I
PARTIRE PRIMA DI GIORNO
Mistero delle infanzie e delle genesi! chi le disprezzasse commetterebbe una sciocchezza. In una sola volta, tutto viene dato. I cristiani aggiungono: da Dio, poiché il Signore non lavora in maniera incoerente e non sperpera i suoi doni.
Teresa rievoca i suoi verdi anni. Brevemente: quattro capitoli sui quaranta che conta la sua autobiografia. Come la Bibbia, poco curiosa dei primi giorni della sua storia, la riformatrice di quarantasette anni che termina a Toledo, nel 1562, la prima redazione della sua Vita, va all'essenziale.
Come potrebbe sfuggire alla tentazione di ritrovare se stessa? Senza dubbio, subisce il fenomeno della trasformazione, della proiezione dei suoi desideri di adulta sui suoi stati infantili e adolescenti. Sebbene amasse le Confessioni di S. Agostino, forse cede meno che il dottore d'Ippona alla tentazione di accusarsi. C'è un'ombra di sorriso in questo racconto. Teresa è donna e dotata d'immaginazione. E vissuta in mezzo a otto ragazzi, suoi fratelli. Li ascolta e li guida: è nata per essere un capo e non lo ignorerà mai. Ma già, nella sua anima di razza, sedotta dal cielo, ella accenna i primi tentativi di alzarsi in volo.
Ho visto talvolta ad Avila, sotto l'influsso dell'estate, dei cicognini esercitarsi al volo. Si sollevano a due metri al di sopra del nido, poi si lasciano cadere; ma l'ala contusa e possente affronterà ben presto il passaggio delle Sierre e l'immensità dell'acqua. Sono fatti per volare via. La loro pesantezza, anche se ancora troppo grave, non la vogliono riconoscere. Domani, saranno prigionieri dell'infinito. Così la giovinetta che, con la sua governante, verso sera sale a San Juan per la predica: è dei Cepeda, si vede dal portamento. Teresa ci rivela l'atteggiamento del suo cuore, troppo grande - già! - per avvilirsi in chissà quale palazzotto signorile della Vecchia Castiglia.
1 - Cammino d'eternità
A gran trotto di mula, don Francisco de Salcedo scendeva verso la porta.
- Eh! senor! vada più lentamente! è forse inseguito dai Mori?
Quelle vie che scendono rapidamente verso la città bassa sono un misto di labirinti e di caos. Dappertutto affiora la roccia; le case, non di pietra ma d'argilla e di paglia, hanno l'aspetto di catapecchie. Grandi spazi, molto utili una volta, quando il nemico devastava la regione, per raccogliere i paesani in pericolo.
Un segno di croce davanti alla chiesa San Esteban ed eccoci sotto la porta, sul ponte. L'Adaja scorre rapido e limpido; a volte trasporta una manciata di neve e viene ad infrangerla sulla punta estrema del pilastro. Passato il fiume, la strada risale, faticosamente, in mezzo a capanne e a cortili rustici con alti steccati.
- Si - continua don Francisco nell'aria tagliente come una spada - da quella parte fuggi la nifia Teresa con suo fratello Rodrigo... in cerca di martirio! Bisogna riconoscere che i ragazzi non hanno molto il senso della geografia! Andarsene in terra di Mori! Ma verso la Sierra de Gredos avrebbero dovuto dirigersi, verso sud e non verso est.
Al diavolo le carte e i geografi! L'essenziale: andare al cielo per la via diretta, « comprare molto a buon mercato la grazia di andare a godere di Dio » (Vita I, 4, p. 38), a prezzo delle strade cattive, malgrado il fuoco dell'estate e i rigori dell'inverno: « presto » vicino al Signore!
Ecco l'esaltazione infantile, si dirà!, il danno di quelle letture di cui Teresa resterà sempre così avida. Ecco il contagio dei santi e l'entusiasmo eroico!
A quest'impresa di grande coraggio non mancava un motto o, se si preferisce, una formula magica. « Ci impressionava molto nelle nostre letture l'affermazione che pena e gloria sarebbero durate sempre. Ci accadeva pertanto di passare molto tempo a parlare di quest'argomento e godevamo di ripetere molte volte:
sempre, sempre, sempre! » (Vita I, 4, p. 39).
Che cosa c'è di sorprendente nel fatto che dei fanciulli siano affascinati da parole dense, la cui eco si ripercuote alle montagne dell'eternità? Simili sentenze andavano di pari passo, naturalmente, con la lettura di vite di santi. Tali biografie, spesso leggendarie,
non hanno forse nutrito generazioni di cristiani? Spetta ai critici discernere in esse la parte di affabulazione e di errore. Ma esiste una verità nella leggenda. Al di là dell'esagerazione, della fioritura del miracolo, Dio si esprime. Ne è ben cosciente Teresa, fanciulla, che nota: « Nel pronunziare a lungo tale parola, piacque al Signore che mi restasse impresso nell'anima, fin dall'infanzia, il cammino della verità » (Vita I, 4, p. 39).
C'è un tratto da cui non si può fare a meno di essere colpiti: sia che si tratti di correre al martirio, di strappare la grazia di una decapitazione nel paese dei Mori, sia che con il fratello « decida di fare l'eremita », costruendo nell'orto eremi così precari che subito crollano, Teresa è attiva: appena concepito, un progetto è messo in atto. E quest'atto è religioso.
