INTRODUZIONE
La « noche vieja »
Chi mi ha suggerito di venire ad Avila in questa fine d'anno?... Un diavolo o un buon genio?... Eccomi, prima dell'alba, calpestando nell'ombra nera, con un freddo pungente, cumuli di neve; eccomi arrivato alla città dei santi.
- Hombre! è venuto per la « noche vieja » - mi gridavano quando incontravo qualcuno. La noche vieja, in Spagna, è l'ultima notte dell'anno che finisce.
Avrei potuto scegliere meglio quando intrapresi l'avventura? Ne ignoravo le sorprese e i fasti, voglio dire quei compagni di gloria, quegli amici del passato di cui la «noche vieja» voleva onorarmi.
Mai, per quanto possa ricordarmi, mai giornata mi parve più piena.
All'improvviso, verso le due, spazzate le nubi, il cielo si abbellì di un azzurro limpidissimo che sembrava aspirare la città, l'altopiano, la Sierra così vicina. In Castiglia, l'inverno è apportatore d'infinito! Al soffio dei venti, lo spazio immenso divora la terra.
Il tempo di girare le mura, di scendere in gran fretta al monastero dell'Incarnazione, di fermarmi, verso mezzogiorno, a S. Segundo, primo vescovo d'Avila nella sua urna di pietra, quasi rannicchiata sul ponte dell'Adaja. Il tempo di una strada su cui volteggiano i ricordi.
A ponente, il sole indorava le mura. In lontananza, candide scie; vicino, lame infocate. Alcune vecchiette, con la schiena rivolta verso quell'insolito calore, se la ridevano del freddo e del ghiaccio improvvisamente messi alla porta.
Ah! perché non posso attardarmi anch'io su questa pietra? La Spagna ozia nella sua bellezza: un' aria così pura, oro dappertutto, come se la città dei cavalieri - costellata di speroni o ostensorio carico di ornamenti - mi ammaliasse e mi inchiodasse alla bassa porta de « la Mala Dicha », della « Mala Sorte ».
Tuttavia, mi aspettavano a San José, primo monastero riformato di S. Teresa. Rumore confuso di voci sotto il minuscolo patio d'ingresso, abiti scuri sul far della notte. La noche vieja, vecchia di quattro secoli, mi avvolgeva con i suoi sortilegi. I vecchi amici della santa Madre si presentavano. Non c'era che da salutarli.
Il Maestro Gaspar Daza: sottana nera su un'oncia di corpulenza. Avrebbe avuto tendenza a parlare con stile ampio e sonante, se l'ascesi e gli spostamenti incessanti attraverso i villaggi non avessero fatto di lui un predicatore spedito e ascoltato. A Valladolid, una volta, si bruciavano eretici, negromanti e stregoni. Lui, instancabile, catechizzava - in chiese senza finestre, profonde, gelide come tombe, o ai piedi di calvari di granito - i contadini ignoranti.
Vicino a lui e come lui vestito di nero, Francisco de Salcedo. Ingegnoso e ingenuo, mosso da folli entusiasmi come da categorici rifiuti, nascondeva sotto una recente vedovanza una vasta curiosità teologica.
Lo accompagnava il suo maestro, il padre Domingo Bànez. Alto e asciutto, votato alla magrezza per vocazione e decisione, con il suo abito bianco da domenicano, rischiarava il minuscolo parlatorio dove lo avevano già preceduto gli altri due. Chi avrebbe detto che quest'uomo aveva passato la sessantina? A Santo Tomàs, il convento di sotto, la sua candela si attardava in interminabili nottate. Con passo leggero, molto prima dell'alba, era il primo a entrare nel coro di sopra.
Dall'altra parte della grata, una voce, dieci voci, ci salutavano con quel gioioso vocio abituale ai conventi spagnoli.
- A vedervi così riuniti - esclamò la priora, - non posso fare a meno di ricordare ciò che proprio qui, venti anni fa, nel 1565, scriveva la nostra santa Madre: « Io vorrei che tra noi cinque che ora ci amiamo in Cristo - ci manca soltanto dona Guiomar per fare la quinta - stabilissimo un accordo di riunirci alcune volte per disingannarci reciprocamente, avanzare proposte circa il nostro possibile emendamento, e compiacere meglio Dio » (Vita XVI, 7, p. 146).
