordinarle di tacere, poiché la sua esaltazione poteva sfinirla.

Dopo la comunione, rese grazie al Signore di averla fatta figlia della Chiesa. Diceva anche che sarebbe stata salvata dal sangue di Gesù Cristo e chiedeva alle sue consorelle di aiutarla ad uscire dal purgatorio.

A varie riprese ripeté:

- Infine, o Signore, io sono figlia della santa Chiesa.

Alle nove di sera, chiese l'Unzione degli infermi. Mentre il padre Antonio terminava di darle l'olio santo, le domandò:

- Madre, se nostro Signore viene a prenderla, che cosa vuole che facciamo? desidera tornare ad Avila o rimanere qui?

Fino ad alcuni giorni prima aveva tanto sperato di rivedere la sua città natale, di riprendersi in quell'aria vivificante, stimolante, così diversa da quelle basse valli del Tormes dove si respira a fatica.

Dove avrebbe potuto riposare Teresa d'Avila attendendo la risurrezione se non in Avila, sacro reliquiario di tante grazie, te­stimone delle sue prime opere?

A tali parole, ricorda Ana de San Bartolomé, il viso della moribonda si velò di tristezza. Rispose:

- Gesù! Bisogna fare una simile domanda? Padre mio! Ho forse una casa che mi appartenga?... Non mi daranno qui un po' di terra? Juana, che la sosteneva, approvò:

- Sì, sì, Madre, poiché nostro Signore non ha avuto una casa quaggiù, nemmeno vostra reverenza deve averne~

Dandole un colpetto sul braccio, la Madre concluse viva­mente:

- Lasciate stare!

Nella notte dal 3 al 4 ottobre la Madre fu assalita da crudeli sofferenze.

La mattina del 4, festa di s. Francesco, si girò sul fianco, con un crocifisso in mano, in profonda preghiera. Dal viso bellissimo erano sparite tutte le rughe, e Dio sa se erano numerose!

Non parlava, ma si mostrava presente a tutto ciò che accadeva intorno a lei.

Ana non la lasciava; le portavano quello che era necessario.

Siccome Teresa teneva gli occhi chiusi, il' padre Antonio le disse:

- Madre, por amor de Dios, ci guardi!

« Verso sera, - continua la sua infermiera - il padre mi ordinò di andare a mangiare qualcosa. Mentre uscivo dalla cella, la Madre mi cercò con lo sguardo. Il padre le chiese se mi voleva. Con un segno disse "sì". Mi richiamarono. Appena mi vide, sorri­se. Con grazia, mi prese con le sue mani, posò la sua testa sulle mie braccia e rimase così fino all'ultimo respiro ».

Tutta la comunità, il padre Antonio de Jesùs e il padre Tomàs de la Asunciòn erano inginocchiati nell'angusta camera.

Una meravigliosa bellezza rivestì il volto dell'agonizzante che, a detta di un testimone, divenne « come un sole ardente ». Emise tre gemiti appena percettibili e rese l'anima al suo Signore. Il corpo cominciò a diffondere un profumo straordinario.

Erano le nove di sera.

A sua insaputa, Teresa aveva descritto la propria morte nel Castello interiore (Settime dimore III, 1,15, pp. 480.488).

« La nostra farfallina ormai è morta, felicissima d'aver trovato riposo, e Cristo vive in lei.

« Sia per sempre benedetto e lodato da tutte le sue creature! Amen ».