Mi si dirà che la storia di Castiglia vedeva scendere in campo donne valorose. Attaccato dal vento, dal freddo, tormentato dal suolo spesso arido, minacciato d'invasione, l'altipiano castigliano assume l'aspetto di una fortezza. Battersi è la legge, la cavalleria, l'onore della città. « Avila de los Caballeros », « Avila dei Cavalieri ». Ma la fanciulla Cepeda y Ahumada non attizzava furori guerreschi. Dalla caduta dell'ultimo regno moro di Granata, nel 1492, sotto il regno dell'imperatore Carlo V, non si trovano più in Spagna terreni di battaglia. Dove porteranno il loro ardore i fratelli di Teresa se non al di là dei mari? Qui, non c e piu un nemico contro il quale combattere.
Teresa, molto prima del chiostro, comprende che ci sono altre crociate, altre riconquiste. Lo intuisce nell'intensa vita religiosa dell'epoca. Gli svaghi degli uomini sono allora rari. Solo le campane delle chiese, dei conventi striano l'aria di avvenimenti che si tramano più in cielo che sulla terra. L'anno liturgico con i suoi fasti, l'intrepida fede spagnola creano il paesaggio morale dei suoi verdi anni. Con l'aiuto della grazia, le parole sfolgorano: « Il paradiso, la beatitudine... vedere Dio! ». Per la fanciulla naturalmente credente, nulla ne allontana, nulla, se non quelle bagattelle da cui, con l'avanzare dell'età, durerà tanta fatica a liberarsi. « Fare l'elemosina, recitare preghiere, specialmente il rosario, costruire monasteri », organizzare una regola, guidare un gruppo, vedere come tutto si delinea in anticipo! La donna di quarant'anni passati che redige le sue memorie a Toledo o nelle prime emozioni del nuovo monastero di San José (1563-1565) contempla l'opera di Dio. Non era né inefficace né vano Colui che la attirava con tanta forza, a sua insaputa, verso le cime.
- Guardi - mi dice don Francisco - proprio qui lo zio fermò la nina e suo fratello.
In realtà, poco m'importa di dare un'occhiata a quel pezzo di terreno dove furono poi innalzati i Cuatro Postes: io sono affascinato dalla storia della città, che muove naturalmente all'assalto del cielo. Avila si stende lungo il pendio della montagna. In basso, con le sue acque rapide, l'Adaja bagna le mura. Ma il blocco delle rocce, la massa dei bastioni, il sorgere delle ottantotto torri, tutto converge verso la cattedrale massicciamente slanciata sull'orizzonte. Come in un unico movimento nella sua guaina di granito: palazzi, chiese, case formano una sola truppa per conquistare lo spazio, l'infinito, l'eternità. Anche se fosse già stato scritto cento volte, proverei piacere a ripeterlo. Avila medievale e mistica, tutta di sassi e di pietre, diventa tabernacolo di Dio ai piedi della Sierra.
« Per sempre, per sempre », mormorava nelle sue prodezze giovanili colei che avrebbe reso universale questa città. Come se Teresa de Ahumada y Cepeda non potesse essere insignita di un altro nome. Senza dubbio l'umile donna, con tutta la veemenza della sua modestia, lo avrebbe ricusato... ma era detto che la riformatrice del Carmelo, ospite per cinquant'anni delle sue mura (1515-1567), avrebbe dato un'anima a questa pietra, a questi palazzi severi, a questi patios senza grazia. Decine di uomini celebri, politici, scrittori, religiosi porteranno questo nome: d'Avila. Nessuno avrebbe avuto tanta influenza né un cuore tanto aperto da potervi gettare simili semi di eternità.
- E' vero, senor - continuava don Francisco - che la nina cresceva in un ambiente privilegiato: suo padre, un santo ante litteram. « Non si poté mai ottenere ch'egli tenesse schiavi. Nessuno lo udì mai imprecare o mormorare. E fu onesto in sommo grado » (Vita I, 1, p. 37). In quanto a sua madre, posso parlare di lei perché, essendo loro parente, frequentavo spesso la casa dei Cepeda. Le nascite, le preoccupazioni l'hanno prostrata prima del tempo. Morire a trentatré anni, è troppo presto. La piccola aveva preso da lei per la bellezza, perché era molto bella, e per il suo gusto dell'avventura... il che, con i tempi che correvano, sembrava di moda. Tutti i Cepeda non sono forse partiti per le Indie occidentali?
Ascoltavo la meditazione del buonuomo.
Avila si pavoneggiava al sole d'inverno.
« Per sempre, per sempre, Rodrigo! ».
Come se queste lettere si iscrivessero in profondità in seno allo spazio.
Così, dicevo fra me tornando verso le porte, questa figlia di Dio, di primo acchito e seguendo l'impulso naturale del suo animo, ha ritrovato l'aspirazione più profonda della Scrittura: Guidami sulla via della vita! (Sal 139,24).
Quante insidie! quante deviazioni l'aspettavano! E questa la sorte dei figli di Adamo, ma il primo slancio era dato, la prima gravitazione assicurata, dono irrecusabile di Dio.
Un giorno, Teresa riassumerà tutto questo: « Siate benedetto, mio Signore, che da una melma così sporca come son io, fate uscire un'acqua così limpida perché sia degna della vostra mensa! Siate lodato, o delizia degli angeli, per voler elevare tanto un così vile verme! » (Vita XIX, 2, p. 161).
2 - Maria de Briceno
Alta, nella grata del coro, con le tempie strettamente serrate dalla cuffia, la voce limpida, la madre Celina mi riceveva a Santa Maria della Grazia. Dio sa se avevo cercato questo monastero! Non me ne vorrete. Per quanto Avila sia grande quanto un fazzoletto, per uno straniero come me ritrovare il monastero in cui Teresa adolescente cominciò ad essere « illuminata dal Signore » (Vita Il, 10, p. 45) rappresenta un'impresa.
- Senor - mi spiegò don Francisco che quel giorno si recava in una proprietà lontana - esca dalla porta vicina alla cattedrale, come se andasse a San Pedro, poi cominci a scendere sulla destra:
Santa Maria della Grazia è lì, rannicchiata sotto le mura.