« Noi che ci amiamo in Cristo ». Così, quella donna rinchiusa in un chiostro, Teresa d'Avila, in fondo alla sua notte quattro volte secolare - la noche vieja - era riuscita ad ordire questo complotto d'amore, questa congiura d'amore. La Spagna di Filippo Il non ne era forse avida? Politici, eretici, macchinazioni, intrighi, tramavano in segreto ciò che, presto o tardi, avrebbe flammeggiato alto e chiaro sui roghi dell'Inquisizione. Teresa d'Avila accendeva, nell'oscurità, un incendio di gran lunga più potente. Tutti i suoi amici: monaci, preti, gentiluomini della santa Giunta d'Avila erano trascinati loro malgrado in una passione ardente: la vita evangelica, una vita d'amore al servizio della Chiesa. A questo pensavo mentre i nostri ospiti del passato andavano avanti passando da ricordi ad esclamazioni, da esclamazioni a risoluzioni.
Laggiù, la città brillava dei bagliori dell'anno defunto. Ah! che festa di splendore sulle nevi di Gredos! Qui, le carmelitane avevano afferrato tamburelli e nacchere e cantavano con voci ritmate. Non si cede alla nevrastenia nei Carmeli della Madre. Una campana fu scossa dietro la porta. Finita la ricreazione! Scomparsi i sortilegi della notte e i suoi fantasmi prestigiosi!
Mi ritrovai a camminare sulla strada, avanzando con la folla dei giorni di festa, verso San Vicente 5, nella noche vieja, senza rimpianto ma non senza progetti.
* * *
Parlare di S. Teresa d'Avila, non è forse una sfida? Biografi, maestri di spiritualità, di preghiera, teologi, storici, a gara - e con quale fortuna! - si sono cimentati in tale impresa. Chi sono io per entrare in competizione con loro? Saggi e sapienti condannerebbero la mia balordaggine!
Ma c'è un'altra strada che relega ogni concorrenza.
« Noi tutti che ci amiamo in Cristo », potreste trovarmi modo migliore di accostarsi agli uomini, fossero anche di grandissima statura, al di fuori dell'amore?
Ora, da più di venti anni io sono pellegrino delle due Castiglie. Tutto il tempo libero delle mie brevi vacanze l'ho speso nel cercare nei suoi paesaggi, nei suoi monasteri e nei suoi borghi il ricordo della grande cittadina d'Avila, di cui la voce pubblica e la Chiesa hanno fatto una santa. Ma Teresa di Gesù non è una mummia, un corpo pietrificato in un'urna di oreficeria. Essa vive ancora nei suoi Carmeli. Con la stessa lingua, al ritmo delle sue coplas e delle sue sentenze, ad ogni pie sospinto, le sue figlie la rievocano. Sotto questo rapporto, nell'implorarla, nel cantarla, ho goduto maggiori privilegi di quanto qui convenga dire. Tornato dalla Castiglia - i miei amici ne sono testimoni - porto con me i suoi libri. Analizzo ogni sillaba di quel parlare mirabile, fatto di scintille e di colpi di spada. C'è fuoco, ferro e sale, respiro e senso dell'umorismo in questa scrittrice che pensa parlando, che geme e si esalta. La parola s'impone; rimane impressa, viene ripetuta a bassa voce come per deliziarsene.
Poeta, la Madre lo fu, nel senso greco della parola: « creatrice » di slancio di bellezza e di amore. Chi le potrebbe negare questa prerogativa?
Quindi - perdonatemi se esprimo questo proposito - andrò a raggiungere i miei compagni del passato. Attizzando il focolare dei nostri ricordi e dei nostri affetti, racconterò, attraverso la noche vieja della storia, immagini e parole, poiché ogni santo, a modo suo, ne è il riflesso.
Nessun commento alle sue opere mistiche, quantunque io le sfogli e le conosca; ma talvolta, per il profano, il linguaggio della Madre « suona » come arabo. Ella stessa ha l'abitudine dell'espressione.
Punti di riferimento, approcci. Quel non so che somiglia a un profumo perché - bisogna dirlo agli scettici del nostro tempo? - di tanto in tanto, ne fanno fede testimoni incontestabili, nei monasteri, tutt'a un tratto, questa o quella suora sente un odore meraviglioso: cannella o violetta, rosa o gelsomino.
Ah! vi vedo sorridere e capisco. Si possono impaginare delle fragranze? Eppure, l'apostolo ha scritto proprio: Noi siamo il profumo di Cristo (2Cor 2,15).
L'essenziale, dopo tutto, nelle prossime righe, è di suggerire più che di spiegare, di suscitare più che di descrivere. A forza di frequentarla, la Madre diventa familiare, benefica e tutelare.
Così, il padre Francisco de Ribera, alcuni anni dopo la morte della santa, poteva chiudere il racconto della sua vita con queste parole che io adotto immediatamente: « Perdoni, santa Madre, l'impotenza del mio ingegno e la povertà delle mie parole; lei sa che il mio cuore non è stato povero né di affetto, né di devozione per lei ».