Confesso che nel precipitarmi giù per quei larghi scalini lastricati, tutto il mio pensiero andava alla giovane Teresa. 1531: il palazzo Cepeda risuonava ancora delle recenti nozze di Maria, la sorella maggiore. Tutta la famiglia, venuta da Toledo, da Gredos, da Alba de Tormes era sfilata nel patio sonoro. Scomparsa Maria con il suo sposo, portati via i cassoni e i vestiti su pesanti calessi, in casa non restava più che Teresa, sola soletta e senza madre.
- Su! figlia mia, come le tue cugine, andrai anche tu dalle agostiniane. Sono sagge e discrete... Ti insegneranno molte cose. Starai meglio lì che con il tuo vecchio padre e con i tuoi fratelli sempre occupati nei campi o in scontri.
Teresa aveva varcato la porta della clausura. In quel tempo maestre e allieve vivevano nel chiostro. Il suo cuore, a dir vero, era triste: chi mai, nella sua parentela, aveva mormorato che la ragazza piaceva... e cercava di piacere? Con tanti giovani tra i cugini e nella confusione delle feste! Teresa, con un pizzico di tenerezza nel cuore, lo confessa, « era già stanca di queste vanità ». In otto giorni, questa inquietudine si era calmata, ma per una più dura prova (Vita Il, 8, p. 44s).
Teresa, a sedici anni, scopre una vera educatrice: Maria de Briceno.
Chi avrebbe detto che questo vasto monastero con i suoi due chiostri laterali dagli alti muri, ma distaccato dai bastioni, con i
suoi giardini, la sua veduta a ponente e sulla Sierra, inaugurava a sua insaputa per la giovane secolare un singolare noviziato?
La sua maestra era giovane: ventotto anni appena passati. Intuitiva e comprensiva, e dotata di un'arte così spagnola: il parlare bene! Giacché questo popolo vive della sua lingua, delle sue parole forti e saporose, dei suoi proverbi e delle sue sentenze; il tutto animato dal gesto e punteggiato dal fervore dell'accento.
« Maria parlava così bene di Dio » (Vita III, 1, p. 46). Tutto è detto in poche parole. Ieri l'adolescente ascoltava sua madre, i suoi libri, il suo cuore; spontaneamente, si costituiva professore, predicatore, in mezzo al piccolo mondo infantile. Oggi, ha trovato il suo maestro, un maestro tanto più eloquente e persuasivo in quanto per imporsi ha solo virtù e fascino. Quando un maestro insegna una cosa, prende anche amore al suo discepolo, gode che il suo insegnamento lo soddisfi e l'aiuta molto nell'apprendimento di esso (Cammino XXI, 4, p. 129).
Senza dubbio, come in tutti i conventi, e ancor più ad Avila, si provava gusto a far pettegolezzi, ad intrattenersi sui piccoli e sui grandi fatti della storia. Di chi non si parlava nella città dei cavalieri? La visita recente dell'imperatore Carlo V alimentava il gazzettino locale. Quante chiacchiere erano state fatte sul soggiorno imperiale! Il re dall'accento fiammingo, il suo seguito di signori, di vagabondi, amanti di salsicce e di sbornie. E poi, a cento passi dalle agostiniane, l'infante Filippo Il era posto sotto la tutela delle bernardine. Lo stesso anno in cui don Alonso rinchiudeva sua figlia a Santa Maria della Grazia, il futuro signore dell'Escorial, ancora bambino, riempiva dei suoi strilli i chiostri del monastero vicino. A queste gesta si aggiungevano cronaca devota, matrimoni e vestiti, di cui quelle signorine discorrevano quando non erano in cappella o in laboratorio.
In una sala del piano superiore, Maria de Briceno riuniva le migliori. Si stava molto bene in quella stanza, con il soffitto basso, ma con le finestre a piccoli vetri che si tuffavano sulla campagna.
In lontananza, sovrastando con l'arco nero dei suoi rilievi il campanile di Santiago, la Sierra; più vicino, l'alta valle dell'Adaja, qualche magro campo d'orzo e pietre, sempre pietre. Il torrente capriccioso, in primavera e in autunno, inondava i prati di pozzanghere immense. Su questi specchi spezzati il sole al tramonto gettava lacca incandescente. Ora deliziosa de l'atardecer, così cara agli spagnoli, in cui la notte esita ad incupire il giorno.
Maria parlava di Dio, delle cose eterne. « Ci racconti come è entrata così giovane nell'ordine delle agostiniane », esclamava una delle ragazze.
E la maestra, compiacente, spiegava: « Mi piaceva molto leggere il Vangelo; un giorno, una frase mi sconvolse: Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti » (Vita III, 1, p. 46).
Immaginava, l'incomparabile educatrice, il colpo inferto? Un raggio di luce cadeva a piombo sullo stemma bruno-dorato della facciata; una freccia di fuoco attraversava il cuore dell'adolescente dagli occhi avidi. Il colpo era inferto in profondità. Non sarebbe mai guarito. Ferita da una frase di Cristo!
Un giorno, la Madre scriverà: « Io ho amato sempre molto le parole del Vangelo che mi hanno procurato in ogni circostanza più raccoglimento di libri scritti assai bene... ». E continuerà con questa immagine mirabile: « Avvicinandomi a questo Maestro della sapienza » (Cammino XXI, 4, p. 128).
Dobbiamo dire per questo che Teresa aspirasse alla vita religiosa? No di certo! In questa materia, come in un matrimonio d'amore, la scelta ed i partiti non si impongono.
Entrare a Santa Maria della Grazia le pareva difficile. Troppa virtù, un granello di severità, di eccesso. D'altra parte, forse, le sue compagne esageravano sul conto delle agostiniane... Si potrà mai sapere che cosa la fermò? Le confidenze di Teresa non sono chiare. L'argomento principale dipendeva da considerazioni differenti. A nord della città c'era un altro monastero, più vasto, più bello senza dubbio. Dona Juana Suàrez, la sua grande amica, che era stata a servizio di don Alonso, si trovava lì. Ciò bastava per orientare la sua decisione. « Badavo, insomma, più a compiacere il mio istinto naturale e la mia vanità che a procurare il bene dell'anima mia », conclude Teresa. Ma Dio trae profitto anche da queste inclinazioni per chi aspira a seguirlo.
Qualunque fosse allora l'intensità della sua vocazione, un punto l'umiliava più di ogni altra cosa: « Se vedevo qualcuna versar lacrime quando pregava, o dare altri segni di virtù, ne avevo grande invidia, perché il mio cuore era così duro a questo riguardo che, se avessi letto tutta la Passione, non avrei versato una lacrima; e ciò mi faceva soffrire » (Vita III, 1, p. 46).
Un « recio corazòn ». Più volte, nei suoi scritti, Teresa si accuserà di questo « cuore di pietra », classico in Ezechiele (Ez 36,26). Che cosa significava ciò? per adesso non osiamo definirlo troppo chiaramente.
Ma l'occasione di questa durezza è più grande. Si tratta della « Passione del Signore ».
Dio l'aspettava lì? Doveva prepararsi attraverso il vuoto quel « profluvio di lacrime » che la giovane monaca avrebbe versato un giorno dinanzi al « Cristo tutto coperto di piaghe » (Vita IX, 1, p. 90)? Tutta Avila, come l'intera Spagna, venerava molti « santi Cristi ». Nel corso della settimana santa, da Siviglia a Valladolid, di giorno e di notte si organizzavano processioni intorno all'immagine sconvolgente. Il venerdì santo, per tre ore intere, domenicani, francescani, padri della Misericordia, predicatori di ogni ordine, di ogni scuola, di ogni talento, commentavano a gran voce le Sette Parole di Gesù in croce. Le due Castiglie, l'Andalusia, i nuovi regni acquisiti alla corona piangevano sull'Uomo dei Dolori.
E un'adolescente di sedici anni si accusava di conservare gli occhi asciutti... Senza dubbio le restava ancora da percorrere una tappa immensa per raggiungere Colui che, dando se stesso per lei, l'aveva amata (Gal 2,20).
3 - Hortigosa
Uscivamo da Avila al passo cadenzato delle mule. Per lasciare la città, bisogna salire sempre. Il piede delle bestie si posava con sicurezza, evitando una buca, scansando una pietra. Ah! quel sole sulle nostre teste! La mattinata non era ancora molto inoltrata e tuttavia camminavamo in un calore infocato ed in mezzo a nugoli di mosche. A destra, a sinistra, attraverso le rare erbe, lo stridio degli insetti e dei grilli. Talvolta, una mandria di cavalli, presa da improvvisa follia, accorreva al galoppo verso gli steccati.
Don Francisco veniva dietro, ciondolante e appesantito dall'estate.
- Allora - cominciò a dire raggiungendomi - questa visita a Santa Maria della Grazia, le è piaciuta, senor?... Ho ben capito che vi cercava il ricordo di dona Maria de Briceno. Che cara persona! Forse lei non sa che visse molto a lungo... fino a ottantasei anni. Morì due anni dopo la santa Madre... Non sbaglia dicendo che la sua influenza fu decisiva sull'adolescenza di Teresa, ma non quanto quella di suo zio don Pedro.
In quel momento le mule si fermarono. Cinque, sei tori interrompevano la strada, mandati avanti a colpi di frusta e con l'aiuto di cani da alcuni omaccioni gesticolanti.
Don Salcedo, asciugandosi il sudore, riprese con maggior lena:
- Non arriveremo a Hortigosa prima di sera... e temo molto che sarà deluso. Da quando don Pedro entrò in un convento di girolimini, la proprietà è rimasta incolta e la casa è in stato di abbandono.
Ah! quelle strade di Castiglia, le abbiamo sopportate per tutta una giornata. Non che il paesaggio fosse insignificante. Su quegli altipiani si trovano sempre sorprese: qui querce da sughero, là un rialzo di rocce, talvolta tre pioppi frementi vicino a una sorgente nascosta. L'aria molto asciutta risuona di tutti gli stridii della terra e del cielo. Rari spuntano i villaggi, annunciati da campi di segala e parchi di bestiame. Qualche ragazzo dall'aspett9 risoluto vi sorpassa trottando sul suo asino e vi lancia uno squillante saluto.
Finalmente si profila un minuscolo campanile, qualche casupola sparsa qua e là intorno a un rio in secca; su una collinetta, il castello di don Pedro Cepeda. Castello? è dire molto! Quando Teresa ammalata entrò in casa di suo zio, attraversò come noi un cortile di fattoria. In fondo, l'abitazione oblunga a un solo piano. Nessun ornamento sulla facciata di granito azzurro, salvo lo stemma del padrone di casa.
Era vedovo. La moglie, dona Catalina del Aguila, lasciando questo mondo, non lo aveva privato dei beni del cielo. « Il Signore andava disponendo don Pedro per sé », nota la santa (Vita III, 4, p. 47).
Senza che ella lo sapesse, Dio attendeva qui la giovinetta d'Avila, poiché il passatempo preferito del vecchio erano i libri, « buoni libri in volgare ». Sperduto fra quelle montagne austere, lontano dalle città, dalle corti, circondato dai suoi bovari, dai suoi pastori e dai suoi servitori, don Pedro viveva già come un recluso.
La neve, la prima neve di fine ottobre, era caduta assieme alle castagne. Lo spazio, fuori, era così silenzioso che soltanto lo schiamazzo del pollame nel cortile, il rintocco della campana della messa al mattino e del rosario nel pomeriggio venivano a squarciarlo come un tessuto sottile.
Davanti all'alto camino dove bruciavano tronchi di quercia, andavano a sedersi lo zio e la nipote. « Vorresti leggermi qualcosa? » chiedeva don Pedro.
« Quantunque quei libri non mi piacessero, ci confida Teresa, ho sempre procurato di contentare chiunque, anche se ciò dovesse pesarmi » (Vita III, 4, p. 48).
Il libro s'intitolava Lettere di san Girolamo, edito a Valenza.
La voce chiara e pacata s'innalzava nella stanza in cui non si sentiva altro che il battito dell'orologio e il crepitio delle fiamme. Le parole dell'eremita di Betlemme cadevano fitte come chicchi di grandine sul metallo dell'anima. Come scriveva, così Teresa leggeva in modo mirabile. Il vecchio dialetto castigliano è altisonante, ma la voce della fanciulla, duttile e naturale, gli infondeva un accento di verità.
Installato in una poltrona di pelle, il brav'uomo ascoltava ad occhi chiusi. Si sarebbe detto che sognasse o meditasse in silenzio.
Attraverso le strette finestre, cenere sottile, cadeva la notte. Impossibile continuare la lettura! Solo alte fiamme illuminavano a momenti la pagina oscura. Bagliore di grazia. Allora don Pedro incominciava a parlare. « La sua conversazione aveva quasi sem
pre per argomento Dio e la vanità del mondo » (Vita III, 4, p. 47s).
Il gentiluomo - se lo immaginava? - raggiungeva per istinto i pensieri più gravi di Teresa fanciulla.
« Anche se i giorni in cui mi trattenni li furono pochi, in virtù di quanto operavano nel mio cuore le parole di Dio, lette o ascoltate, e la buona compagnia, riuscii man mano a capire la verità delle cose che mi colpivano da bambina, cioè il nulla del tutto, la vanità del mondo, la brevità della vita » (Vita III, 5, p. 48).
Così, Dio non lavorava in maniera sconnessa. Le prime intuizioni, quelle delle conversazioni con Rodrigo, quelle della strada di Salamanca, il ricordo della morte della sua giovane madre, la prima frattura del nucleo familiare con il matrimonio di Maria, tutto finisce presto: « la vita è breve! », troppo breve per questo cuore impaziente, avido di assoluto.
Avrebbe mai rivisto il suo benamato zio? Poco importa! Anche lui avrebbe seguito il suo destino. Presto sarebbe entrato nel monastero di Guisando, lassù nella Sierra, nel punto in cui le due Castiglie, la Vecchia e la Nuova, si congiungono. « In età avanzata, conclude Teresa, lasciò tutto quello che possedeva, si fece religioso e finì la sua vita in modo tale che credo goda ormai di Dio » (Vita III, 4, p. 47). In quell'alta dimora del Signore, sul fianco della montagna, con la sua vasta chiesa circondata dai faggi e dal silenzio, don Pedro terminò il suo eroico cammino.
Lasciava qualcuno che lo invidiava? Strana famiglia quella dei Cepeda. Don Alonso, suo fratello e padre di Teresa, mori nel 1543. Quali furono le sue parole in punto di morte? « Fra le lacrime ci disse il suo grande dolore di non avere servito abbastanza il Signore e che avrebbe voluto essere frate in qualche ordine dei più rigorosi » (Vita VII, 15, p. 78).
All'adolescente malaticcia ed inquieta don Pedro lasciava una meravigliosa eredità. Non terre né gioielli, ma, nel tempo in cui la pagina stampata era rara, Teresa prendeva gusto alla lettura. « Mi rianimò l'essere divenuta ormai amante di buoni libri » (Vita III', 7, p. 49).
Da bambina, come il cavaliere della Mancia don Chisciotte, i romanzi cavallereschi avevano infiammato la sua immaginazione. Così come le vite dei santi. Oggi, beveva a un'altra fonte di cui non perderà mai il gusto: Osuna, Laredo, 5. Agostino... Più tardi, i
Moralia di 5. Gregorio Magno arricchiranno il suo universo mentale. A nostro avviso, sarebbe stato bene che avesse conosciuto la Sacra Scrittura, ma era proibito leggerla in castigliano. Per aver tradotto il Cantico dei Cantici, il suo contemporaneo, Fray Luis de Leòn, sconterà cinque anni di prigione inquisitoriale a Valladolid. Così volevano quei tempi e la loro miseria.
Attraverso gli scritti dei Padri, Teresa afferrava una tradizione di Chiesa. Con un potere di assimilazione stupefacente, faceva sue le loro parole, le assorbiva in se stessa, le passava al vaglio per ritenerne soltanto il meglio. Autodidatta, soggetta alla sua condizione di donna del XVI secolo, elaborava, senza immaginarselo, un insegnamento personale fondato sulle migliori autorità.
E così lontano il giorno in cui, nella cella alta di San Iosé, Teresa costellerà i margini del suo « S. Gregorio » di apprezzamenti e di raccomandazioni. Leggeva per sé e per le sue figlie.
A Hortigosa si accese questa lame, non lame di pane, questa sete, non sete di acqua, ma di ascoltare la parola del Signore (Am
8,11).
Mentre il vento sconvolgeva le encinas - le querce da sughero
- intorno alla dimora di campagna, una passione nuova s'infiammava in un cuore adolescente.
« Senza che io lo volessi, Dio mi costrinse a vincere me stessa! Sia benedetto per sempre! » (Vita III, 4, p. 48).
4 - A tastoni nella notte
Entrare in religione con animo giubilante, consacrarsi a Dio nell'allegrezza, tale non è spesso la condizione degli eletti. Come una volta, al tempo della chiamata dei profeti, il predestinato a questo stato subisce una violenta costrizione (Am 7,14; Ger 20,7). Così avvenne per la vocazione di Teresa.
Rileggevo il finale del capitolo III dell'autobiografia. Il quadro vi si prestava in maniera mirabile. Abitavo allora in una minuscola camera ad Avila, all'altezza della Plazuela San Juan de la Cruz. La finestra con inferriata lasciava passare una scarsa luce. Finito lo splendore dell'estate! I due pioppi piantati dietro il monumento del santo ingiallivano sotto i pallidi raggi del sole. Silenzio nelle strade, rumori di passi sulla piazza per la messa di mezzogiorno alla « Santa », la casa di Teresa così vicina. Solo il vento, mio compagno, gemeva sotto la porta mentre rileggevo le tergiversazioni di un' anima.
« Sebbene la mia volontà non fosse ancora incline allo stato monacale, capii che era lo stato migliore e più. sicuro; pertanto a poco a poco mi confermai nella decisione di abbracciarlo » (Vita III, 5, p. 48).
Riflessione, discussione, calcolo in una ragazza di diciotto anni: come non essere meravigliati? Ci aspetteremmo maggiore spontaneità, maggiore entusiasmo. Colei che parlerà così felicemente di quei « gustos » - dobbiamo tradurre « piaceri » permessi dall'amore divino - non rievoca nessuno di questi favori.
Si mostra fredda, calcolatrice: « In tale battaglia durai tre mesi, incoraggiando me stessa con questo ragionamento: che i travagli e la sofferenza d'esser monaca non potevano superare le pene del purgatorio e che, avendo io ben meritato l'inferno, non era poi molto vivere come in purgatorio, tanto più che, dopo, sarei andata diritta in cielo, e questo era il mio desiderio. Così, in tale impulso ad abbracciare uno stato, mi sembra che a spingermi fosse più un timore servile che l'amore ».
La discussione diventava aspra, ma all'interno della fede. Teresa ci appare tutta dedita a calcoli, valutazioni, confronti; in effetti, ritrova l'intuizione dell'infanzia: l'inferno, il purgatorio, il cielo. « Per sempre, per sempre! ». E questo forse un elemento fondamentale del temperamento spagnolo, assillato dal sentimento della morte?
Questo popolo caloroso, di una vitalità e di un'energia non comuni, è vissuto sempre come faccia a faccia con il suo trapasso. In Castiglia più che altrove. Senza posa si è dovuto combattere contro l'inverno, la neve, il vento delle Sierre, contro la siccità, la terra ingrata, infine contro i Mori la cui occupazione si è protratta per cinque secoli. Morire è la legge. Con una certa allegrezza stoica, la si subisce, soprattutto quando si sa che cosa ci aspetta, passate le sue porte: « Sarei andata diritta in cielo, e questo era il mio desiderio...». Mentre rileggevo questa riga, un uragano improvviso spogliava i pioppi. Aspirate, leggere, diafane, come senza sostanza, le foglie accartocciate salivano verso le nubi, mentre in non so quale convento vicino sferragliava una campana.
« Il demonio mi insinuava, per dissuadermi, l'impossibilità di sopportare i disagi della vita religiosa, delicata com'ero » (Vita III, 6, p. 48).
A Santa Maria della Grazia, come abbiamo visto, qualcosa nella vita delle sue educatrici l'aveva urtata: una tendenza all'esagerazione, un eccesso nella penitenza, il gusto innato dell'epoca per lo spettacolare. Anche in questo si manifestava la Spagna, preoccupata delle apparenze! Tutto ciò non poteva mancare di tormentare Teresa.
Ben vestita, ben nutrita, « di sangue nobile », indipendente all'estremo dopo la morte della madre e il matrimonio della sorella, non temeva forse le costrizioni della vita claustrale e le sue meschinità?
« Mi difendevo ricordando le pene sofferte da Cristo, di fronte a cui non era gran cosa che io soffrissi un poco per lui. Dovevo certo anche pensare - ma di quest'ultima riflessione non mi ricordo - che egli mi avrebbe aiutato a sopportare tali pene » (Vita
III, 6, p. 48).
Qui, la penna esita... « Per tutta la vita, scriverà molto più tardi, ho amato con fervore Cristo ». Ma in quel tempo la figlia di don Alonso non ardeva ancora di questo amore.
D'altro canto, una salute malferma, un misero corpo che trascinò fino all'età della morte, a sessantasette anni, svenimenti! L'universo, se non dei malati, per lo meno dei malportanti, di cui i benportanti stentano a farsi un'idea: ecco il clima della sua decisione.
Da notare: la paura, l'inferno « se fossi morta », « un timore servile », motivazioni - dobbiamo riconoscerlo - assai terra terra, non certo elevate (Vita III, 5, p. 48). « Nel frattempo - rendiamo onore a questa veracità - io non trascuravo di prendere le mie medicine » (Vita III, 3, p. 47). Tremante di febbre, il pellegrino dell'Assoluto non per questo tralascia di mirare con chiarezza ai suoi fini e alle sue opzioni eterne.
La campana suonava per l'uffizio nel convento dei Carmelitani che, come tutti sanno, abitano nella dimora della Santa. Uno scalpiccio di passi sul selciato della piazzetta: devoti, religiosi, militari
- ci sono soldati accasermati nel quartiere - ravviva il ricordo.
Qui, nella casa dei Cepeda y Ahumada, si è decisa una grande avventura.
Con la complicità dell'ora, è facile immaginare il seguito.
1535: Rodrigo, il compagno della prima fuga, si è imbarcato in primavera per le Indie Occidentali. Fra cinque anni, lo seguiranno altri tre fratelli. Per il momento, non si stringono attorno alla tavola. Questa sera, Teresa è sola accanto al padre. Hanno finito di mangiare la zuppa con l'aglio, il pane bigio e il formaggio di capra, misero pasto anche per persone agiate. La tradizione di sobrietà della Castiglia risparmia il grasso e accresce il coraggio.
« Decisi di dire a mio padre quanto mi proponevo, il che equi-valeva quasi a prender l'abito religioso, essendo io così ligia al punto d'onore che non credo sarei mai tornata indietro per nessuna ragione, una volta detta una parola » (Vita III, 7, p. 49).
Non c'è da meravigliarsi. Donna realista, Teresa si protegge contro la propria debolezza. L'onore - « el punto de honra », come ripeterà così spesso per denunciarlo - le serve da serratura di sicurezza. « Piuttosto morire che cedere ». Motto d'Avila, motto spagnolo tout court! Questo popolo non si è mai piegato, salvo davanti a Dio e davanti al re. E fiero per natura e per tradizione. Anche una bimbetta, al giardino d'infanzia, con le trecce rialzate, ha un atteggiamento da gran dama quando offre una caramella alle sue compagne. A maggior ragione, quegli hidalgos che, assediando i Mori, giuravano di incidere con il pugnale l'Ave Maria sulla porta della grande moschea di Granata. Finita la riconquista, si vedranno questi soldatacci ormai disoccupati trascinare la loro boria e il loro stomaco vuoto per le vie di Toledo. Così li incontrò Lazarillo de Tormes. Non c'è quindi da stupirsi se una ragazza di meno di vent'anni impegna il suo onore a non indietreggiare mai quando si tratta di servire una più alta Maestà!
Che il vecchio buon padre gema pure sotto il colpo, si ostini a dire « no », anche alle degne persone che sua figlia ha mandato da lui, consenta infine con un sospiro: « Dopo la mia morte farai ciò che vorrai » (Vita III, 7, p. 49), la partita - lo sospettava? - era vinta.
Per la giovinetta restava soltanto da affrettare la separazione.
« Io già temevo di me stessa, che, cioè la mia debolezza mi facesse tornare indietro ». Sguardo lucido sulle proprie tergiversazioni, i propri stati d'animo, la propria impotenza. Teresa ha già raggiunto la sua maturità: « Io decisi ». L'alba della partenza sta per sorgere.
« Oh, grandezza di Dio! Come mostrate la vostra potenza, nel
dare questo ardire a una formica! E come, mio Signore, non dipende da voi se coloro che vi amano non compiono grandi opere, ma dalla loro codardia e pusillanimità! Non prendiamo mai una ferma decisione, pieni sempre, come siamo, di mille timori e prudenze umane, e voi, mio Dio, pertanto, non operate le vostre meraviglie e grandezze » (Fondazioni Il, 7, p. 28).
5 - « Quando uscii dalla casa di mio padre »
« Appuntamento alla porta Santa Teresa », mi aveva gridato don Francisco nel lasciarmi ieri, sull'imbrunire... La mia guida, con la precisione di un orario monastico, era lì, con un volume sotto il braccio: la prima edizione delle Opere della santa Madre, « Salamanca 1588 ».
La nostra intenzione era semplice: rivivere i momenti in cui, valorosa come i cavalieri di un tempo, Teresa aveva iniziato l'impresa eroica.
- Quante volte - sospirava Salcedo - il caro don Alonso mi ha raccontato questa fuga, la definitiva!
Teresa uscì prima dell'alba, con un fagotto di abiti vecchi sotto il braccio. Risuonavano i rintocchi di Prima nei conventi dei girolimini e dei concezionisti. Dietro veniva Agostino, ardente come sua sorella.
- ~ passata davanti a San Juan, la parrocchia in cui era stata battezzata? Risalendo un po' la strada, poteva farlo. Ma i due giovani hanno dovuto prendere il calle/òn - la viuzza - di sinistra, al più presto, verso una delle porte a nord (chiamata poi "puerta de 5. Teresa"). Il monastero dell'Incarnazione, allora come oggi, seflor, si stendeva più in basso. Per scendere lì, Teresa ha preso questa ripida mulattiera aggrappata alla scarpata delle mura... Attenzione alle pietre che rotolano sotto i piedi, senor!
E già dona Teresa suonava al convento. La porta regolare si aprì sul chiostro di sotto. La priora era lì, circondata da alcune anziane. Un rapido bacio al fratello. « Adios, Agustin, hasta el cielo! » - Addio, Agostino, arrivederci in cielo! - E lui se ne andò presso i domenicani, mentre lei rimaneva prigioniera di Dio.
La strana luce di quel mattino de las almas - giorno dei morti,come ha annotato il padre Gracian in margine alla sua copia dell'autobiografia, quel 2 novembre 1535 illumina ancora la pagina celebre. Senza dubbio unica negli Annali d'Avila, bisogna rileggerne i tratti essenziali, tanta è la vivezza con cui vi si delinea un paesaggio spirituale.
« Nel tempo in cui maturavo queste decisioni, avevo persuaso un mio fratello a farsi religioso, parlandogli della vanità del mondo, ed entrambi ci accordammo di andare un giorno, di buon mattino, al monastero dove stava quella mia amica che io amavo molto, anche se, riguardo a quest'ultima determinazione, mi sentissi così decisa che sarei andata in qualunque monastero ove pensassi di servire meglio Dio o dove mio padre l'avesse voluto, perché ormai non davo alcuna importanza al mio benessere, ma miravo più che tutto alla salvezza della mia anima » (Vita IV, 1, p. 49s).
La nuova venuta arrivava, mossa da un coraggio poco comune. Se ne rendeva conto la priora? Forse avrebbe dovuto già scoprire lo strano potere persuasivo di Teresa. Quella ragazza di appena vent'anni era nata capo e tale sarebbe rimasta. Un tempo, sulla strada di Salamanca, Rodrigo seguiva le sue orme per offrire con tutta semplicità la sua testa ai Mori. Quella mattina la seguiva Agostino, di cinque anni più giovane di lei, ma pervaso da tutte le impetuosità di una razza nata per battersi e inebriarsi di prodezze. Fra meno di trent'anni, questa stessa Teresa lascerà discretamente questo monastero dell'Incarnazione - troppo ricco, troppo facile a suo giudizio - per una casupola ed un'esistenza più evangelica. All'alba del 24 agosto 1562, anche allora, non partirà sola.
- Era un'illusione della santa Madre, nella sua tenera età - commentava Salcedo, con gli occhi sognanti - di credere che tutti fossero tessuti con la stessa stoffa forte e preziosa, ma alcuni erano tagliati soltanto in una canapa mediocre. Agostino, entrato nell'ordine dei domenicani, passò, a causa della sua cattiva salute, nell'ordine dei girolimini, ma non poté restarvi e se ne andò a morire in America, nel 1546. La santità è come il genio: passa accanto al mediocre e respira un'aria troppo forte per la maggior parte degli uomini.
Tuttavia l'epopea, per quanto vibrante sia, si accompagna sempre in Teresa a un grido dell'anima profondamente umano.
« Ricordo bene, a dire il vero, che quando uscii dalla casa di mio padre, provai tanto dolore che non credo di sentirlo maggiore
in punto di morte: mi sembrava che tutte le ossa mi si slogassero » (Vita IV, 1, p. 50).
E' vero, a detta dei migliori testimoni, che lo scenario s'intonava al suo stato d'animo. Per tutta la notte, secondo la tradizione d'allora, le campane delle chiese suonavano a morto, a intervalli regolari. Era il giorno dei morti. L'immensa implorazione della terra per i rivedibili dell'eternità raggiungeva colei che consentiva a seppellirsi per Dio. In questa ragazza sana, così ricca di intuizioni, di sentimenti, tutto è sentito, espresso, affermato con maggiore violenza che negli altri. Slogatura di tutto il suo essere perché sapeva perfettamente quali affetti lasciava, quale libertà abbandonava. Il convento dell'Incarnazione aveva un bell'essere quasi attaccato alla casa paterna, nessuno ignorava che cosa significasse. Per Teresa, ancora soltanto all'inizio della sua vita spirituale, aveva un sapore di morte.
« Non avendo ancora raggiunto un amor di Dio capace di rimuovermi dall'amore del padre e dei parenti, dovevo far solo ricorso a una forza così grande che, se il Signore non mi avesse aiutato, le mie considerazioni non sarebbero bastate a farmi andare avanti. In quel momento egli mi diede animo per vincere me stessa, in modo che potei dar principio al mio intento » (Vita IV, 1, p. 50).
E' interessante leggere simultaneamente questa pagina e il capitolo XX dello stesso libro della Vita, là dove Teresa descrive la sovrana padronanza di un'anima che il Signore ha iniziato alla vita mistica e alle sue più meravigliose esperienze.
L'amore la trasporta poiché, di primo acchito, ella si volge verso di lui.
« In quel momento il mio unico desiderio è di morire - lei che ne temeva l'effetto quando uscì dalla casa di suo padre -; dimentico tutto nell'ansia di vedere Dio, e quel deserto di solitudine mi èpiù caro di qualunque compagnia del mondo » (Vita XX, 13, p. 175).
Teresa sta diventando - e l'espressione ci pare sontuosa - « Figlia d'aquila », « hija de esta agrnla caudalosa » (Vita XX, 28, p. 182).
La cosa più degna di nota in questo « volo soave, volo dilettoso, volo senza rumore » (Vita XX, 24, p. 180) è l'incomparabile sovranità che ha acquistato su se stessa.
Finite le violenze dell'inizio e le loro lacerazioni! Ormai, Dio è il padrone e il padrone assoluto, poiché a lui, ormai, l'anima ha dato « le chiavi della sua volontà » (Vita XX, 23, p. 180).
« Qui nell'anima son nate le ali perché possa volare bene, e spiega già la bandiera per la causa di Cristo; sembra che il capitano di questa fortezza salga, o meglio, sia fatto salire sulla torre più alta, per inalberarvi il vessillo di Dio. Guarda a quelli di sotto come chi è in salvo e non teme ormai i pericoli, anzi li desidera, avendoli, in certo modo, sicurezza della vittoria. Qui si vede assai chiaramente il poco conto che si deve fare di tutte le cose di quaggiù e la nullità di esse » (Vita XX, 22, p. 179).
Ah! certo, quel 2 novembre 1535, dofla Teresa non era a questo punto. Con il cuore straziato, entrava in quel monastero dell'Incarnazione in cui la prova della mediocrità non le sarebbe stata risparmiata. Si preparavano per lei molte stagioni in purgatorio. Tuttavia, quel giorno dei morti, quel giorno di morte portava in sé un seme. Teresa non esita a scriverlo e tutto il suo destino si basa su queste parole: « para ir adelante » - andare avanti - (Vita IV, 1, p. 50).
Come se avessimo dimenticato che la nostra unica riuscita è, protesi verso illuturo, di correre verso Cristo (Fil 3,13).